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Quattro chiacchiere con...

  
I ragazzi belli e inquieti di Blake Nelson

di Roberto Carnero
  


   Letture n.647 maggio 2008 - Home Page

A colloquio con l’autore di Paranoid Park che ha messo al centro della sua produzione l’indagine sul mondo adolescenziale, colto tra rischi e potenzialità. Un’età complessa, a suo parere molto più creativa della maturità.
   

Nato a Portland (Oregon) una quarantina d’anni fa (ma nel nostro colloquio sull’età precisa sembra voler glissare...), Blake Nelson oggi vive a Brooklyn, New York. In Italia lo abbiamo conosciuto lo scorso anno, quando Rizzoli ha pubblicato il suo primo libro tradotto nella nostra lingua, Paranoid Park. Per quest’opera ha ricevuto ad aprile a Stresa (sul Lago Maggiore) il Premio Grinzane Cinema, nella sezione Letteratura. Perché nel frattempo il romanzo è diventato un film per la regia di Gus Van Sant.

La storia ha per protagonista Alex, un adolescente con un terribile segreto: è stato lui, infatti, il responsabile, seppure indiretto, della morte di una guardia che, mentre lo inseguiva, è stata travolta da un treno dopo essere accidentalmente caduta sui binari della ferrovia. Alex è uno skater, è un adolescente come gli altri – anche se la sua vita è segnata dall’abbandono da parte del padre, dal difficile rapporto con una madre preda degli psicofarmaci e dalla relazione con una ragazza che sembra stare con lui senza particolare entusiasmo –, e la morte del vigile sconvolge la sua vita. Per liberarsi dal peso di questo macigno che grava sulla sua coscienza, il ragazzo decide di scrivere una lettera a Macy e questa lettera informa la struttura del romanzo.

In realtà, adolescenti "belli e dannati" e ragazzi "maledetti" da un destino difficile sono al centro della maggior parte dei libri di questo scrittore. A partire dal suo romanzo d’esordio, Girl (1994), fino alle vicende di sesso e droga di User (2001) e a The New Rules of High School (2003), da lui definito un "young adult novel".

  • Signor Nelson, come ha vissuto il trattamento cinematografico di Paranoid Park?

«Non ho partecipato direttamente alla stesura della sceneggiatura, ma ero al corrente di come il regista aveva intenzione di svolgere il lavoro, cioè sapevo quali aspetti del libro voleva privilegiare e quali invece lasciar cadere. È evidente che un film è cosa diversa da un libro e non sarebbe possibile mantenere, al cinema, la complessità di un romanzo. Detto questo, però, devo riconoscere che Gus Van Sant ha lavorato bene. Quando sono andato alla prima, ero curioso di vedere che cosa ne era venuto fuori. E sono rimasto soddisfatto. Il film mi è piaciuto. Anche se mi farebbe piacere che chi vede il film non si accontentasse di quello, ma poi fosse invece spinto a interessarsi al mio libro».

  • Nei suoi romanzi lei ha spesso affrontato il pianeta adolescenza. Quando pensiamo alla figura dell’adolescente in letteratura, per il secondo Novecento non può non venirci in mente quella vera e propria "icona culturale" che è Il giovane Holden di Salinger. Quanto c’è di ancora attuale in quel modello? E quanto invece risulta oggi superato?

«Il libro di Salinger è del 1951. Sono passati molti anni da allora. Eppure qualcosa in quel testo funziona ancora. Quella è un’opera parecchio personale, in cui l’autore ha messo molto di suo, ma c’è qualcosa di classico. Salinger ha colto il lato spirituale dell’adolescenza, qualcosa che probabilmente non muta nel tempo. Ciò che è costante nell’adolescenza è un senso di separatezza dal mondo. Da Dostoevskij a Camus, i grandi scrittori che hanno narrato gli adolescenti hanno focalizzato la loro attenzione su questo aspetto. E anch’io in Paranoid Park ho rappresentato un adolescente che fa parte per se stesso e il cui isolamento è enfatizzato dal segreto che si porta dentro».

