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Direttore
d’orchestra e pianista, compositore di sinfonie e autore di songs
popolari, pedagogo e divulgatore televisivo: Leonard Bernstein è stato
artista e comunicatore integrale, il più eclettico del secolo scorso.
È
celebre la risposta di Ravel a Gershwin, che gli aveva chiesto lezioni di
composizione: «Perché volete diventare un Ravel di seconda mano, quando
siete già un Gershwin di prim’ordine?». La lode apparente celava un
sottinteso velenoso: il raffinato e un po’ nevrotico artista europeo
liquidava come sterili le ingenue ambizioni "cólte" del collega
popular americano. Vent’anni dopo, la cultura musicale d’oltre
Oceano sembrava soffrire ancora della «sindrome di Ravel-Gershwin»: in
un saggio del 1955 compreso in The Joy of Music, Leonard Bernstein
discuteva sulla diversa creatività del compositore "cólto" e
di quello popular e criticava gli sforzi di Gershwin per applicare
i «trucchi presi in prestito da Strauss, Ravel e chi sa da chi altro»,
comunque non «farina del suo sacco». Eppure nessuno più di Bernstein
condivideva con Gershwin la dimensione comunicativa nella quale le
componenti popular e "cólte" si integrano, offrendo una
possibile soluzione ai dilemmi etici ed estetici della musica
novecentesca.
Dalla sinagoga al conservatorio
Leonard Bernstein nacque novant’anni fa, il 25 agosto
1918, a Lawrence, un sobborgo di Boston. Come Gershwin, veniva da una
famiglia di ebrei immigrati dalla Russia: una stirpe di commercianti e di
rabbini, senza alcuna tradizione musicale e senza la minima simpatia per
questo genere di vocazione, che il padre Samuel qualificava «arte da
mendicanti». Bambino malaticcio e svogliato, il piccolo Lenny ebbe
comunque la sua iniziazione alla musica in quello che egli stesso avrebbe
definito «il luogo migliore», ossia un luogo di culto: la sinagoga della
congregazione Mishkan Tefilah. La dimensione religiosa gli parve sempre il
germe originario dell’autentica espressione musicale, non solo per l’afflato
spirituale che vi si rivela esplicitamente, ma anche per il coinvolgimento
comunicativo, non esoterico ma popolare: chiesa e teatro da questo punto
di vista sono accomunati ai suoi occhi come luoghi in cui l’arte si
trasmette a tutti gli uomini, senza discriminazione socio-economica.

In sinagoga, dunque, Lenny, a dispetto del padre, non
maturò la vocazione a farsi rabbino, per quanto apprezzasse i sermoni del
Rabbi Rubenowitz e ne apprendesse la chiarezza di stile espositivo. Ben
più lo turbavano e insieme lo confortavano, accogliendolo in un mondo
ancora ignoto eppure misteriosamente familiare, le esecuzioni corali e
organisti che del direttore musicale del tempio, Solomon Braslavsky. Solo
molti anni dopo Bernstein avrebbe scoperto che quel professore di origini
viennesi era stato amico e fervente ammiratore di Gustav Mahler. Per una
via precoce e singolare, uno degli autori cui il futuro direttore avrebbe
legato la propria fama di interprete segnava come un imprinting il
suo primo immaginario sonoro.
Altra coincidenza singolare, proprio quella famiglia «amusa»,
come avrebbe detto Bach, consegnò la musica, letteralmente, nelle mani
del ragazzino. Accadde che una zia, trasferitasi altrove, abbandonasse un
pianoforte nella soffitta di casa Bernstein. Trovarlo per caso, sfiorarne
la tastiera impolverata e scoprire finalmente quello che aveva sempre
cercato significarono innamorarsi, al tempo stesso, della musica e della
vita: «Divenni un ragazzo modello, bravo a scuola, i cui voti erano
sempre i migliori. Iniziai persino a praticare qualche sport, a correre, a
giocare, a battere i miei compagni nelle competizioni». Papà Samuel, a
malincuore, si lasciò convincere a pagargli lezioni di piano. Vennero poi
i corsi al New England Conservatory of Music, all’Università di Harvard
e al Curtis Institute of Music di Philadelphia.
