Nella
collana "Poesia del ’900" escono le Poesie di Milo De
Angelis (Mondadori, 2008, pagg. XXXVIII + 282, euro 12,00). Abbiamo così
l’opportunità di misurarci integralmente con un percorso lirico che si
configura tra i più emblematici di quest’ultimo trentennio, a
cominciare dalla raccolta d’esordio, Somiglianze (1976), per
approdare all’ultimo libro, l’intenso canzoniere d’amore intitolato Tema
dell’addio (2005) in cui si rievoca la figura della poetessa
Giovanna Sicari, la moglie prematuramente scomparsa.
Tra questi due poli si inseriscono le raccolte Millimetri
(1983), Terra del viso (1985), Distante un padre (1989)
e Biografia sommaria (1999) che rappresenta un po’ lo spartiacque
rispetto alla produzione precedente, avvalendosi di un dettato più
disteso e narrativamente articolato che inaugura una nuova stagione non
rinnegando, al tempo stesso, l’enigmaticità tipica dei testi giovanili.
Eraldo
Affinati, nella sua esauriente introduzione, osserva: «Chi scrive crea
spazi magnetici dove i rapporti logici subiscono continue alterazioni,
senza essere abbandonati mai del tutto: anzi i colpi che ricevono li fanno
emergere ancora di più, come se le parole, bassorilievi dell’esperienza,
fossero la parte visibile di ciò che manca». Lo stesso Affinati
giustamente rileva come la definizione di "neo-orfismo" che
contrassegnava la prima fase di questo singolare percorso poetico, legata
soprattutto all’esperienza della rivista Niebo, si basasse su un
equivoco di fondo dovuto alle difficoltà interpretative insite nella
pronuncia stessa di De Angelis, dove il senso si sovrappone al senso,
creando una sorta di "iceberg semantico" ricco di innumerevoli
analogie e similitudini.
Questo frammentismo dagli esiti drammatici e stranianti
si incaglia sopra lacerti di conversazioni che possono ricordare i
dialoghi inconcludenti di certo Beckett, risolvendosi in improvvisi
squarci visionari in cui i vocaboli, caricati di troppo senso, finiscono
per andare alla deriva perdendo la loro valenza originaria.
Tali caratteristiche presuppongono una lettura a chiave,
a più piani, un continuo lavoro di scavo e decifrazione di reperti venuti
casualmente alla luce. Con gli anni l’itinerario di De Angelis si è
fatto meno ermetico rispetto all’iniziale concezione di una parola
ondivaga, inquieta, e più aperto a nuove tentazioni espressive come
quella legata a una cadenza quasi narrativa, come dimostrano alcune
sequenze delle due ultime raccolte.
Ma De Angelis si sente soprattutto un poeta
"lirico", come lo furono Osip Mandel’štam e Marina Cvetaeva,
di un lirismo visionario e contorto che abbisogna dell’oscurità per
giungere alla chiarezza che caratterizza ora la sua conversazione.
- La tua poesia è spesso ambientata nell’hinterland
milanese, con descrizioni allucinate di una realtà metropolitana
sempre più violenta e cupa. Questo tema si allaccia a quello della
tua biografia – non a caso uno dei tuoi libri più significativi si
intitola Biografia sommaria –, producendo esiti di una
narratività stravolta che tende a descrivere alcuni frammenti di
esistenze precarie intrecciate indissolubilmente alla tua. Ce ne puoi
parlare?
«Esiste, è vero, questa Milano nei miei libri. Questa
Milano di un grigio potente, alla Sironi: i muri della Breda, della Falck,
della Marelli, i grandi stili dell’industria. È una periferia di metano
e di palestre, di cinema rionali, di tornei, di bar e di balere. Con la
presenza di grandi amici, compagni di strada, di squadra, di scuola. Ombre
che mi parlano, che non mi parlano più. Che non cessano di non parlarmi».
- Rispetto all’antologia Dove eravamo già stati (Donzelli,
2001) nel recente volume Poesie hai deciso di ripercorrere in
toto il tuo itinerario poetico. Per quale ragione?
«Fare un’antologia significa fare una strage. Ognuno
dei libri originari aveva un’architettura, una trama di rimandi e
riprese. Tutto viene spazzato via. Rimangono – ed è giusto che sia
così – le poesie più belle, in una sorta di infinito presente».
- Quali sono gli autori che rappresentano un punto di
riferimento costante per la tua opera?
«Giacomo Leopardi, Cesare Pavese, Eugenio Montale,
Mario Luzi, Franco Loi, Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, Giovanna Sicari».
- Con gli anni il tuo dettato è andato sempre più
illimpidendosi. Alla cripticità delle prime prove è gradualmente
subentrato nei tuoi versi un respiro meno affannoso, di maggior
distensione, anche se gli argomenti trattati rimangono spesso
controversi.
«Non sono un poeta che parte dalla realtà. Alla
realtà – e alla chiarezza – cerco semmai di arrivarci, attraversando
grandi spessori di silenzio. Talvolta mi succede. Ma resto un poeta
lirico, con la sua oscurità inevitabile e improvvise accensioni che
gettano una provvisoria luce in questa oscurità».
- Dal 1976, anno di pubblicazione della raccolta Somiglianze,
ad oggi sono trascorsi più di trent’anni, periodo in cui hai avuto
modo di rielaborare e approfondire alcune concezioni legate alla
poesia in rapporto con la modernità. Quali ritieni siano le più
indicative?
«Un libro non termina quando finisce l’ultima pagina,
ma quando completa un’esperienza stilistica ed esistenziale. Dopo ogni
libro c’è un silenzio. Dapprima è l’eco di una voce che si spegne.
Poi è silenzio, semplicemente. Non il silenzio tra due note, ma il
silenzio di entrambe le note. Un libro è finito, certamente, e il
successivo non appare ancora all’orizzonte. È un silenzio intero, senza
nostalgia né progetto. È uno stato di sospensione, talvolta
interrogativo o smarrito, ma sempre fertile: proprio lì dove sembra non
esserci sbocco, una parola bussa, preme, dà segnali, chiede confusamente
di venire alla luce. Proprio lì, dunque, percepiamo un’imminenza, anche
se non ne conosciamo ancora la via».
- «Milano lì davanti, lì davanti / come un’idea a
perpendicolo / o uno sbocco di sangue», inizia così un poemetto
dedicato alla tua città natale, dove sei tornato a vivere dopo una
parentesi romana. Che impressione ti fa oggi Milano rispetto a quella
dei tuoi esordi, negli anni Settanta?
«Milano, pur nelle sue metamorfosi, a volte
spettacolari, mantiene sempre la propria essenza: quel ritmo rapido e
incessante, quell’essere connessa alla propria meta, quel rifiuto di
andare a passeggio. Questa è sempre stata nei secoli, questa era negli
anni Settanta e questa è oggi».
Pasquale Di Palmo