Nato a
Portland (Oregon) una quarantina d’anni fa (ma nel nostro colloquio sull’età
precisa sembra voler glissare...), Blake Nelson oggi vive a Brooklyn, New
York. In Italia lo abbiamo conosciuto lo scorso anno, quando Rizzoli ha
pubblicato il suo primo libro tradotto nella nostra lingua, Paranoid
Park. Per quest’opera ha ricevuto ad aprile a Stresa (sul Lago
Maggiore) il Premio Grinzane Cinema, nella sezione Letteratura. Perché
nel frattempo il romanzo è diventato un film per la regia di Gus Van Sant.
La storia ha per protagonista Alex, un adolescente con
un terribile segreto: è stato lui, infatti, il responsabile, seppure
indiretto, della morte di una guardia che, mentre lo inseguiva, è stata
travolta da un treno dopo essere accidentalmente caduta sui binari della
ferrovia. Alex è uno skater, è un adolescente come gli altri –
anche se la sua vita è segnata dall’abbandono da parte del padre, dal
difficile rapporto con una madre preda degli psicofarmaci e dalla
relazione con una ragazza che sembra stare con lui senza particolare
entusiasmo –, e la morte del vigile sconvolge la sua vita. Per liberarsi
dal peso di questo macigno che grava sulla sua coscienza, il ragazzo
decide di scrivere una lettera a Macy e questa lettera informa la
struttura del romanzo.
In realtà, adolescenti "belli e dannati" e
ragazzi "maledetti" da un destino difficile sono al centro della
maggior parte dei libri di questo scrittore. A partire dal suo romanzo d’esordio,
Girl (1994), fino alle vicende di sesso e droga di User (2001)
e a The New Rules of High School (2003), da lui definito un "young
adult novel".
- Signor Nelson, come ha vissuto il trattamento
cinematografico di Paranoid Park?
«Non ho partecipato direttamente alla stesura della
sceneggiatura, ma ero al corrente di come il regista aveva intenzione di
svolgere il lavoro, cioè sapevo quali aspetti del libro voleva
privilegiare e quali invece lasciar cadere. È evidente che un film è
cosa diversa da un libro e non sarebbe possibile mantenere, al cinema, la
complessità di un romanzo. Detto questo, però, devo riconoscere che Gus
Van Sant ha lavorato bene. Quando sono andato alla prima, ero curioso di
vedere che cosa ne era venuto fuori. E sono rimasto soddisfatto. Il film
mi è piaciuto. Anche se mi farebbe piacere che chi vede il film non si
accontentasse di quello, ma poi fosse invece spinto a interessarsi al mio
libro».
- Nei suoi romanzi lei ha spesso affrontato il pianeta
adolescenza. Quando pensiamo alla figura dell’adolescente in
letteratura, per il secondo Novecento non può non venirci in mente
quella vera e propria "icona culturale" che è Il giovane
Holden di Salinger. Quanto c’è di ancora attuale in quel
modello? E quanto invece risulta oggi superato?
«Il libro di Salinger è del 1951. Sono passati molti
anni da allora. Eppure qualcosa in quel testo funziona ancora. Quella è
un’opera parecchio personale, in cui l’autore ha messo molto di suo,
ma c’è qualcosa di classico. Salinger ha colto il lato spirituale dell’adolescenza,
qualcosa che probabilmente non muta nel tempo. Ciò che è costante nell’adolescenza
è un senso di separatezza dal mondo. Da Dostoevskij a Camus, i grandi
scrittori che hanno narrato gli adolescenti hanno focalizzato la loro
attenzione su questo aspetto. E anch’io in Paranoid Park ho
rappresentato un adolescente che fa parte per se stesso e il cui
isolamento è enfatizzato dal segreto che si porta dentro».
- Come mai questo suo interesse di narratore per l’adolescenza?