Un musicista americano
A parte il caso sui generis di Charles Ives, di
cui non a caso fu cultore e divulgatore, Bernstein è stato il primo
importante musicista classico di formazione interamente
"americana". Fino ad allora era tradizione che i compositori
statunitensi pagassero un tributo al "Vecchio Mondo"
perfezionandosi con un viaggio di studio in Europa: intere generazioni,
per esempio, passarono per le classi parigine di Nadia Boulanger. La
situazione iniziò a mutare quando, alla fine degli anni Trenta, le
vicende politiche spinsero molti dei più importanti musicisti europei a
emigrare oltre Oceano. L’elenco è impressionante: Schönberg, Weill,
Hindemith, Krenek, Stravinskij, Milhaud, Martinu, Bartók, Eisler, per
citare solo i più famosi. Il viaggio in Europa restava utile, ma non era
più indispensabile; al contrario, colleges e campus americani
diventavano a loro volta centri di un variegato, eclettico rinnovamento
linguistico, al quale collaboravano gli "immigrati" e i
musicisti locali, spesso accomunati ai primi dalla formazione europea ma
anche portatori di valori specificamente "americani". Tra i
maestri e i riferimenti del giovane Bernstein, si contano diversi
esponenti della boulangerie: tra questi Walter Piston, il suo
principale docente a Harvard, Marc Blitzstein, legato al suo debutto come
direttore, e Aaron Copland, che pure conobbe ad Harvard.
Attraverso Walter Piston (1894-1976) era lo Stravinskij
neoclassico a esercitare un’influenza dominante sugli studenti di
Harvard, tanto da dare vita a una vera e propria Stravinskij School.
Più mobile e capace di rinnovamento stilistico era Aaron Copland
(1900-1990): dopo inizi segnati da moduli jazzistici, la scorciatoia più
facile per fare musica "americana" secondo una moda condivisa
anche in Europa, nella prima metà degli anni Trenta aveva raffinato e
rarefatto il suo linguaggio secondo una tecnica di variazione continua su
brevi nuclei tematici. Le Variazioni per pianoforte del 1930 erano
state la partitura più significativa di questo «periodo di austerità»
coplandiano e proprio redigere uno studio su questo lavoro di cui divenne
specialista, nel 1937, fu l’occasione di incontro tra lo studente
Bernstein e l’affermato maestro. Copland tuttavia in quel momento stava
già lasciando la via moderatamente "esoterica" delle Variazioni
e incarnava al meglio le istanze culturali "populistiche"
del New Deal rooseveltiano: semplificazione del linguaggio
musicale, introduzione di temi popolari, attenzione alla risposta
ricettiva di un pubblico di massa.
Le oscillazioni di Copland tra semplificazione e stile
severo non appartenevano solo alla sua particolare vicenda creativa, ma
erano indicative della tensione esistente nella cultura musicale
statunitense di quegli anni, combattuta tra le suggestioni nazionalistiche
e divulgative del New Deal e le seduzioni novatrici ma elitarie
portate dai grandi immigrati mitteleuropei. Implicazioni
"politiche", ma di segno più radicale, segnano anche la
singolare figura di Marc Blitzstein, autore di The Cradle Will Rock ("La
culla dondolerà", 1937), titolo in programma al debutto di Bernstein
come direttore (1939) insieme alle proprie musiche di scena per Gli
Uccelli di Aristofane. Di famiglia ebreo-russa e allievo di Schönberg
a Berlino, Blitzstein si può accostare a Weill, Brecht ed Eisler, non
solo per l’adesione al Partito comunista, ma soprattutto per il
tentativo di creare un teatro musicale "epico" e autenticamente
"proletario". Anzi, neppure lo stesso Kurt Weill, quando
concretamente approcciò le scene di Broadway, mantenne la stessa coerenza
all’ideologia brechtiana perseguita nei lavori composti in Germania. I
testi di Blitzstein nascevano in collaborazione con gli intellettuali di
sinistra che gravitavano intorno al Federal Theatre di John Houseman e
Orson Welles; a quest’ultimo si deve la messa in scena di The Cradle
Will Rock, che incontrò peraltro nel 1937 il veto della Work Progress
Administration e fu eseguita dai cantanti mescolati tra il pubblico in
platea, con in scena il solo Blitzstein al pianoforte.
