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Quattro chiacchiere con...

  
Milo De Angelis lirico,
visionario e contorto

di Pasquale Di Palmo
  


   Letture n.648 giugno-luglio 2008 - Home Page

Una recente pubblicazione degli Oscar Mondadori ripercorre l’intero arco poetico di uno degli autori più rappresentativi dell’ultimo trentennio: dalla raccolta d’esordio Somiglianze all’ultimo, intenso Tema dell’addio.
   

Nella collana "Poesia del ’900" escono le Poesie di Milo De Angelis (Mondadori, 2008, pagg. XXXVIII + 282, euro 12,00). Abbiamo così l’opportunità di misurarci integralmente con un percorso lirico che si configura tra i più emblematici di quest’ultimo trentennio, a cominciare dalla raccolta d’esordio, Somiglianze (1976), per approdare all’ultimo libro, l’intenso canzoniere d’amore intitolato Tema dell’addio (2005) in cui si rievoca la figura della poetessa Giovanna Sicari, la moglie prematuramente scomparsa.

Tra questi due poli si inseriscono le raccolte Millimetri (1983), Terra del viso (1985), Distante un padre (1989) e Biografia sommaria (1999) che rappresenta un po’ lo spartiacque rispetto alla produzione precedente, avvalendosi di un dettato più disteso e narrativamente articolato che inaugura una nuova stagione non rinnegando, al tempo stesso, l’enigmaticità tipica dei testi giovanili.

Eraldo Affinati, nella sua esauriente introduzione, osserva: «Chi scrive crea spazi magnetici dove i rapporti logici subiscono continue alterazioni, senza essere abbandonati mai del tutto: anzi i colpi che ricevono li fanno emergere ancora di più, come se le parole, bassorilievi dell’esperienza, fossero la parte visibile di ciò che manca». Lo stesso Affinati giustamente rileva come la definizione di "neo-orfismo" che contrassegnava la prima fase di questo singolare percorso poetico, legata soprattutto all’esperienza della rivista Niebo, si basasse su un equivoco di fondo dovuto alle difficoltà interpretative insite nella pronuncia stessa di De Angelis, dove il senso si sovrappone al senso, creando una sorta di "iceberg semantico" ricco di innumerevoli analogie e similitudini.

Questo frammentismo dagli esiti drammatici e stranianti si incaglia sopra lacerti di conversazioni che possono ricordare i dialoghi inconcludenti di certo Beckett, risolvendosi in improvvisi squarci visionari in cui i vocaboli, caricati di troppo senso, finiscono per andare alla deriva perdendo la loro valenza originaria.

Tali caratteristiche presuppongono una lettura a chiave, a più piani, un continuo lavoro di scavo e decifrazione di reperti venuti casualmente alla luce. Con gli anni l’itinerario di De Angelis si è fatto meno ermetico rispetto all’iniziale concezione di una parola ondivaga, inquieta, e più aperto a nuove tentazioni espressive come quella legata a una cadenza quasi narrativa, come dimostrano alcune sequenze delle due ultime raccolte.

Ma De Angelis si sente soprattutto un poeta "lirico", come lo furono Osip Mandel’štam e Marina Cvetaeva, di un lirismo visionario e contorto che abbisogna dell’oscurità per giungere alla chiarezza che caratterizza ora la sua conversazione.

  • La tua poesia è spesso ambientata nell’hinterland milanese, con descrizioni allucinate di una realtà metropolitana sempre più violenta e cupa. Questo tema si allaccia a quello della tua biografia – non a caso uno dei tuoi libri più significativi si intitola Biografia sommaria –, producendo esiti di una narratività stravolta che tende a descrivere alcuni frammenti di esistenze precarie intrecciate indissolubilmente alla tua. Ce ne puoi parlare?

«Esiste, è vero, questa Milano nei miei libri. Questa Milano di un grigio potente, alla Sironi: i muri della Breda, della Falck, della Marelli, i grandi stili dell’industria. È una periferia di metano e di palestre, di cinema rionali, di tornei, di bar e di balere. Con la presenza di grandi amici, compagni di strada, di squadra, di scuola. Ombre che mi parlano, che non mi parlano più. Che non cessano di non parlarmi».

  • Rispetto all’antologia Dove eravamo già stati (Donzelli, 2001) nel recente volume Poesie hai deciso di ripercorrere in toto il tuo itinerario poetico. Per quale ragione?

«Fare un’antologia significa fare una strage. Ognuno dei libri originari aveva un’architettura, una trama di rimandi e riprese. Tutto viene spazzato via. Rimangono – ed è giusto che sia così – le poesie più belle, in una sorta di infinito presente».

  • Quali sono gli autori che rappresentano un punto di riferimento costante per la tua opera?

«Giacomo Leopardi, Cesare Pavese, Eugenio Montale, Mario Luzi, Franco Loi, Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, Giovanna Sicari».

  • Con gli anni il tuo dettato è andato sempre più illimpidendosi. Alla cripticità delle prime prove è gradualmente subentrato nei tuoi versi un respiro meno affannoso, di maggior distensione, anche se gli argomenti trattati rimangono spesso controversi.

«Non sono un poeta che parte dalla realtà. Alla realtà – e alla chiarezza – cerco semmai di arrivarci, attraversando grandi spessori di silenzio. Talvolta mi succede. Ma resto un poeta lirico, con la sua oscurità inevitabile e improvvise accensioni che gettano una provvisoria luce in questa oscurità».

  • Dal 1976, anno di pubblicazione della raccolta Somiglianze, ad oggi sono trascorsi più di trent’anni, periodo in cui hai avuto modo di rielaborare e approfondire alcune concezioni legate alla poesia in rapporto con la modernità. Quali ritieni siano le più indicative?

«Un libro non termina quando finisce l’ultima pagina, ma quando completa un’esperienza stilistica ed esistenziale. Dopo ogni libro c’è un silenzio. Dapprima è l’eco di una voce che si spegne. Poi è silenzio, semplicemente. Non il silenzio tra due note, ma il silenzio di entrambe le note. Un libro è finito, certamente, e il successivo non appare ancora all’orizzonte. È un silenzio intero, senza nostalgia né progetto. È uno stato di sospensione, talvolta interrogativo o smarrito, ma sempre fertile: proprio lì dove sembra non esserci sbocco, una parola bussa, preme, dà segnali, chiede confusamente di venire alla luce. Proprio lì, dunque, percepiamo un’imminenza, anche se non ne conosciamo ancora la via».

  • «Milano lì davanti, lì davanti / come un’idea a perpendicolo / o uno sbocco di sangue», inizia così un poemetto dedicato alla tua città natale, dove sei tornato a vivere dopo una parentesi romana. Che impressione ti fa oggi Milano rispetto a quella dei tuoi esordi, negli anni Settanta?

«Milano, pur nelle sue metamorfosi, a volte spettacolari, mantiene sempre la propria essenza: quel ritmo rapido e incessante, quell’essere connessa alla propria meta, quel rifiuto di andare a passeggio. Questa è sempre stata nei secoli, questa era negli anni Settanta e questa è oggi».

Pasquale Di Palmo

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