«Innanzitutto scrivo per gli adolescenti, sebbene, se
devo essere sincero, abbia l’ambizione di essere letto da tutti, senza
distinzioni per fasce d’età. All’inizio della mia carriera di
narratore ho cominciato ad affrontare questo argomento e poi, per così
dire, mi sono specializzato. C’è qualcosa che mi affascina nell’adolescenza,
sia quando ripenso alla mia, sia quando guardo ai ragazzi di oggi, sia
quando cerco di rappresentarli nei libri: è l’età della vita in cui si
compiono per la prima volta delle esperienze determinanti, si fanno delle
scelte, si prendono delle decisioni, con un entusiasmo e un gusto della
scoperta che poi non si ripeteranno più».
- Quali caratteristiche ha voluto sottolineare nei suoi
personaggi adolescenti?
«Mi preme far passare soprattutto un’idea: cioè che
essi sono persone complete, con una loro personalità già ben definita.
Un tempo esisteva il bambino e l’adulto. L’adolescente, come categoria
sociologica, è stato inventato nel Novecento, soprattutto in relazione a
un suo utilizzo in chiave commerciale: un ottimo target per vendere
determinati prodotti. Ma talora si tende a sottovalutare la complessità e
la profondità dei ragazzi. A volte sono considerati immaturi, e in parte
lo sono davvero, poiché hanno fatto esperienze ancora limitate; ma, oltre
a questa immaturità, c’è molto altro. Ed è proprio quello che mi
piace indagare nei miei romanzi».
«Ho dei ricordi molto nitidi di quegli anni. Ero un
ragazzo inquieto, combinavo un sacco di guai, ma per fortuna ho avuto dei
genitori che sono stati capaci di contenere, senza reprimerla
eccessivamente, la mia esuberanza. Ricordo con una certa nostalgia il
coraggio con cui affrontavo la vita e le situazioni: ad esempio nell’osare
l’ingresso a un college molto selettivo oppure nel dichiararmi a
una ragazza che mi piaceva. Credo che crescendo diventiamo tutti un po’
più pavidi e un po’ troppo saggi».
- A che cosa sta lavorando ora?
«Sto scrivendo un romanzo che si intitolerà Lettere
al mio futuro marito. La protagonista è una bambina di nove anni che
si immagina al futuro, sposata e madre di famiglia. La mia generazione e
quella precedente hanno lottato per liberarsi da certi obblighi sociali,
come appunto quello del matrimonio. Le donne puntavano alla realizzazione
personale, più che alla famiglia. Oggi, invece, il matrimonio sembra
essere tornato di moda. E ho l’impressione che ciò testimoni quanto i
sogni dei giovani rischino di essere piuttosto conformisti, rispetto alla
tendenza alla protesta e alla trasgressione dei giovani di qualche
decennio fa. I ragazzi oggi sembrano più vicini ai genitori, meno in
contrasto con la generazione che li precede. Non danno più l’impressione
di voler distruggere tutto per poi rifarlo da capo. C’è uno spirito
conservatore che pervade gli Stati Uniti, ma forse più in generale l’Occidente
ricco e industrializzato, anche in questa fascia d’età».
- Non vede proprio alcun fermento
"rivoluzionario" nella gioventù di oggi?
«Beh, qualcosa in realtà si muove. Penso ad esempio a
tutta la questione dell’attivismo ambientalista ed ecologista. Mi sono
appassionato al caso di alcuni ragazzi che a Portland, la città dell’Oregon,
hanno dato fuoco a delle automobili in segno di protesta contro il
traffico e l’inquinamento. Il giudice li ha condannati a una pena molto
severa, cioè ad alcuni anni di carcere. Credo che l’idea delle
autorità sia quella di soffocare sul nascere questi movimenti di
protesta, ma non posso non vedere l’idealità positiva che ha mosso la
mano di questi ragazzi, seppure verso un gesto illegale. Chissà, se fossi
giovane, forse mi unirei a loro».
Roberto Carnero