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Lingua e...

  
Il bravo storico per l’italiano "cattivo"

di Claudio Marazzini
  


   Letture n.647 maggio 2008 - Home Page

Un esperto di storia della lingua italiana come Pietro Trifone non ha paura di sporcarsi le mani e affrontare la "malalingua", come si intitola il suo ultimo testo. Perché turpiloqui e trivialità arricchiscono "dal basso" l’idioma.
   

Pietro Trifone, professore nell’università di Roma "Tor Vergata", è un esperto della storia linguistica di Roma e del Lazio: è appena uscita una sua sintesi sul tema nella collana "Le Bussole" di Carocci (2008, pagg. 128, euro 8,50) la Storia linguistica di Roma , agile percorso nella "turbinosa" vicenda linguistica della capitale d’Italia. Non tutti sanno che Roma, nel Rinascimento, dopo il sacco del 1527, conobbe una trasformazione radicale nella parlata, la quale, da meridionale che era, si avvicinò grandemente al toscano, anche per influsso dei papi della famiglia Medici e delle loro corti popolate di servitori, artigiani, artisti e segretari. Trifone ha descritto la storia di una città proteiforme, «caput mundi di michelangiolesco splendore e chiavica del monno bellianamente plebea», come dice nella premessa. Insomma, benché lo studioso sia un raffinatoCopertina del volume: Storia linguistica di Roma. accademico (è stato anche rettore dell’Università per stranieri di Siena), ha la capacità di accostarsi, quando occorre, ai temi popolari, agli aspetti "bassi" e "realistici". Basti dire che a lui dobbiamo la piena valutazione dell’importanza documentaria (anche linguistica) dei cosiddetti "cartelli diffamatori", cioè le scritte di insulto e di polemica appese per le strade della città eterna nel Seicento. Se ne sono conservate alcune negli archivi, assieme ai documenti processuali. Si tratta di testi contenenti lessico dialettale ed errori tipici degli ambienti urbani medio-bassi dell’Urbe. In un libro di qualche anno fa su Roma e il Lazio (Utet libreria, 1993), Pietro Trifone ha pubblicato un "cartello" del 1666 che comincia così: «Martino beco sacco de corna lasseme stà percè io te volio manà in galera...». Chi ha scritto, si rivolgeva con odio a un marito cornuto. Il testo è ora ripreso nella "Bussola" di Trifone, dove il cartello diffamatorio, a suo tempo appeso sulla porta di una bottega di barbiere del sec. XVII, fino al sequestro come elemento dell’inchiesta giudiziaria, viene definito «al limite della pura oralità». L’oralità è infatti una delle sirene che più incantano i linguisti di oggi, tanto più quando si tratta di riscoprire le voci di secoli lontani, epoche ormai mute, in cui per il recupero della parola è necessaria la mediazione dello scritto.

La presentazione di Pietro Trifone ci serve per introdurre un altro suo libro appena uscito. Anche questo, insolito fin dal titolo: Malalingua (Il Mulino, 2007, pagg. 211, euro 16,00). Il sottotitolo spiega di più: "L’italiano scorretto da Dante a oggi". Di solito i linguisti si occupano di buon italiano. Se si accostano a quello cattivo, non di rado ci raccontano di rivoluzioni antropologiche che hanno ormai legittimato gli errori e li hanno "grammaticalizzati", o stanno per farlo. Invece Trifone non ha paura di rovistare coraggiosamente nella "pattumiera" della lingua, come si legge nella quarta di copertina: saltano fuori argomenti come il turpiloquio di Dante in Malebolge (le "maleparole di Malebolge", come dice Trifone), il Verga più anomalo, il complesso di inferiorità del "periferico" Italio Svevo, le storpiature di Totò (ma anche di Sordi e Verdone), le bizzarrie del linguaggio giovanile, l’"inglesorum". Questi sono solo alcuni dei "cattivi esempi" di malalingua esaminati nel libro. Tuttavia non sono cattivi esempi da condannare senza pietà. Trifone spiega che i sani condimenti regionali e popolari possono giovare, più o meno come giovano alla cucina, quando insaporiscono il nostro carattere di cittadini di una regione mediterranea. La nostra dieta linguistica, dunque, non deve essere troppo omologata.