  • Come mai questo suo interesse di narratore per l’adolescenza?

«Innanzitutto scrivo per gli adolescenti, sebbene, se devo essere sincero, abbia l’ambizione di essere letto da tutti, senza distinzioni per fasce d’età. All’inizio della mia carriera di narratore ho cominciato ad affrontare questo argomento e poi, per così dire, mi sono specializzato. C’è qualcosa che mi affascina nell’adolescenza, sia quando ripenso alla mia, sia quando guardo ai ragazzi di oggi, sia quando cerco di rappresentarli nei libri: è l’età della vita in cui si compiono per la prima volta delle esperienze determinanti, si fanno delle scelte, si prendono delle decisioni, con un entusiasmo e un gusto della scoperta che poi non si ripeteranno più».

  • Quali caratteristiche ha voluto sottolineare nei suoi personaggi adolescenti?

«Mi preme far passare soprattutto un’idea: cioè che essi sono persone complete, con una loro personalità già ben definita. Un tempo esisteva il bambino e l’adulto. L’adolescente, come categoria sociologica, è stato inventato nel Novecento, soprattutto in relazione a un suo utilizzo in chiave commerciale: un ottimo target per vendere determinati prodotti. Ma talora si tende a sottovalutare la complessità e la profondità dei ragazzi. A volte sono considerati immaturi, e in parte lo sono davvero, poiché hanno fatto esperienze ancora limitate; ma, oltre a questa immaturità, c’è molto altro. Ed è proprio quello che mi piace indagare nei miei romanzi».

  • Com’era lei da ragazzo?

«Ho dei ricordi molto nitidi di quegli anni. Ero un ragazzo inquieto, combinavo un sacco di guai, ma per fortuna ho avuto dei genitori che sono stati capaci di contenere, senza reprimerla eccessivamente, la mia esuberanza. Ricordo con una certa nostalgia il coraggio con cui affrontavo la vita e le situazioni: ad esempio nell’osare l’ingresso a un college molto selettivo oppure nel dichiararmi a una ragazza che mi piaceva. Credo che crescendo diventiamo tutti un po’ più pavidi e un po’ troppo saggi».

  • A che cosa sta lavorando ora?

«Sto scrivendo un romanzo che si intitolerà Lettere al mio futuro marito. La protagonista è una bambina di nove anni che si immagina al futuro, sposata e madre di famiglia. La mia generazione e quella precedente hanno lottato per liberarsi da certi obblighi sociali, come appunto quello del matrimonio. Le donne puntavano alla realizzazione personale, più che alla famiglia. Oggi, invece, il matrimonio sembra essere tornato di moda. E ho l’impressione che ciò testimoni quanto i sogni dei giovani rischino di essere piuttosto conformisti, rispetto alla tendenza alla protesta e alla trasgressione dei giovani di qualche decennio fa. I ragazzi oggi sembrano più vicini ai genitori, meno in contrasto con la generazione che li precede. Non danno più l’impressione di voler distruggere tutto per poi rifarlo da capo. C’è uno spirito conservatore che pervade gli Stati Uniti, ma forse più in generale l’Occidente ricco e industrializzato, anche in questa fascia d’età».

  • Non vede proprio alcun fermento "rivoluzionario" nella gioventù di oggi?

«Beh, qualcosa in realtà si muove. Penso ad esempio a tutta la questione dell’attivismo ambientalista ed ecologista. Mi sono appassionato al caso di alcuni ragazzi che a Portland, la città dell’Oregon, hanno dato fuoco a delle automobili in segno di protesta contro il traffico e l’inquinamento. Il giudice li ha condannati a una pena molto severa, cioè ad alcuni anni di carcere. Credo che l’idea delle autorità sia quella di soffocare sul nascere questi movimenti di protesta, ma non posso non vedere l’idealità positiva che ha mosso la mano di questi ragazzi, seppure verso un gesto illegale. Chissà, se fossi giovane, forse mi unirei a loro».

Roberto Carnero

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