Era
inevitabile che prima o poi Paco Ignacio Taibo II mettesse mano alla
vita di Pancho Villa. Messicano di adozione, il più torrenziale
scrittore del nostro tempo trova in Villa un formidabile materiale per
quel genere biografico-narrativo nel quale si è cimentato più volte, e
che qui ha il suo frutto migliore.
Il
libro che ne risulta non è tanto una biografia ma una specie di
gigantesco corpo a corpo nel quale Taibo, sulla scorta di documenti
storici e non, cerca di ritrarre tutta la complessità del leggendario
rivoluzionario: lo studia, ne esamina la psicologia, ne analizza il
ruolo politico e il peso storico, osserva minuziosamente comportamenti e
fotografie («Pancho Villa è in bianco e nero. Per la generazione dell’autore
può essere tutt’al più virato seppia…»), molte delle quali sono
riprodotte nel volume. Dell’uomo «che era solito svegliarsi in un
luogo quasi sempre diverso», costretto in questo dalla condizione di
fuorilegge, ricorda quanto temesse di più un attacco della stampa –
secondo quanto raccontava il fratello Hipolito – che perdere una
battaglia. E sottolinea come, pur non essendo immune da una certa
spietatezza, si lasciasse commuovere dai bambini che giocavano: ogni
volta che succedeva intuiva che non andavano a scuola, e allora, sul
posto, ne fondava subito una. Taibo, inoltre, si immerge nella folla di
comprimari e di comparse che formarono il grande spettacolo della
Rivoluzione messicana, non ultimi alcuni "yankee" come Ambrose
Bierce e John Reed.
Il grande fervore affabulatorio dell’autore, che del
mestiere di storico condivide attenzione alle fonti e precisione ma
certamente non il distacco "scientifico", mette le oltre
ottocento pagine alla portata di tutti: in fondo, ogni biografia è una
raccolta di storie da raccontare.
Giuseppe Piacentino