Pietro
Trifone, professore nell’università di Roma "Tor Vergata", è
un esperto della storia linguistica di Roma e del Lazio: è appena uscita
una sua sintesi sul tema nella collana "Le Bussole" di Carocci
(2008, pagg. 128, euro 8,50) la Storia linguistica di Roma , agile
percorso nella "turbinosa" vicenda linguistica della capitale d’Italia.
Non tutti sanno che Roma, nel Rinascimento, dopo il sacco del 1527,
conobbe una trasformazione radicale nella parlata, la quale, da
meridionale che era, si avvicinò grandemente al toscano, anche per
influsso dei papi della famiglia Medici e delle loro corti popolate di
servitori, artigiani, artisti e segretari. Trifone ha descritto la storia
di una città proteiforme, «caput mundi di michelangiolesco splendore e
chiavica del monno bellianamente plebea», come dice nella premessa.
Insomma, benché lo studioso sia un raffinato
accademico (è stato anche rettore dell’Università per stranieri di
Siena), ha la capacità di accostarsi, quando occorre, ai temi popolari,
agli aspetti "bassi" e "realistici". Basti dire che a
lui dobbiamo la piena valutazione dell’importanza documentaria (anche
linguistica) dei cosiddetti "cartelli diffamatori", cioè le
scritte di insulto e di polemica appese per le strade della città eterna
nel Seicento. Se ne sono conservate alcune negli archivi, assieme ai
documenti processuali. Si tratta di testi contenenti lessico dialettale ed
errori tipici degli ambienti urbani medio-bassi dell’Urbe. In un libro
di qualche anno fa su Roma e il Lazio (Utet libreria, 1993), Pietro
Trifone ha pubblicato un "cartello" del 1666 che comincia così:
«Martino beco sacco de corna lasseme stà percè io te volio manà in
galera...». Chi ha scritto, si rivolgeva con odio a un marito cornuto. Il
testo è ora ripreso nella "Bussola" di Trifone, dove il
cartello diffamatorio, a suo tempo appeso sulla porta di una bottega di
barbiere del sec. XVII, fino al sequestro come elemento dell’inchiesta
giudiziaria, viene definito «al limite della pura oralità». L’oralità
è infatti una delle sirene che più incantano i linguisti di oggi, tanto
più quando si tratta di riscoprire le voci di secoli lontani, epoche
ormai mute, in cui per il recupero della parola è necessaria la
mediazione dello scritto.
La presentazione di Pietro Trifone ci serve per
introdurre un altro suo libro appena uscito. Anche questo, insolito fin
dal titolo: Malalingua (Il Mulino, 2007, pagg. 211, euro 16,00). Il
sottotitolo spiega di più: "L’italiano scorretto da Dante a
oggi". Di solito i linguisti si occupano di buon italiano. Se si
accostano a quello cattivo, non di rado ci raccontano di rivoluzioni
antropologiche che hanno ormai legittimato gli errori e li hanno "grammaticalizzati",
o stanno per farlo. Invece Trifone non ha paura di rovistare
coraggiosamente nella "pattumiera" della lingua, come si legge
nella quarta di copertina: saltano fuori argomenti come il turpiloquio di
Dante in Malebolge (le "maleparole di Malebolge", come dice
Trifone), il Verga più anomalo, il complesso di inferiorità del
"periferico" Italio Svevo, le storpiature di Totò (ma anche di
Sordi e Verdone), le bizzarrie del linguaggio giovanile, l’"inglesorum".
Questi sono solo alcuni dei "cattivi esempi" di malalingua
esaminati nel libro. Tuttavia non sono cattivi esempi da condannare senza
pietà. Trifone spiega che i sani condimenti regionali e popolari possono
giovare, più o meno come giovano alla cucina, quando insaporiscono il
nostro carattere di cittadini di una regione mediterranea. La nostra dieta
linguistica, dunque, non deve essere troppo omologata.
Tra gli argomenti del libro, mi soffermerò su due
particolarmente curiosi. In realtà curiosi sono tutti, e davvero c’è l’imbarazzo
della scelta, quando si deve indicare un capitolo particolare per la sua
esemplarità. Se posso affidarmi a una preferenza soggettiva, dico che mi
ha incuriosito in modo speciale il capitolo che propone l’analisi dei
trenta quaderni di scuola di Checchina Ferri, bambina negli anni 1876-78.
Trifone ha avuto la fortuna di trovare questi quaderni scolastici presso
una libreria antiquaria di Roma. Checchina è spesso alle prese con un
italiano troppo aulico per essere probabile: «Cercai aita. L’angue è
velenoso. Tu sei molto ultore». In altri casi le vengono sottoposte frasi
da correggere per eliminare dialettismi o sconcordanze. A volte ci riesce,
a volte sbaglia, come quando inciampa in «Voglio che facci ciò che io ti
dico». Anche i bambini dell’Ottocento commettevano errori, e la scuola
non era perfetta, come non lo è oggi.
Ma
forse è ancora più interessante un altro capitolo di Malalingua,
dedicato al vocabolario italiano a cui toccò la sorte peggiore: fu
bruciato in piazza. A suo tempo, Bruno Migliorini, in un saggio del 1940,
aveva parlato di questo disgraziato Vocabolario cateriniano del
Gigli. Pietro Trifone ritorna sull’argomento dando al capitolo un titolo
assai indovinato: "Il libro che Firenze mise al rogo". In tutta
la tradizione lessicografica italiana, questo è il caso più noto di
intervento di censura. D’altra parte il Gigli si era permesso un eccesso
di assoluta libertà, superando di gran lunga i limiti assegnati ai
lessicografici. Con termine moderno, potremmo dire che era stato
"politicamente scorretto", e molto scorretto, irriverente verso
l’autorità. Aveva deriso tutte le possibili caratteristiche del
fiorentino, ne aveva messo alla berlina la più nota espressione fonetica,
la "gorgia" (la spirantizzazione delle occlusive sorde
intervocaliche), aveva sbeffeggiato gli eccessi del "frullone"
cruscante. Il duca di Toscana Cosimo III chiese che Gigli fosse punito.
Gigli fu cacciato dal seno degli Accademici della Crusca. Fu bandito da
Roma (agosto 1717). Alcuni esemplari del Vocabolario cateriniano furono
bruciati al suono della campana del Bargello. Migliorini suggerisce che il
falò fosse quasi simbolico, perché alcuni che avevano consegnato il
libro alle autorità avevano ricevuto la promessa che lo avrebbero riavuto
dopo qualche giorno. Questa ipotesi forse è vera, se si tiene conto del
fatto che diverse biblioteche italiane possiedono esemplari mutili del Vocabolario,
ovviamente privi di frontespizio (il frontespizio non era stato ancora
stampato), fermi alla lettera R. Alcuni di questi esemplari hanno 312
pagine, altri ne hanno 8 di più. Bruciato il libro, le disgrazie del
Gigli non terminarono: fu costretto a una pubblica ritrattazione, a una
serie di suppliche, si ridusse in miseria. Tornato a Roma dopo sette mesi,
volle terminare nonostante tutto la propria opera, che fu stampata dopo la
sua morte, a Lucca, con la falsa indicazione di "Manilla nell’Isole
Filippine".
In realtà il Gigli non parlava male, anzi scriveva
benissimo, ma voleva farlo in senese, non in fiorentino. La sua natura di
"malalingua" non stava nella incapacità di evitare gli errori,
ma nella sua eccessiva capacità di pungere con le parole.
Claudio Marazzini