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cura di Paolo Pegoraro |
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Quello del diavolo è un nome scorretto e impronunciabile, tanto più in una cultura che si vuole autrice del bene come del male. Eppure l’ipotesi di un ente maligno che vorrebbe pervertire la storia dell’uomo ha sollecitato in modo speciale gli artisti, scrittori, musicisti e filosofi di ogni epoca. A sorpresa, l’interesse per il demoniaco riaffiora in questi ultimi anni: prima o poi, con lui bisogna proprio fare i conti...
«Sono un evoluzionista temperato alla Teilhard de Chardin», racconta Luca Desiato, autore di Minotauro (Mondadori, 2008) e familiare alla riflessione sul diabolico fin da Tra la perduta gente, «e concepisco il diavolo come qualcosa di endogeno, come una possibilità di degrado interna alla psiche umana. Ora il Vangelo, che non rinnega quanto c’è di attesa nelle religioni che l’hanno preceduto e che vengono dopo, riconosce quanto c’è di vero anche nella paura e nello sconcerto. Ecco allora che l’Ombra è quanto viene relegato sempre più ai margini dalla Luce che si espande, proiettandosi verso un futuro extrastorico ma che già pervade la storia. Esiste dunque una resistenza che si contrappone e stride contro il messaggio divino di amore, bellezza, felicità, redenzione – una resistenza, che il Vangelo ricorda senza assolutizzare. Ma quest’ombra è insita in uno stadio di sviluppo nella psiche umana? È qualcosa di atavico e regressivo residuato nell’uomo evoluto, anche credente e civilizzato? Da dove vengono questi conati ed esplosioni di violenza come Auschwitz, come il male fatto agli innocenti ma anche dagli innocenti... ad esempio da un gruppo di bambini che si divertono a torturare un gatto? Perfino nella crudeltà dei più piccoli balugina questa belluinità regressiva. Nel mio romanzo ho voluto raccontare il ritorno della Bestia annidata in un luogo sotterraneo per mettere in guardia dalla presenza oggettiva di qualcosa di maligno nei labirinti della psiche e risvegliare l’intelligenza del lettore. Oggi troppa letteratura è anestetizzata ed epidermica, fatta di sensazioni e ricordi d’infanzia ma priva di veri drammi: troppi romanzi oltrepassano i grandi temi e snobbano le grandi idee». Ci vuole insomma un palato robusto per affrontare il diavolo anche perché, come scriveva Bernanos, «l’odio di Satana è riservato ai santi».
Un altro autore che vede nel demonio un pungolo salutare che obbliga a prendere posizione uscendo dalle sabbie mobili di una illusoria neutralità è Pietrangelo Buttafuoco, autore de L’ultima del diavolo (Mondadori, 2008). «Quella del diavolo», ci dice, «è la figura rimossa per eccellenza: è la figura dell’avversario che finisce per svanire, secondo un processo insito nella metafisica occidentale che ha ben descritto Heidegger nel suo Nietzsche. Invece presso le culture orientali, come il taoismo o la grande tradizione induista ad esempio, la figura dell’avversario gode di ottima salute. L’ho voluta rievocare nel mio ultimo romanzo perché oggi l’Islam viene a risvegliarci, ha il grande compito di pungolare l’Occidente perché torni a combattere per il bene». Forza misteriosa, pendant sociale: bastano queste due necessità a dare un volto individuale al male? Ferruccio Parazzoli, che in Adesso viene la notte (Mondadori, 2008) ha inscenato le tentazioni di papa Paolo VI durante il rapimento dell’amico Aldo Moro, precisa il discorso: «Il diavolo è una figura imprescindibile dalla storia dell’umanità. Perché? Il male, come oggi viene interpretato, è qualcosa che o si trova in natura o è provocato dagli uomini, qualcosa di astratto che incide sulla vita dell’umanità, ma questa visione non rende ragione del mysterium iniquitatis. La poesia, la Bibbia e altre grande religioni hanno concluso che questo male andasse personificato, pur prendendo forme e attività differenti a seconda delle epoche. Oggi – come denunciò Paolo VI nei suoi interventi – questa presenza è ben percepibile nella dissoluzione dei tempi, della società, della politica, dell’economia. Il diavolo che ritraggo nel mio romanzo è il vecchio Lucifero che scommette con Dio, com’è uso fin dal povero Giobbe. Un diavolo che prima si presenta con tutte le sottigliezze della teologia ma che si rivela un diavolo scassone e buffonesco – come me lo descrisse un vescovo esorcista, mons. Gemma – che rompe seggiole, appicca fuoco alle tende, fa girare gli armadi. Un diavolo che prende in giro tutto e tutti, eppure è sempre infidamente subdolo». Una forza potente quanto grossolana nelle sue apparizioni: il diavolo è un «genio della parodia» come nota Parazzoli nella prefazione a Il diavolo sul pinnacolo di Turoldo, rifacendosi alla tradizione medievale che rappresenta Satana come invidiosa simia Dei che vorrebbe sostituire il proprio Creatore ma riesce solo a scimmiottarlo grottescamente. Un’immagine suggestiva, che il poeta irlandese Patrick Kavanagh riprese nel componimento A View of God and the Devil: Dio Padre gli appare «divertente, / sperimentale, / irresponsabile», mentre il demonio è «solenne / stucchevole [...] serio nelle cose non serie», permaloso e affetto dal complesso d’inferiorità è fin troppo consapevole di non essere creativo. «Satana ama la figura oggi castizzata del falso borderline, perché è il contrario del borderline autentico, Cristo, che era un