Con
i suoi libri pubblicati da Adelphi – La leggenda di Redenta Tiria (2005),
La vedova scalza (2006; vincitore del premio Campiello), Ritorno
a Baraule (2007) – Salvatore Niffoi ha disegnato un originale
percorso letterario, che ne fa, insieme alla sua conterranea Milena Agus,
lo scrittore sardo oggi più famoso. Ma che Sardegna è quella di Niffoi?
Si tratta di una terra barbara, rappresentata a tinte forti, con toni
accesi, che rimanda al modello deleddiano, ma con una dose maggiore di
violenza.
Se
ne ha conferma leggendo l’ultimo libro dello scrittore. Il
protagonista, Antoni Sarmentu, sale al santuario della Madonna di Gonare
per chiedere una grazia, ma in chiesa viene colpito da un fulmine. Da
quel giorno verrà chiamato in paese "Collodoro", perché l’ustione
gli ha impresso sul collo il segno della catenina d’oro del battesimo.
Quell’evento tra il miracoloso e il funesto gli ha anche lasciato un’altra
eredità: la capacità di scrutare le coscienze della gente. Come quella
del parroco, don Basiliu, persona spregevole che, dimentica dei doveri
del suo ministero, cerca di profittare dei loschi traffici che gravitano
attorno allo smaltimento dei rifiuti. Proprio sulla rappresentazione del
sacerdote si esercita il feroce sarcasmo del narratore, che dipinge, a
colori foschi, la figura di un "prete nero" vicino a certo
romanzo gotico.
Tale esasperazione di toni riguarda anche lo stile, e
in particolare la scelta linguistica. La lingua del romanzo, infatti,
incrocia l’italiano e il dialetto barbaricino, in un mix originale ma
anche di difficile lettura. E proprio a tal proposito va mosso a Niffoi
un ultimo appunto. Sembra che a lui non sia riuscito quanto invece il
siciliano Andrea Camilleri ha fatto in maniera efficace: impastare il
dialetto nell’italiano, in modo che il tutto sia facilmente compreso
anche al di fuori dell’ambito regionale.
Roberto Carnero