Tanglewood e New York
Alla numerosa famiglia degli europei immigrati negli Usa
appartengono anche i padrini della carriera di Bernstein quale direttore d’orchestra.
I nomi più importanti sono quelli di Dimitri Mitropoulos, Fritz Reiner e
Serge Koussevitzky. Fu Mitropoulos, che come Bernstein coltivava la tripla
identità di direttore, pianista e compositore, a giocare il ruolo di
mentore, indirizzando opportunamente il giovanotto, che aveva conosciuto
nel 1937 a Boston giungendovi come ospite sul podio della locale
orchestra, una delle più prestigiose d’America. L’incontro tra i due
appartiene alla mitologia musicale del Novecento e agli annali ne è
conservato un quadro idilliaco che esalta il sistema pedagogico e di talent
scouting americano. Il grande maestro è ospite di un’associazione
culturale studentesca di Boston; qualcuno deve avergli anticipato l’identità
dei giovani ospiti, perché chiede di conoscere un certo Leonard Bernstein.
Il quale, a richiesta, esegue una sonata di sua composizione e un Notturno
di Chopin, ottenendo un celebre commento che lo qualifica genius
boy. Da allora, Mitropoulos guida i passi di Bernstein, indirizzandolo
prima a New York e poi al Curtis Institute di Philadelphia, dove l’autorevole
"raccomandazione" gli apre le porte della classe di direzione di
Fritz Reiner. Il maestro ungherese, a sua volta, si associa a Mitropoulos
per raccomandare Bernstein a Koussevitzky, che aveva dato vita al
Berkshire Music Center di Tanglewood, succursale della Boston Symphony e
prestigioso centro di perfezionamento estivo. Qui Lenny nel 1942 viene
promosso da studente ad assistente dello stesso Koussevitzky, mentre nel
1943 Arthur Rodzinsky lo sceglie come Assistant Conductor della New
York Philharmonic.

Il 14 novembre di quello stesso anno la defezione per
malattia di Bruno Walter da un concerto trasmesso per radio porta l’assistente
a debuttare sul podio della Filarmonica newyorkese registrando un
clamoroso successo di pubblico e critica. Anche la carriera del
compositore nel frattempo decolla, con le prime esecuzioni della Sinfonia
n. 1 "Jeremiah" (1943, Pittsburg Symphony Orchestra), del
balletto Fancy Free (1944, Metropolitan Opera House New York) e
della commedia musicale On The Town (1944), che sviluppa lo spunto
del precedente balletto e nel 1949 sarebbe diventata, per la regia di
Stanley Donen, un film di grande successo con Gene Kelly.
Bernstein si muoveva su un duplice binario. Da un lato
troviamo impegnative partiture strumentali e vocali. La Sinfonia "Jeremiah",
con il conclusivo intervento del mezzosoprano a intonare in ebraico la
lamentazione del profeta biblico, mette in luce una costante nell’ispirazione
del compositore: l’identità religiosa, vissuta non come certezza
acquisita, ma come interrogativo angoscioso e ricerca incessante di un
senso ultimo della vita e della morte. D’altro lato, non solo per
necessità contingenti ma per convinta adesione, Bernstein, nonostante il
parere contrario del suo maestro Koussevitzky, componeva per il teatro
"leggero". Non alludiamo alla gavetta bohèmienne dei
primissimi anni newyorkesi, quando per sbarcare il lunario suonava nei
locali e arrangiava canzoni d’ogni tipo, ma alla consapevole scelta di «fare
qualcosa per la musica americana a Broadway», il che per lui significava,
tout court, «fare qualcosa per la musica americana». Era infatti
convinto che l’America avesse, come ogni Paese, «un tipo di musica che
gli appartiene, e che suona giusta e naturale per il suo popolo»: il jazz
nelle sue molte filiazioni. Nello script di una trasmissione
televisiva del 1955 Bernstein si spinge ad accogliere, in via di ipotesi,
la tesi «che nel nuovo jazz debba scorgersi il vero inizio della musica
seria americana», il che «equivale a dire che finora tutte le opere
sinfoniche americane non sono state altro che imitazioni più o meno
personali della tradizione sinfonica europea da Mozart a Mahler». Anche
se questa tesi provocatoria e radicale non viene approfondita, l’impegno
di Bernstein nel musical va appunto in questa direzione: il
laboratorio di una nuova forma d’arte «che ha radici americane, nasce
dal nostro linguaggio, dal nostro ritmo di vita, dai nostri atteggiamenti
morali, dalla nostra maniera di esistere». Un laboratorio, non ancora una
forma definita, perché reca ancora traccia dei molti elementi dalla cui
fusione è nato, opera e rivista, operetta e vaudeville. L’aspirazione
di Bernstein era dunque quella di portare un contributo decisivo al
compimento di questo percorso.
