Anche
negli ultimi anni, come avviene puntualmente da secoli, il ceto
intellettuale italiano ha convogliato il proprio malessere nei soliti,
rassicuranti binari della deprecatio temporum, declinata ora in
chiave di mesta elegia, ora di strilli allarmati, dietro i quali è
facile indovinare un indomabile astio per la modernità di massa, tabe
corruttrice di tradizioni nobilissime, disgrazia che ha squassato gli
scrittoi della Penisola.
Troppo facile. Bisogna essere grati a Franco Brevini
– docente universitario e giornalista di vaglia – che con curiosità
e pazienza ha deciso in Un cerino nel buio di percorrere una via
più impervia, sceverando di volta in volta il grano dal loglio, nel
guardare a questi nostri tempi. Si compone così un volume di difficile
definizione, che bordeggia numerose discipline (dalla sociologia alla
psicanalisi, dall’antropologia alla critica letteraria), fluttuando
tra saggistica e autobiografia senza precipitare nel gorgo perfido dello
specialismo per eletti: il che del resto avrebbe significato tradire gli
intenti primari dell’opera.
In effetti, si tratta in primo luogo di offrire la
testimonianza di un disagio ineludibile, derivante dall’impressione di
maneggiare saperi ormai museificati, di fronte ai quali anche studenti
brillanti paiono
mostrare
estraneità e sgomento (qui bisogna dire che il confronto diretto con
questa situazione, latente da decenni, è da annoverarsi tra le salutari
conseguenze della vituperata riforma dell’università). Monumenti
letterari che avevano emozionato e divertito intere generazioni oggi ai
più paiono piuttosto indecifrabili geroglifici aztechi, sia sul piano
della lingua sia sul piano dei valori che veicolano. Che cosa si dovrà
ricavarne? Mera indignazione, condita di scherno, come nei tanti "stupidari"
compilati di recente?
Di fatto, la reazione più consueta si basa sull’appellativo
"barbari", impugnato da svariati osservatori, come Alessandro
Baricco, o Marcello Veneziani. Anche Brevini chiama in causa il termine,
mantenendo peraltro ferma la convinzione che la cultura non abbia «mai
goduto di una salute tanto buona come nella società dei media,
sia per la disponibilità degli strumenti, sia per la capillarità della
penetrazione sociale». Certo, tutto sta a vedere quale cultura. Il
punto è che l’estremo dinamismo del panorama attuale rappresenta uno
stato fisiologico. L’emergere dal basso di nuove esigenze ha aperto
una breccia ai prodotti di intrattenimento, che non necessariamente deve
rimare con stordimento. Agli occhi di Brevini, sarebbe ottuso
interpretare la modernità unicamente in chiave di omologazione,
checché ritengano i Pasolini in sedicesimo che pontificano a ogni
crocicchio.
Il catastrofismo apocalittico del ceto umanistico si
spiega innanzitutto come un’orgogliosa rivolta in difesa della propria
presunta superiorità. Ma, come sempre, è questione di punti di vista:
il «rimpianto degli alberi degli zoccoli» dipende semplicemente da
quali calzature si avevano indosso da ragazzi. Nessuno vieta di
vagheggiare i tempi in cui novantanove zappavano e uno soltanto passava
le serate sull’Orlando furioso, ma se si vogliono guardare i
fatti in prospettiva storica – tenendo conto che tuttora la
maggioranza degli italiani ha conseguito al massimo la licenza media –
credere in un vertiginoso e universale abbassamento di livello non è
solo sbagliato: è grottesco. In definitiva, a essere ora in gioco non
è la cultura, ma il modello di cultura letteraria dominante nel secolo
scorso. Finita una stagione, è inevitabile sentirsi un po’ come i
classicisti del primo Ottocento di fronte all’allegro furore con cui i
romantici gettavano alle ortiche i corredi mitologici.
Quando ha avuto inizio, il paradigma oggi dominante?
Invitato alla discussione dal comitato scientifico di Letture,
Brevini propone come discrimine decisivo gli anni Ottanta, nel corso dei
quali emergono stili di vita fondati su nuovi valori, sostenuti dall’egemonia
modellizzante degli audiovisivi. Secondo Aldo Giobbio, invece, alla fine
del Novecento si è soltanto resa più evidente una frattura che viene
da lontano, e affonda le radici nel fallimento della modernizzazione
italiana, dimostrato dalle disperanti condizioni in cui versa il
comparto scolastico.
Al proposito, Roberto Carnero osserva come la
difficoltà e il fascino del compito dell’insegnante stiano nel ruolo
di tramite con un patrimonio che non andrebbe certo liquidato, ma
aggiornato con acume, abbandonando l’ostinato misoneismo vittimistico
che ha preso piede. Troppo spesso – aggiunge Brevini – i ceti
umanistici propugnano una idea ornamentale di cultura, senza riflettere
sulle conseguenze nefaste che la sdegnosa rinuncia al concetto di
utilità comporta. Per riacquistare funzioni e prestigio sociale,
critici e insegnanti dovrebbero ripartire da una lucida analisi dei
mutamenti intervenuti, tenendosi alla larga tanto da indulgenze
populiste quanto da demonizzazioni pregiudiziali, nella consapevolezza
che – al di là dei mezzi verso i quali si indirizzano – i bisogni
di liricità o di narrazione permangono intatti.
Su questi presupposti, nelle pagine di Un cerino
nel buio non si incontrano slogan apodittici, ma una serie di
domande cruciali, spesso disposte nell’arco di una conversazione, come
nel Dialogo di Pierino e dello scolaro di Barbiana, punteggiato
di perplessità sulle generose utopie che animarono la Lettera a una
professoressa. Quarant’anni più tardi, per don Antonio Rizzolo,
rimane tuttavia molto attuale la rivendicazione di una lingua
comprensibile a tutti, lontana da fumisterie e ricercatezze. Del resto
proprio la scrittura scorrevole e cordiale, mossa da una vivace
alternanza di registri, è tra i meriti più visibili del lavoro in
esame, come fa notare Ferruccio Parazzoli, pessimista sulla parabola
dell’attuale produzione culturale, prona alle esigenze del mercato e
piattamente conforme alle richieste della società.
Il problema, per riprendere un’immagine di Brevini,
sta nel fatto che «l’orografia letteraria è stata completamente
ridisegnata», e laddove un tempo si stagliavano poche vette di
quattromila metri su una pianura uniforme, oggi troviamo «numerose
montagne di tremila metri che sorgono da una catena affollata di cime».
Riconoscere i punti culminanti, i capolavori del nostro tempo, risulta
quindi sempre più arduo, per lo specialista e per l’appassionato,
spiazzati dall’involuzione cui è andata incontro la Terza pagina e la
stampa culturale in genere, incline ormai alla cronaca spicciola, alle
scaramucce, ai pettegolezzi. Tutto questo, nel momento in cui lo
sviluppo vorticoso della Rete determina un aumento delle responsabilità
del lettore, chiamato a trascegliere, nella quotidiana bufera di
informazioni, ciò che davvero conta, ciò che si può ritenere
affidabile.
Forse è presto per capire quali scenari apra la
radicale democrazia telematica che va prospettandosi. Intanto però il
computer si è rivelato un vettore di scritture formidabile, a dispetto
delle spade sguainate dai passatisti, che solo ultimamente accennano a
rinfoderare. In fin dei conti, con pochi o molti rimpianti, si può
vivere e lavorare decorosamente anche dopo aver celebrato il funerale
del liceo e dei giornali del bel tempo andato.
Mauro Novelli