Periodici San Paolo - Home Page

Quattro chiacchiere con...

  
Mario Desiati, tra "editing" e impegno

di Roberto Carnero
  


   Letture n.647 maggio 2008 - Home Page

A colloquio con uno dei narratori italiani di maggior interesse degli ultimi anni, per la sua capacità di coniugare il lavoro di romanziere a quello di talent-scout presso una delle maggiori riviste letterarie del nostro Paese.
   

Si terrà a Milano, dal 14 al 16 maggio (presso la Palazzina Liberty), la manifestazione "Officina Italia" (a cura di Antonio Scurati e Alessandro Bertante). Un "festival dell’inedito" in cui alcuni scrittori italiani – tra gli altri, Sebastiano Vassalli, Walter Siti, Michele Mari, Laura Pariani, Sandro Veronesi, Valeria Parrella, Alessandro Zaccuri – leggeranno brani di loro opere ancora incompiute.

Abbiamo posto alcune domande a uno degli scrittori che saranno presenti a questo importante evento, Mario Desiati. Nato nel 1977 a Martina Franca, oggi vive a Roma, dove è capo-redattore della rivista Nuovi Argomenti. Nel 2006 è uscito, nella collana "Strade blu" di Mondadori, il suo bel romanzo Vita precaria e amore eterno, con il quale ha vinto il Premio per l’impegno e la letteratura civile "Paolo Volponi". Per Minimum Fax nel 2007 ha curato il volume Voi siete qui Best Off, con il meglio delle riviste italiane.

  • Desiati, a cosa sta lavorando?

«A un romanzo su una storia vera (che chissà se riuscirò a far percepire) di amore e terra. Assieme a questo, sto preparando un documentario narrativo sui nuovi emigranti italiani».

  • C’è un tema particolare che le sta a cuore e che vorrebbe trattare in futuro?

«Un romanzo sull’amianto, i martiri dell’emigrazione italiana che hanno perso il loro futuro per costruirne uno degno ai loro figli. Le centinaia di persone che hanno lasciato i loro paesi per andare a lavorare negli anni Sessanta in mezzo a montagne di polvere d’amianto e condannarsi a una morte orribile. Ci sono interi paesi nell’entroterra salentino abitati da miei coetanei orfani. Alcuni di loro sono orfani di padre e di madre, perduti quasi tutti tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta».

  • Come è nata la sua esperienza a Nuovi Argomenti?

«È nata sin da quando ho iniziato a scrivere. Nuovi Argomenti era l’unica rivista letteraria che riuscivo a trovare in paese, e l’unico luogo che mi sembrava adatto a uno scrittore. Insomma quando ero "in formazione" non credevo possibile uno "scrittore-bancario", uno "scrittore-avvocato", anche uno "scrittore-professore". Ingenuità dell’adolescenza, ma quello strano imprinting mi è rimasto, e ho sempre desiderato affiancare un lavoro editoriale a quello di autore».

  • Come convivono il suo lavoro di scrittore con quello di editor di questa importante rivista?

«Purtroppo, per chi lavora nell’editoria e contemporaneamente scrive, si pone un doppio dilemma, quello con se stessi (un coacervo composto di coscienza, idiosincrasie, gusti... perché no, anche vanagloria) e quello con il mondo esterno (gli altri autori, con cui spesso si instaura un rapporto professionale e non un rapporto di umanità, per cui si deve drammaticamente esprimere un giudizio che finirà per incidere sulla relazione). Elio Vittorini diceva che bisogna abituarsi al rancore se si vuole fare questo lavoro. Chi sceglie cosa pubblicare e cosa no ha una responsabilità, prima che professionale, culturale. Tutti dicono che lavorare sui libri altrui a volte spappoli il cervello, leggere tanti inediti poi… Per me leggere tanta roba in progress è un’occasione unica, a volte ci sono scrittori di una sola pagina. La rivista ti dà l’occasione di pubblicarli».