Tra gli argomenti del libro, mi soffermerò su due particolarmente curiosi. In realtà curiosi sono tutti, e davvero c’è l’imbarazzo della scelta, quando si deve indicare un capitolo particolare per la sua esemplarità. Se posso affidarmi a una preferenza soggettiva, dico che mi ha incuriosito in modo speciale il capitolo che propone l’analisi dei trenta quaderni di scuola di Checchina Ferri, bambina negli anni 1876-78. Trifone ha avuto la fortuna di trovare questi quaderni scolastici presso una libreria antiquaria di Roma. Checchina è spesso alle prese con un italiano troppo aulico per essere probabile: «Cercai aita. L’angue è velenoso. Tu sei molto ultore». In altri casi le vengono sottoposte frasi da correggere per eliminare dialettismi o sconcordanze. A volte ci riesce, a volte sbaglia, come quando inciampa in «Voglio che facci ciò che io ti dico». Anche i bambini dell’Ottocento commettevano errori, e la scuola non era perfetta, come non lo è oggi.

Copertina del volume: Malalingua-Ma forse è ancora più interessante un altro capitolo di Malalingua, dedicato al vocabolario italiano a cui toccò la sorte peggiore: fu bruciato in piazza. A suo tempo, Bruno Migliorini, in un saggio del 1940, aveva parlato di questo disgraziato Vocabolario cateriniano del Gigli. Pietro Trifone ritorna sull’argomento dando al capitolo un titolo assai indovinato: "Il libro che Firenze mise al rogo". In tutta la tradizione lessicografica italiana, questo è il caso più noto di intervento di censura. D’altra parte il Gigli si era permesso un eccesso di assoluta libertà, superando di gran lunga i limiti assegnati ai lessicografici. Con termine moderno, potremmo dire che era stato "politicamente scorretto", e molto scorretto, irriverente verso l’autorità. Aveva deriso tutte le possibili caratteristiche del fiorentino, ne aveva messo alla berlina la più nota espressione fonetica, la "gorgia" (la spirantizzazione delle occlusive sorde intervocaliche), aveva sbeffeggiato gli eccessi del "frullone" cruscante. Il duca di Toscana Cosimo III chiese che Gigli fosse punito. Gigli fu cacciato dal seno degli Accademici della Crusca. Fu bandito da Roma (agosto 1717). Alcuni esemplari del Vocabolario cateriniano furono bruciati al suono della campana del Bargello. Migliorini suggerisce che il falò fosse quasi simbolico, perché alcuni che avevano consegnato il libro alle autorità avevano ricevuto la promessa che lo avrebbero riavuto dopo qualche giorno. Questa ipotesi forse è vera, se si tiene conto del fatto che diverse biblioteche italiane possiedono esemplari mutili del Vocabolario, ovviamente privi di frontespizio (il frontespizio non era stato ancora stampato), fermi alla lettera R. Alcuni di questi esemplari hanno 312 pagine, altri ne hanno 8 di più. Bruciato il libro, le disgrazie del Gigli non terminarono: fu costretto a una pubblica ritrattazione, a una serie di suppliche, si ridusse in miseria. Tornato a Roma dopo sette mesi, volle terminare nonostante tutto la propria opera, che fu stampata dopo la sua morte, a Lucca, con la falsa indicazione di "Manilla nell’Isole Filippine".

In realtà il Gigli non parlava male, anzi scriveva benissimo, ma voleva farlo in senese, non in fiorentino. La sua natura di "malalingua" non stava nella incapacità di evitare gli errori, ma nella sua eccessiva capacità di pungere con le parole.

Claudio Marazzini

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