Da Broadway alla Scala
Negli anni Cinquanta la carriera di Bernstein proseguì
con la stessa frenetica intensità sui suoi molteplici scenari: il
compositore "cólto" aveva avuto definitiva consacrazione nel
1949 con l’esecuzione della Seconda Sinfonia "The Age of Anxiety",
ispirata all’omonima "egloga barocca" di Wystan Hugh Auden,
con Koussevitzky sul podio della Boston Symphony e lo stesso compositore
al pianoforte. Nel 1952 alla Brandeis University, dove era Visiting
Professor, andava in scena l’opera su libretto proprio Trouble in
Tahiti, incentrata su un altro tema ricorrente della sua produzione,
quello dell’incomunicabilità tra le persone causata dall’alienazione
della società consumistica contemporanea. Il direttore d’orchestra si
divideva soprattutto tra New York e Boston, teneva a battesimo la Sinfonia
Turangalla dell’illustre collega Messiaen, succedeva a
Koussevitzky a Tanglewood, inaugurava durante il primo conflitto
arabo-israeliano la collaborazione con la Filarmonica di Israele e
debuttava anche in Europa. E mentre in America si consolidava il suo ruolo
di protagonista a Broadway (Wonderful Town, 1953), in Europa veniva
convocato per far rinascere un capolavoro del primo Ottocento neoclassico,
la Medea di Cherubini con la Callas alla Scala. Sono gli anni in
cui si costruisce la sua fama di artista poliedrico, che gli costa
tuttavia le critiche di quanti lo accusano di superficialità, proprio
perché giudicano impossibile applicarsi contemporaneamente su fronti
così eterogenei. Di fatto lo vediamo lavorare in simultanea sul Voltaire
di Candide (1956), presentato a Broadway ma più vicino al mondo
dell’opera che al musical, sulla colonna sonora (premio Oscar)
del film di Kazan con Marlon Brando Fronte del porto, sulla Serenata
per violino, archi e percussione ispirata al Simposio di
Platone ed eseguita in prima assoluta con Isaac Stern, e sul suo più
grande successo popular: West Side Story (1957; nel 1961
film da dieci Oscar).
Con questa attualizzazione newyorkese di Romeo e
Giulietta, nella quale Capuleti e Montecchi diventano le bande
giovanili rivali dei polacchi Jets e dei portoricani Sharks, Bernstein, i
librettisti Arthur Laurent e Stephen Sondheim, ma soprattutto il
coreografo e regista Jerome Robbins realizzano una rivoluzione teatrale:
costruire la narrazione attraverso i numeri danzati, e attraverso la danza
rendere significativo lo spazio scenico, portare in primo piano come
protagoniste e non come semplice contesto di colore locale le strade di
New York e i loro conflitti sociali ed etnici. Ma questa rivoluzione
attraverso la coreografia non sarebbe stata così efficace senza la
debordante vitalità ritmica della musica di Bernstein, nutrita non solo
del retaggio jazz, ma anche del substrato cólto assunto dal Novecento
europeo e chiamato a dare corpo e sostanza alle strutture comunicative e
spettacolari.

