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Arrivano i barbari? Dipende da quali...

di Mauro Novelli


   Letture n.648 giugno-luglio 2008 - Home Page Franco Brevini,
Un cerino nel buio,
Bollati Boringhieri, 2008, pagg. 190, euro 13,00.
  

Anche negli ultimi anni, come avviene puntualmente da secoli, il ceto intellettuale italiano ha convogliato il proprio malessere nei soliti, rassicuranti binari della deprecatio temporum, declinata ora in chiave di mesta elegia, ora di strilli allarmati, dietro i quali è facile indovinare un indomabile astio per la modernità di massa, tabe corruttrice di tradizioni nobilissime, disgrazia che ha squassato gli scrittoi della Penisola.

Troppo facile. Bisogna essere grati a Franco Brevini – docente universitario e giornalista di vaglia – che con curiosità e pazienza ha deciso in Un cerino nel buio di percorrere una via più impervia, sceverando di volta in volta il grano dal loglio, nel guardare a questi nostri tempi. Si compone così un volume di difficile definizione, che bordeggia numerose discipline (dalla sociologia alla psicanalisi, dall’antropologia alla critica letteraria), fluttuando tra saggistica e autobiografia senza precipitare nel gorgo perfido dello specialismo per eletti: il che del resto avrebbe significato tradire gli intenti primari dell’opera.

In effetti, si tratta in primo luogo di offrire la testimonianza di un disagio ineludibile, derivante dall’impressione di maneggiare saperi ormai museificati, di fronte ai quali anche studenti brillanti paiono Copertina del volume.mostrare estraneità e sgomento (qui bisogna dire che il confronto diretto con questa situazione, latente da decenni, è da annoverarsi tra le salutari conseguenze della vituperata riforma dell’università). Monumenti letterari che avevano emozionato e divertito intere generazioni oggi ai più paiono piuttosto indecifrabili geroglifici aztechi, sia sul piano della lingua sia sul piano dei valori che veicolano. Che cosa si dovrà ricavarne? Mera indignazione, condita di scherno, come nei tanti "stupidari" compilati di recente?

Di fatto, la reazione più consueta si basa sull’appellativo "barbari", impugnato da svariati osservatori, come Alessandro Baricco, o Marcello Veneziani. Anche Brevini chiama in causa il termine, mantenendo peraltro ferma la convinzione che la cultura non abbia «mai goduto di una salute tanto buona come nella società dei media, sia per la disponibilità degli strumenti, sia per la capillarità della penetrazione sociale». Certo, tutto sta a vedere quale cultura. Il punto è che l’estremo dinamismo del panorama attuale rappresenta uno stato fisiologico. L’emergere dal basso di nuove esigenze ha aperto una breccia ai prodotti di intrattenimento, che non necessariamente deve rimare con stordimento. Agli occhi di Brevini, sarebbe ottuso interpretare la modernità unicamente in chiave di omologazione, checché ritengano i Pasolini in sedicesimo che pontificano a ogni crocicchio.

Il catastrofismo apocalittico del ceto umanistico si spiega innanzitutto come un’orgogliosa rivolta in difesa della propria presunta superiorità. Ma, come sempre, è questione di punti di vista: il «rimpianto degli alberi degli zoccoli» dipende semplicemente da quali calzature si avevano indosso da ragazzi. Nessuno vieta di vagheggiare i tempi in cui novantanove zappavano e uno soltanto passava le serate sull’Orlando furioso, ma se si vogliono guardare i fatti in prospettiva storica – tenendo conto che tuttora la maggioranza degli italiani ha conseguito al massimo la licenza media – credere in un vertiginoso e universale abbassamento di livello non è solo sbagliato: è grottesco. In definitiva, a essere ora in gioco non è la cultura, ma il modello di cultura letteraria dominante nel secolo scorso. Finita una stagione, è inevitabile sentirsi un po’ come i classicisti del primo Ottocento di fronte all’allegro furore con cui i romantici gettavano alle ortiche i corredi mitologici.

Quando ha avuto inizio, il paradigma oggi dominante? Invitato alla discussione dal comitato scientifico di Letture, Brevini propone come discrimine decisivo gli anni Ottanta, nel corso dei quali emergono stili di vita fondati su nuovi valori, sostenuti dall’egemonia modellizzante degli audiovisivi. Secondo Aldo Giobbio, invece, alla fine del Novecento si è soltanto resa più evidente una frattura che viene da lontano, e affonda le radici nel fallimento della modernizzazione italiana, dimostrato dalle disperanti condizioni in cui versa il comparto scolastico.

Al proposito, Roberto Carnero osserva come la difficoltà e il fascino del compito dell’insegnante stiano nel ruolo di tramite con un patrimonio che non andrebbe certo liquidato, ma aggiornato con acume, abbandonando l’ostinato misoneismo vittimistico che ha preso piede. Troppo spesso – aggiunge Brevini – i ceti umanistici propugnano una idea ornamentale di cultura, senza riflettere sulle conseguenze nefaste che la sdegnosa rinuncia al concetto di utilità comporta. Per riacquistare funzioni e prestigio sociale, critici e insegnanti dovrebbero ripartire da una lucida analisi dei mutamenti intervenuti, tenendosi alla larga tanto da indulgenze populiste quanto da demonizzazioni pregiudiziali, nella consapevolezza che – al di là dei mezzi verso i quali si indirizzano – i bisogni di liricità o di narrazione permangono intatti.

Su questi presupposti, nelle pagine di Un cerino nel buio non si incontrano slogan apodittici, ma una serie di domande cruciali, spesso disposte nell’arco di una conversazione, come nel Dialogo di Pierino e dello scolaro di Barbiana, punteggiato di perplessità sulle generose utopie che animarono la Lettera a una professoressa. Quarant’anni più tardi, per don Antonio Rizzolo, rimane tuttavia molto attuale la rivendicazione di una lingua comprensibile a tutti, lontana da fumisterie e ricercatezze. Del resto proprio la scrittura scorrevole e cordiale, mossa da una vivace alternanza di registri, è tra i meriti più visibili del lavoro in esame, come fa notare Ferruccio Parazzoli, pessimista sulla parabola dell’attuale produzione culturale, prona alle esigenze del mercato e piattamente conforme alle richieste della società.

Il problema, per riprendere un’immagine di Brevini, sta nel fatto che «l’orografia letteraria è stata completamente ridisegnata», e laddove un tempo si stagliavano poche vette di quattromila metri su una pianura uniforme, oggi troviamo «numerose montagne di tremila metri che sorgono da una catena affollata di cime». Riconoscere i punti culminanti, i capolavori del nostro tempo, risulta quindi sempre più arduo, per lo specialista e per l’appassionato, spiazzati dall’involuzione cui è andata incontro la Terza pagina e la stampa culturale in genere, incline ormai alla cronaca spicciola, alle scaramucce, ai pettegolezzi. Tutto questo, nel momento in cui lo sviluppo vorticoso della Rete determina un aumento delle responsabilità del lettore, chiamato a trascegliere, nella quotidiana bufera di informazioni, ciò che davvero conta, ciò che si può ritenere affidabile.

Forse è presto per capire quali scenari apra la radicale democrazia telematica che va prospettandosi. Intanto però il computer si è rivelato un vettore di scritture formidabile, a dispetto delle spade sguainate dai passatisti, che solo ultimamente accennano a rinfoderare. In fin dei conti, con pochi o molti rimpianti, si può vivere e lavorare decorosamente anche dopo aver celebrato il funerale del liceo e dei giornali del bel tempo andato.

Mauro Novelli

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