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Nella tradizione della
letteratura italiana l’appartenenza a un genere è sempre stata sintomo
di marginalità. Ma forse è giunto il momento di abbandonare questo stato
di discriminazione per lasciarsi contaminare da queste nuove risorse.
"Un sistema letterario che
acquisisca una maggiore consapevolezza circa il problema dei generi è
un sistema inevitabilmente più friendly di quello ipocrita da
cui proveniamo, che nelle case chiuse delle collane relegava i piaceri
frustrati dell’appassionato di nicchia".
«Di
che genere sei?». Appunto, un po’ come con l’oroscopo. Ci sono case e
caselle del nostro immaginario attraverso cui transitiamo, sulle quali è
utile ragionare e divertente discutere (e magari accapigliarsi). I generi
esistono, preesistono ai nostri comportamenti e servono a dare utili
coordinate all’immaginario. Certo, un conto è la letteratura, un conto
è – per esempio – la musica o il cinema. Soprattutto nel dominio
musicale, i criteri "generici" hanno un peso molto maggiore
rispetto al campo letterario: e se la domanda «che genere di musica
ascolti?» suona, più che normale, del tutto ovvia, l’omologa – «che
genere di letteratura leggi?» – potrebbe far storcere il naso a molti.
E lascio a voi il compito di riflettere sul valore di interrogazioni quali
«che genere di film vedi?», che «genere teatrale preferisci?» e
simili.
Sappiamo del resto tutti che parlare di generi in
letteratura è – per lo meno nella tradizione italiana – una cosa che
non sta troppo bene, che evoca esperienze minori e marginali. Non per
caso, solitamente si dice "letteratura di genere" per indicare
un tipo di produzione condizionata dagli imperativi del mercato,
"interessata", venale, priva di quei caratteri di assolutezza
che contraddistinguono il vero, e appunto disinteressato, lavorio di
elaborazione estetica. Da questo punto di vista, siamo messi di fronte a
una vera e propria contraddizione, a una forma d’ipocrisia. Voglio dire:
se i generi con la loro azione aiutano la letteratura a prendere la sua
giusta forma e i lettori a orientarsi nel grande mare dello stampato, per
quale ragione poi si fa di tutto per disprezzarli, per far finta che non
esistano? Domanda a cui, ovviamente, qui è impossibile rispondere,
neanche in modo approssimativo.
Suggerirei solo che "c’è genere e genere":
ci sono generi dallo statuto plateale, sin troppo evidente (pensate al
rosa), e generi altrettanto vincolanti che però agiscono in modo più
nascosto, alla stregua di tradizioni complesse, articolate, accidentate
(date un’occhiata all’articolo di Mauro Novelli, qui presente, se
volete stupirvi di fronte a uno dei possibili ascendenti italiani del
noir). Dalle copertine del fantasy alla maggior discrezione del romanzo
cosiddetto neostorico (ma anche dai ghetti compiaciuti della poesia alla
sobrietà delle autobiografie al femminile), c’è il passaggio da una
forte enfasi grafica ed editoriale – che orienta il lettore in modo
immediato – alle procedure insinuanti di chi chiede al destinatario di
giocare una partita discretamente tortuosa. Ed è persino ovvio che,
leggendo – ad esempio – il suggestivo La foiba grande di Carlo
Sgorlon oppure opere privatissime come quelle di Elena Ferrante, dobbiamo
attingere a una competenza generica non inferiore a quella di chi si
diletta di Massimo Carlotto o Giuseppe Genna.
Ecco. Da una ventina d’anni a questa parte molti di
questi giudizi e pregiudizi sono stati rimessi in discussione nel mondo
letterario italiano, attraverso una serie di strategie che sono sotto gli
occhi di tutti, ma di cui magari non ci rendiamo perfettamente conto.
Poniamo: il fortunatissimo Andrea Camilleri, maestro di un genere ben
commerciale (giallo o noir che sia), impone il commissario Montalbano in
una collana di Sellerio ("La memoria") che non presenta alcuna
marca esterna di genere (anzi!); viceversa, a partire dal 1996, la più
importante collezione dell’ultimo quarto di secolo, "Stile
libero" di Einaudi, con le sue coste color giallo conquista il
mercato ammiccando al Genere per antonomasia, ma poi contamina quasi ogni
tradizione disponibile sulla piazza; e il maestro della fantascienza
italiana, Valerio Evangelisti, partito come narratore di Urania si
emancipa ben presto, acquisendo però una paradossale fisionomia di autore
che rivendica il proprio artigianato settoriale, insieme attraendo lettori
non di fantascienza. E così via. Non molti mesi fa, un intelligente
intervento di Wu Ming 1, New Italian Epic, faceva il punto di
questa situazione intricata, ma in effetti molto vitale. A partire dalle
scritture un tempo ritenute basse, in questi anni incrociate con apporti
provenienti da molte direzioni (in particolare, direi, dalla storia e dal
giornalismo d’inchiesta), è nata una nuova tradizione italiana, appunto
un nuovo sistema di generi con cui è ormai necessario fare i conti anche
sul piano teorico.
«Di che genere sarai?», dunque. Etichette e pratiche
proliferano, nel momento stesso in cui le vecchie sono dette superate. La
complessità aumenta, le competenze crescono e si differenziano. Come
dichiara Jacopo Guerriero nel suo intervento sulla fantascienza qui
presente, nella nostra "età" anche «l’avant pop è
memoria». Certo, la cosa, da critico, mi lascia un po’ sgomento. E
capisco che molti miei colleghi, sbrigativamente, rimpiangano il buon
tempo andato, con i cari ghetti discriminatori. Meno sgomento, però,
sarà il lettore. Un sistema letterario che acquisisca una maggiore
consapevolezza circa il problema dei generi, e che abbia il coraggio di
praticarli in modo disinibito (e magari funambolico), è un sistema
inevitabilmente più friendly di quello ipocrita da cui proveniamo,
che nelle case chiuse delle collane relegava i piaceri frustrati dell’appassionato
di nicchia. Oggi, si può fare tutto in pubblico, e pure in modo
polimorfo. Cosa volete di più?
Paolo Giovannetti
Professore di Letteratura italiana presso l’Università
Iulm di Milano
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