Fede e tonalità
Negli anni Sessanta l’affermato direttore delle New
York Philharmonic Orchestra, giunto con la Terza Sinfonia "Kaddish"
(1963) a una nuova tappa del suo itinerario nella spiritualità ebraica,
era anche una figura di spicco del milieu politico-culturale che
egli stesso contribuì a battezzare ironicamente radical-chic. Una
spassosa e caustica ricostruzione di questo ambiente si ritrova in Radical
Chic di Tom Wolfe (1970), un testo che evoca un party nel
lussuoso appartamento di Lenny e Felicia Bernstein affacciato su Park
Avenue, durante il quale il bel mondo newyorkese incontra i rappresentanti
del Black Panther Party. L’impegno politico liberal non
impediva però a Bernstein di essere guardato come un conservatore dal
punto di vista del linguaggio musicale. Il motivo era la sua ostinata
fedeltà al sistema tonale e il rifiuto di atonalità, dodecafonia,
serialismo e di tutte le molteplici correnti che avevano tagliato i ponti
con quel complesso di leggi. Fece onestamente tentativi di sperimentare la
dodecafonia, ma i risultati furono così deludenti che distrusse tutto e
scrisse di getto la più tonale delle sue partiture, i Chichester
Psalms (1965), presentandone al New York Times la prima
esecuzione con un celebre distico: «Il mio ultimo figlio, adorabile e all’antica,
/ su due piedi tonali sta senza fatica».
La scelta definitiva della tonalità non fu smentita da
occasionali escursioni nelle tecniche seriali, come in Jubilee Games (1989),
dove comunque l’attuazione del passaggio dodecafonico è
"delegata" agli orchestrali. Si confermò invece, anzi si
accentuò nel corso degli anni, la vocazione teatrale del compositore, non
contraddetta dalla sporadicità delle frequentazioni operistiche del
direttore. Proprio l’amore per il teatro fu infatti la ragione che
condusse Bernstein a impegnarsi così raramente in rappresentazioni
operistiche, per le quali riteneva che non gli venissero quasi mai offerte
le necessarie condizioni ideali di tempo, prove, numero di recite, scelta
del cast, qualità di cantanti e di attori. Come compositore, si
identificava con il teatro. «Le mie composizioni sono destinate per la
maggior parte proprio al teatro, il luogo dove rappresentiamo la vita»; e
ancora, «Ho l’impressione di comporre in un modo o nell’altro sempre
per il teatro»: una propensione che gli derivava anche dal suo amore per
la parola e per le sottigliezze nell’uso del linguaggio verbale. Abbiamo
già visto come associasse teatro e luoghi di culto: uno dei suoi lavori
più imponenti, nonché emblematico nel suo eclettismo, fu Mass: A
Theater Piece for Singers, Players and Dancers, per l’inaugurazione
del Kennedy Center nel 1971. Al teatro affidò anche una sorta di summa
del suo percorso creativo e della sua poetica nell’opera A Quiet
Place (1983), che incorpora e sviluppa la precedente Trouble in
Tahiti. Qui Bernstein riassunse l’aspirazione della sua vita di
artista: «un posto tranquillo», dove «l’amore insegnerà armonia e
grazia».
Gli esiti più interessanti si ebbero però nei
balletti, il citato Fancy Free, Facsimile (1946), Dybbuk (1974),
o nelle composizioni che comunque trovarono la via della coreografia, per
esempio Prelude, Fugue and Riffs. Nella danza si rivela infatti la
natura eminentemente ritmica e motoria della sua invenzione.
Nei lavori teatrali si incontra spesso anche un
carattere non evidente a un ascolto superficiale, ma significativo se si
riflette su quanto il Bernstein divulgatore insistesse sulla natura
puramente "musicale" dei significati che l’arte dei suoni
comunica. Alludiamo all’attenta costruzione formale, per la quale la
peripezia drammatica non risulta mai affidata solo al
"contenuto" della vicenda, ma appartiene indissolubilmente alle
trasformazioni del materiale sonoro.