borderline anche ontologicamente nell’unione della natura divina e della natura umana», concorda Cristiano Governa, autore del noir Il catechista (Aliberti 2007). Per poi proseguire: «Quello che ho provato a fare nel mio romanzo è stato ridisegnare i connotati del demonio, togliendogli quella caratteristica che gli abbiamo attribuito per millenni, cioè il fascino. Il demonio, oggi, è un venditore di pentole, un intrattenitore da crociera, un personaggio che fa della sguaiatezza il suo codice di comunicazione. Oggi il diavolo è riuscito a diventare un simpaticone, cosa a cui mira da sempre. Per questo ho provato a riempire il mio romanzo di connotati demoniaci. Il primo è dare l’idea di non esistere attraverso la creazione di un clima di continuo fescennino. Nella contemporaneità nulla è più triste di ciò che è festa: non siamo capaci di essere allegri, è come se ci fosse una patina nera e macabra nei nostri momenti di luce. Quello è il diavolo. Le sue carte primarie sono l’intrattenimento, l’affabulazione, l’idea che tu vai bene così come sei, anzi, peggio sei meglio vai bene. L’insegnamento-base del diavolo è nessuna regola perché io non vado verso niente, pertanto c’è solo l’adesso e le regole me le faccio io. Questo giustifica il tema orgiastico che – appunto – non porta a niente né produce niente: siamo di fronte a un’umanità eternamente festante tra aperitivi, happy hour e villaggivacanza, ma che non sa perché festeggia. Il diavolo fa lo stesso mestiere dei pagliacci che fanno animazione nei McDonald’s: porta la sua allegria posticcia in luoghi che non hanno bisogno di allegria, cioè le feste dei bambini che – essendo feste di bambini – sono già di per sé il massimo della gioia. Non c’è bisogno di uno vestito da pagliaccio che li faccia ridere, semmai è lui a mettere tristezza. Ecco, l’introduzione della necessità della gioia come sforzo e artificio è diabolica».
Che il diavolo sia una figura essenzialmente triste e portatrice di disperazione è un’altra idea ampiamente confermata dalla tradizione, come ad esempio nel trattato A Stagirio tormentato da un demone di Giovanni Crisostomo. Ma la concezione patristica del demonio quale servo triste – perché finisce col collaborare a quel piano che vorrebbe distruggere – giunge fino al Mefistofele di Goethe, che si definisce «una parte della forza che vuole sempre il male e opera sempre il bene». Da qui il bisogno di allegria artefatta, antitesi della lode e del ringraziamento (Is 38,18) che contraddistinguono il vero credente. «Altro elemento dell’azione demoniaca», prosegue Governa, «è disabituare gli esseri umani a interagire con quanto di doloroso c’è nella propria esistenza, in modo che quando sono chiamati a vivere l’esperienza del dolore, essendone disabituati, agiscano non nel tentativo di comprenderne l’essenza, ma di scaricarla su un colpevole. E la colpa è per forza di Dio. L’idea che la nostra fine fa parte di un Inizio più grande è stata completamente spezzata: se io rimuovo la malattia e la morte, nel momento in cui queste realtà ci colgono abbiamo l’ossessione di capire chi ha voluto questo, e non perché. Non ho dubbio che se il diavolo riuscisse ad avere degli exit-poll risulterebbe in netto vantaggio su Dio: è il diavolo, il candidato dell’essere umano. Se non interviene Qualcuno a strapparglielo di mano, il diavolo ha un marketing formidabile, basato sull’idea dell’io-sono-tutto e io-posso-essere-tutto. E chi oggi dice questo, chi appiattisce nel nulla ciò che almeno potevamo sperare fosse il male, è la televisione. Il diavolo è uno che inverte il senso di marcia su tutto le cose: la televisione è servita per alfabetizzare l’Italia, oggi attraverso la leggerezza continua sta distruggendo ogni senso critico. Ma la grande salute del demonio non mi spaventa, è un sintomo della grande salute di Dio». L’ultimo scrittore da noi interpellato è Walter
Binaghi, autore de I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti
cronista padano (Sironi, 2007), un noir dove il demoniaco
dispiega tutte le proprie carte. «Nel mio romanzo», spiega, «ho cercato
di dare un senso compiuto ad alcune percezioni diffuse, scoprendo
laicamente che questo senso permane solo nella teologia cattolica. Direi
quindi che il diavolo è un elemento essenziale dell’unica
rappresentazione della realtà che è in grado di dare conto del
"paradosso umano", come lo definisce Pascal. Sono filosofo di
formazione – quindi per me la coerenza e la sintesi sono valori
fondamentali – e posso dire che il diavolo è necessario, sia
narrativamente che metafisicamente. Non si può rappresentare il Male solo
come un "cosa" o una privatio boni, come ci è stato
insegnato in una certa versione dell’agostinismo. La corruzione e la
persecuzione sistematiche dell’essere umano non si spiegano come una
semplice condizione, ma richiedono un soggetto che fa di questa
condizione un progetto. Questo per dirne la realtà metafisica. Sul
piano della scrittura, invece, Satana può essere un’esigenza per una
narratologia che vuol dar conto della complessità del reale.
Narrativamente ho tentato di mettere in relazione tutto il male che
percepisco, costruendo una tessitura in cui tutte le ignominie che si
possono compiere sull’essere umano e la corruzione psicologica della
realtà mediatica hanno un comune orditore. Cosa centra
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