  • Dall’osservatorio privilegiato di Nuovi Argomenti, quali giudica che siano le linee di tendenza principali della narrativa italiana di oggi?

«Quattro anni fa Nuovi Argomenti proponeva una serie di numeri dove far scrivere ed emergere quei narratori che si stavano imponendo in quel momento nel panorama della narrativa italiana. La generazione dei nati negli anni Settanta è contraddistinta soprattutto da una scrittura a servizio della realtà, dove realmente gli autori erano tornati a uno spirito che con una brutta locuzione poteva dirsi "di servizio". Un servizio all’idea di verità e realtà che ogni scrittore ha perseguito poi a modo suo. L’Italia, con la sua realtà politica e sociale di questi anni, con i suoi mutamenti, ha rappresentato l’ossessione per molti autori, un’ossessione che è entrata nei racconti o nei romanzi. È stato un decennio nel quale i nuovi narratori hanno raccontato molto di più il Paese rispetto a quella generazione che li ha preceduti. Non per miopia dei loro fratellini maggiori, ma proprio perché negli anni Duemila sono arrivate le "guerre umanitarie", la precarietà del lavoro, l’inasprimento della criminalità organizzata, il terrorismo internazionale. Gli scrittori si sono rapportati con queste cose con più o meno successo, ma con coraggio».

  • E adesso?

«Ora si affaccia una nuova generazione. Non sono ancora trentenni ed è ancora difficile tracciare quali saranno le loro tematiche, non è chiaro se la principale ossessione resti la realtà o altro. Certamente questi giovanissimi "under 25" hanno volutamente perso di vista il Paese in cui vivono, per occuparsi invece di una sfera più personale. Goffredo Fofi ha parlato di una nuova dicotomia nella narrativa italiana di questi anni: da una parte i romanzi dei sentimenti più comuni e dall’altra quelli che raccontano l’orrore della società (fino ad autocompiacersene e a sfociare nel "tremendismo"). Per adesso questi "non ancora trentenni" sembrano propendere verso la prima categoria, ma è solo una tendenza, non ancora un’adesione».

  • Un appuntamento come "Officina Italia" si propone di mettere in dialogo tra loro gli scrittori italiani. Quanto è importante per lei il confronto con i suoi colleghi?

«È fondamentale, anche se gli scrittori, come tutti sanno, a volte è meglio non conoscerli, soprattutto se si ha un ottimo parere dei loro libri. Ho tanti amici scrittori, e con alcuni di loro c’è un’amicizia fraterna, un legame di sangue. Per me è importante che uno scrittore giovane sia amico di uno meno giovane, affinché le esperienze si mescolino e il più giovane apprenda le qualità dei più anziani. La pazienza ad esempio. Una qualità vera del narratore secondo me è il giusto tempo da dare a un testo per farlo crescere. È quello ho imparato con l’amicizia di Ferruccio Parazzoli ed Enzo Siciliano, due grandi narratori che hanno avuto la grandezza di aprirsi a tanti giovani narratori».

  • Un altro aspetto di questa manifestazione risiede nel fatto che chiede agli scrittori di affrontare argomenti di attualità e anche di politica. Per lei quanto conta e come si realizza questa dimensione di "impegno"?

«Sono un seguace di una letteratura delle cose, quella in cui gli scrittori si confrontano seriamente e duramente con la realtà, con la storia, con la società e, perché no, anche con la politica. La scrittura ha un valore artistico, ma come può uno scrittore non essere testimone del proprio tempo? L’obiezione che si fa a chi parla di una letteratura dell’impegno e alla figura dell’intellettuale d’engagement è quella del "rischio propaganda": si prospetta la figura di uno scrittore prono e al servizio, senza se senza ma, di un’ideologia. Purtroppo la storia della letteratura è piena di tristi vicende di questo tipo, ma tra la letteratura come mero spettacolo e quella di mera propaganda c’è un mare che molti fingono di non vedere. Ma come si fa?».

Roberto Carnero

   Letture n.647 maggio 2008 - Home Page