Un americano a Vienna
Il repertorio del Bernstein interprete era
onnicomprensivo da Bach ai contemporanei, circostanza indispensabile per
il direttore di una grande orchestra sinfonica americana quale la New York
Philharmonic. Esistevano relazioni simpatetiche privilegiate con alcuni
autori: tra i classici, Haydn, per il senso dell’umorismo e della
sorpresa; tra i romantici, Schumann, che assecondava nella sua
idiomaticità orchestrale, e Berlioz, di cui esaltava il gusto timbrico e
le strategie narrative. Si trovava in sintonia, anche come compositore,
con Sostakovic, e fu tra i promotori della scoperta di Ives come «primitivo
autentico» e originalissimo padre della musica americana. Incise con i
Wiener Philharmoniker, con i quali ebbe un rapporto privilegiato, un’integrale
delle Sinfonie di Beethoven tra le più viennesi ed europee dell’intera
discografia. Ma soprattutto si deve a lui il lancio di Gustav Mahler come
protagonista delle scene concertistiche e discografiche. Certamente fu
aiutato in questo dai suoi rapporti di studente con altri precoci apostoli
mahleriani, da Reiner a Walter a Mitropoulos. Ma la vera popolarità di
Mahler giunse solo con l’integrale discografica coraggiosamente incisa
da Bernstein negli anni Sessanta con la Filarmonica di New York per la CBS,
ed eccezionalmente replicata vent’anni dopo per la DG con le più
mahleriane tra le orchestre europee, i Wiener Philharmoniker e il
Concertgebouw di Amsterdam.
In Mahler Bernstein trovava uno spirito gemello per più
d’una ragione. Come lui era un direttore-compositore, tormentato dal
conflitto tra le due carriere e dall’invadenza con cui il successo dell’interprete
intralciava la concentrazione assoluta richiesta dall’impegno creativo.
Ne condivideva il retaggio ebraico e la dialettica tra l’individualismo
soggettivo dell’espressione esistenziale e l’aspirazione ad
abbracciare il pubblico in un afflato comunicativo universale. Ne sentiva
come propria la tensione con il proprio tempo, le patite critiche alla
"volgarità" dei riferimenti popolari e alle
"banalità" di un’ispirazione talvolta «triviale, frivola,
superficiale». Soprattutto, ne sposava in pieno l’idea che la musica
debba essere «una trasfigurazione della nostra vita». Quella «vita per
la musica» di cui Bernstein tanto desiderava «comunicare agli altri la
gioia e il dolore di viverla».
Il grande divulgatore
Uno dei meriti maggiori di Bernstein è stata la sua
attività di divulgatore della cultura musicale attraverso la televisione.
L’avventura mediatica negli studi della CBS iniziò nel 1954 con la
partecipazione alla serie Omnibus (dieci apparizioni tra il 1954 e
il 1961), seguita da quindici programmi con la Filarmonica di New York
(1958-1962). Ma a fare epoca furono soprattutto la serie di Young
People’s Concerts, che si protrassero dal 1958 al 1972, formando
intere generazioni di giovani americani. Di queste trasmissioni esistono
molteplici tracce: sia le registrazioni video, variamente pubblicate su
diversi supporti, sia gli script che spesso Bernstein rielaborò
per la pubblicazione in volume. A distanza di tempo, colpisce soprattutto
constatare come i copioni preparati da Bernstein non solo funzionassero
perfettamente come comunicazione televisiva, anche grazie al fascino
personale del conduttore; ma funzionino altrettanto bene come testi per
una lettura meditata, rivelando una profondità analitica che va al di là
delle esigenze divulgative. Mai Bernstein cede alla facile tentazione di
conquistare con brillanti riferimenti extramusicali, pur rifuggendo da un
puro tecnicismo. Sempre rimane fedele all’assunto di trasmettere il vero
«significato» della musica, che «deve essere ricercato nella musica,
nelle sue melodie, nelle sue armonie, nei suoi ritmi, nel suo colore
orchestrale, e soprattutto nel modo in cui si sviluppa»,
determinando con questi mezzi puramente musicali «il modo in cui vi fa
sentire quando la ascoltate». Il significato della musica è «non
una storia o un’immagine, ma un sentimento»; e spesso «sentimenti
così profondi e speciali che non abbiamo parole per descriverli».
Come interprete, come compositore, come insegnante, come
grande comunicatore, Bernstein ha saputo trasmettere a milioni di persone
il segreto meraviglioso della musica, che «dà un nome ai sentimenti per
noi, ma lo fa con le note anziché con le parole».
Marina Verzoletto
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Una vita alla
ribalta
1918 Nasce
a Lawrence (Massachusetts).
1931 Inizia studi musicali regolari al New England
Conservatory of Music e li prosegue all’Università di Harvard con
Walter Piston, Edward Burlingame-Hill, e A. Tillman Merritt.
