Si terrà a
Milano, dal 14 al 16 maggio (presso la Palazzina Liberty), la
manifestazione "Officina Italia" (a cura di Antonio Scurati e
Alessandro Bertante). Un "festival dell’inedito" in cui alcuni
scrittori italiani – tra gli altri, Sebastiano Vassalli, Walter Siti,
Michele Mari, Laura Pariani, Sandro Veronesi, Valeria Parrella, Alessandro
Zaccuri – leggeranno brani di loro opere ancora incompiute.
Abbiamo
posto alcune domande a uno degli scrittori che saranno presenti a questo
importante evento, Mario Desiati. Nato nel 1977 a Martina Franca, oggi
vive a Roma, dove è capo-redattore della rivista Nuovi Argomenti.
Nel 2006 è uscito, nella collana "Strade blu" di Mondadori, il
suo bel romanzo Vita precaria e amore eterno, con il quale ha vinto
il Premio per l’impegno e la letteratura civile "Paolo
Volponi". Per Minimum Fax nel 2007 ha curato il volume Voi siete
qui Best Off, con il meglio delle riviste italiane.
- Desiati, a cosa sta lavorando?
«A un romanzo su una storia vera (che chissà se
riuscirò a far percepire) di amore e terra. Assieme a questo, sto
preparando un documentario narrativo sui nuovi emigranti italiani».
- C’è un tema particolare che le sta a cuore e che
vorrebbe trattare in futuro?
«Un romanzo sull’amianto, i martiri dell’emigrazione
italiana che hanno perso il loro futuro per costruirne uno degno ai loro
figli. Le centinaia di persone che hanno lasciato i loro paesi per andare
a lavorare negli anni Sessanta in mezzo a montagne di polvere d’amianto
e condannarsi a una morte orribile. Ci sono interi paesi nell’entroterra
salentino abitati da miei coetanei orfani. Alcuni di loro sono orfani di
padre e di madre, perduti quasi tutti tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio
dei Novanta».
- Come è nata la sua esperienza a Nuovi Argomenti?
«È nata sin da quando ho iniziato a scrivere. Nuovi
Argomenti era l’unica rivista letteraria che riuscivo a trovare in
paese, e l’unico luogo che mi sembrava adatto a uno scrittore. Insomma
quando ero "in formazione" non credevo possibile uno
"scrittore-bancario", uno "scrittore-avvocato", anche
uno "scrittore-professore". Ingenuità dell’adolescenza, ma
quello strano imprinting mi è rimasto, e ho sempre desiderato
affiancare un lavoro editoriale a quello di autore».
- Come convivono il suo lavoro di scrittore con quello
di editor di questa importante rivista?
«Purtroppo, per chi lavora nell’editoria e
contemporaneamente scrive, si pone un doppio dilemma, quello con se stessi
(un coacervo composto di coscienza, idiosincrasie, gusti... perché no,
anche vanagloria) e quello con il mondo esterno (gli altri autori, con cui
spesso si instaura un rapporto professionale e non un rapporto di
umanità, per cui si deve drammaticamente esprimere un giudizio che
finirà per incidere sulla relazione). Elio Vittorini diceva che bisogna
abituarsi al rancore se si vuole fare questo lavoro. Chi sceglie cosa
pubblicare e cosa no ha una responsabilità, prima che professionale,
culturale. Tutti dicono che lavorare sui libri altrui a volte spappoli il
cervello, leggere tanti inediti poi… Per me leggere tanta roba in
progress è un’occasione unica, a volte ci sono scrittori di una
sola pagina. La rivista ti dà l’occasione di pubblicarli».
- Dall’osservatorio privilegiato di Nuovi
Argomenti, quali giudica che siano le linee di tendenza principali
della narrativa italiana di oggi?
«Quattro anni fa Nuovi Argomenti proponeva una
serie di numeri dove far scrivere ed emergere quei narratori che si
stavano imponendo in quel momento nel panorama della narrativa italiana.
La generazione dei nati negli anni Settanta è contraddistinta soprattutto
da una scrittura a servizio della realtà, dove realmente gli autori erano
tornati a uno spirito che con una brutta locuzione poteva dirsi "di
servizio". Un servizio all’idea di verità e realtà che ogni
scrittore ha perseguito poi a modo suo. L’Italia, con la sua realtà
politica e sociale di questi anni, con i suoi mutamenti, ha rappresentato
l’ossessione per molti autori, un’ossessione che è entrata nei
racconti o nei romanzi. È stato un decennio nel quale i nuovi narratori
hanno raccontato molto di più il Paese rispetto a quella generazione che
li ha preceduti. Non per miopia dei loro fratellini maggiori, ma proprio
perché negli anni Duemila sono arrivate le "guerre umanitarie",
la precarietà del lavoro, l’inasprimento della criminalità
organizzata, il terrorismo internazionale. Gli scrittori si sono
rapportati con queste cose con più o meno successo, ma con coraggio».
«Ora si affaccia una nuova generazione. Non sono ancora
trentenni ed è ancora difficile tracciare quali saranno le loro
tematiche, non è chiaro se la principale ossessione resti la realtà o
altro. Certamente questi giovanissimi "under 25" hanno
volutamente perso di vista il Paese in cui vivono, per occuparsi invece di
una sfera più personale. Goffredo Fofi ha parlato di una nuova dicotomia
nella narrativa italiana di questi anni: da una parte i romanzi dei
sentimenti più comuni e dall’altra quelli che raccontano l’orrore
della società (fino ad autocompiacersene e a sfociare nel "tremendismo").
Per adesso questi "non ancora trentenni" sembrano propendere
verso la prima categoria, ma è solo una tendenza, non ancora un’adesione».
- Un appuntamento come "Officina Italia" si
propone di mettere in dialogo tra loro gli scrittori italiani. Quanto
è importante per lei il confronto con i suoi colleghi?
«È fondamentale, anche se gli scrittori, come tutti
sanno, a volte è meglio non conoscerli, soprattutto se si ha un ottimo
parere dei loro libri. Ho tanti amici scrittori, e con alcuni di loro c’è
un’amicizia fraterna, un legame di sangue. Per me è importante che uno
scrittore giovane sia amico di uno meno giovane, affinché le esperienze
si mescolino e il più giovane apprenda le qualità dei più anziani. La
pazienza ad esempio. Una qualità vera del narratore secondo me è il
giusto tempo da dare a un testo per farlo crescere. È quello ho imparato
con l’amicizia di Ferruccio Parazzoli ed Enzo Siciliano, due grandi
narratori che hanno avuto la grandezza di aprirsi a tanti giovani
narratori».
- Un altro aspetto di questa manifestazione risiede nel
fatto che chiede agli scrittori di affrontare argomenti di attualità
e anche di politica. Per lei quanto conta e come si realizza questa
dimensione di "impegno"?
«Sono un seguace di una letteratura delle cose, quella
in cui gli scrittori si confrontano seriamente e duramente con la realtà,
con la storia, con la società e, perché no, anche con la politica. La
scrittura ha un valore artistico, ma come può uno scrittore non essere
testimone del proprio tempo? L’obiezione che si fa a chi parla di una
letteratura dell’impegno e alla figura dell’intellettuale d’engagement
è quella del "rischio propaganda": si prospetta la figura
di uno scrittore prono e al servizio, senza se senza ma, di un’ideologia.
Purtroppo la storia della letteratura è piena di tristi vicende di questo
tipo, ma tra la letteratura come mero spettacolo e quella di mera
propaganda c’è un mare che molti fingono di non vedere. Ma come si fa?».
Roberto Carnero