1939 Debutto non ufficiale come compositore-direttore (musica
di scena per Gli Uccelli). Si laurea all’Università di
Harvard.
1940 Studia al nuovo corso estivo della Boston Symphony
Orchestra a Tanglewood con Serge Koussevitzky e ne diventa
assistente.
1941 Si diploma al Curtis Institute di Philadelphia con
Isabella Vengerova (pianoforte), Fritz Reiner (direzione d’orchestra)
e Randall Thompson (orchestrazione).
1943 Assistant Conductor della New York Philharmonic.
Il 14 novembre sostituisce Bruno Walter in un concerto alla Carnegie
Hall, trasmesso alla radio e con grande successo critico. Inizia la
carriera internazionale.
1944 Prime esecuzioni della Sinfonia n. 1 "Jeremiah",
del balletto Fancy Free e del musical On the Town.
1945 Music Director della New York City Symphony
Orchestra, fino al 1947.
1946 Prima esecuzione del balletto Facsimile. Dirige a
Londra e all’International Music Festival di Praga.
1947 Dirige a Tel Aviv e da allora torna regolarmente in
Israele.
1949 Sinfonia n. 2 "The Age of Anxiety".
1951 Morte di Koussevitzky. Bernstein assume la guida dei
corsi di orchestra e direzione a Tanglewood. Sposa l’attrice e
pianista cilena Felicia Montealegre. Visiting Music Professor e
capo del Creative Arts Festivals alla Brandeis University.
1953 Wonderful Town. È il primo americano a dirigere
un’opera alla Scala: la Medea di Cherubini con la Callas.
1954 Serenade
per violino, archi e percussioni. Prime apparizioni televisive
alla CBS. 1955 Simphonic suite from On the Waterfront.
1956 Direttore principale della New York Philharmonic insieme
a Mitropoulos. Candide.
1957 West Side Story.
1958 Music Director della New York Philharmonic
fino al 1969. Ne diventa poi Laureate Conductor a vita.
1959 Tournée in Europa e Urss con la New York
Philharmonic.
1960 Concerto a New York per il centenario della nascita di
Mahler.
1963 Sinfonia n. 3 "Kaddish".
1965 Chichester Psalms.
1971 Inizia a collaborare con la Unitel per la ripresa
televisiva delle Sinfonie di Beethoven e di Mahler. Mass.
1973 Concerto in Vaticano in onore di Paolo VI.
1974 Dybbuk, balletto con coreografia di Jerome
Robbins.
1977 Songfest.
1978 Morte della moglie Felicia.
1980 Divertimento for Orchestra dedicato alla Boston
Symphony.
1981 Halil. Dirige Kaddish e Three
Meditations from Mass in Vaticano per Giovanni Paolo II.
1983 A Quiet Place.
1985 Incide per la prima volta West Side Story (DG).
1988 Missa Brevis; Arias and Barcarolles.
1989 Seminario di direzione d’orchestra a Santa
Cecilia. A Natale dirige a Berlino la Nona Sinfonia di
Beethoven per celebrare la caduta del Muro.
1990 Ultimo concerto a Tanglewood il 19 agosto. Il 10 ottobre
annuncia il ritiro dall’attività concertistica per motivi di
salute. Muore quattro giorni dopo a New York.
m.v.
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Libri, dischi e
video
Le
due case discografiche storiche di Bernstein, la BMG-Sony, che ha
ereditato il catalogo CBS Masterworks, e la Deutsche Grammophone, in
occasione del novantesimo compleanno hanno realizzato diverse
iniziative promozionali e celebrative, sia audio che video. I titoli
più importanti sono comunque sempre rimasti disponibili e sono di
facile reperibilità.
Tra i testi in lingua italiana
consigliamo:
- Leonard Bernstein - Enrico
Castiglione, Una vita per la musica, Pantheon, X edizione
2008; conversazioni raccolte poco prima della morte del maestro.
- Leonard Bernstein, Giocare
con la musica, Excelsior 1881, 2007; raccoglie 15 testi di Young
People’s Concerts andati in onda tra il 1958 e il 1969.
- Leonard Bernstein, La gioia
della musica, Longanesi, II edizione 1990: la prima e più
famosa pubblicazione ricavata dalle trasmissioni televisive
degli anni Cinquanta.
m.v.
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