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Editoriale.

  
Puri, ibridi, polimorfi:
i generi che ci fanno bene

di Paolo Giovannetti
  


   Letture n.649 agosto-settembre 2008 - Home Page Nella tradizione della letteratura italiana l’appartenenza a un genere è sempre stata sintomo di marginalità. Ma forse è giunto il momento di abbandonare questo stato di discriminazione per lasciarsi contaminare da queste nuove risorse.
   

"Un sistema letterario che acquisisca una maggiore consapevolezza circa il problema dei generi è un sistema inevitabilmente più friendly di quello ipocrita da cui proveniamo, che nelle case chiuse delle collane relegava i piaceri frustrati dell’appassionato di nicchia".
  

«Di che genere sei?». Appunto, un po’ come con l’oroscopo. Ci sono case e caselle del nostro immaginario attraverso cui transitiamo, sulle quali è utile ragionare e divertente discutere (e magari accapigliarsi). I generi esistono, preesistono ai nostri comportamenti e servono a dare utili coordinate all’immaginario. Certo, un conto è la letteratura, un conto è – per esempio – la musica o il cinema. Soprattutto nel dominio musicale, i criteri "generici" hanno un peso molto maggiore rispetto al campo letterario: e se la domanda «che genere di musica ascolti?» suona, più che normale, del tutto ovvia, l’omologa – «che genere di letteratura leggi?» – potrebbe far storcere il naso a molti. E lascio a voi il compito di riflettere sul valore di interrogazioni quali «che genere di film vedi?», che «genere teatrale preferisci?» e simili.

Sappiamo del resto tutti che parlare di generi in letteratura è – per lo meno nella tradizione italiana – una cosa che non sta troppo bene, che evoca esperienze minori e marginali. Non per caso, solitamente si dice "letteratura di genere" per indicare un tipo di produzione condizionata dagli imperativi del mercato, "interessata", venale, priva di quei caratteri di assolutezza che contraddistinguono il vero, e appunto disinteressato, lavorio di elaborazione estetica. Da questo punto di vista, siamo messi di fronte a una vera e propria contraddizione, a una forma d’ipocrisia. Voglio dire: se i generi con la loro azione aiutano la letteratura a prendere la sua giusta forma e i lettori a orientarsi nel grande mare dello stampato, per quale ragione poi si fa di tutto per disprezzarli, per far finta che non esistano? Domanda a cui, ovviamente, qui è impossibile rispondere, neanche in modo approssimativo.

Suggerirei solo che "c’è genere e genere": ci sono generi dallo statuto plateale, sin troppo evidente (pensate al rosa), e generi altrettanto vincolanti che però agiscono in modo più nascosto, alla stregua di tradizioni complesse, articolate, accidentate (date un’occhiata all’articolo di Mauro Novelli, qui presente, se volete stupirvi di fronte a uno dei possibili ascendenti italiani del noir). Dalle copertine del fantasy alla maggior discrezione del romanzo cosiddetto neostorico (ma anche dai ghetti compiaciuti della poesia alla sobrietà delle autobiografie al femminile), c’è il passaggio da una forte enfasi grafica ed editoriale – che orienta il lettore in modo immediato – alle procedure insinuanti di chi chiede al destinatario di giocare una partita discretamente tortuosa. Ed è persino ovvio che, leggendo – ad esempio – il suggestivo La foiba grande di Carlo Sgorlon oppure opere privatissime come quelle di Elena Ferrante, dobbiamo attingere a una competenza generica non inferiore a quella di chi si diletta di Massimo Carlotto o Giuseppe Genna.

Ecco. Da una ventina d’anni a questa parte molti di questi giudizi e pregiudizi sono stati rimessi in discussione nel mondo letterario italiano, attraverso una serie di strategie che sono sotto gli occhi di tutti, ma di cui magari non ci rendiamo perfettamente conto. Poniamo: il fortunatissimo Andrea Camilleri, maestro di un genere ben commerciale (giallo o noir che sia), impone il commissario Montalbano in una collana di Sellerio ("La memoria") che non presenta alcuna marca esterna di genere (anzi!); viceversa, a partire dal 1996, la più importante collezione dell’ultimo quarto di secolo, "Stile libero" di Einaudi, con le sue coste color giallo conquista il mercato ammiccando al Genere per antonomasia, ma poi contamina quasi ogni tradizione disponibile sulla piazza; e il maestro della fantascienza italiana, Valerio Evangelisti, partito come narratore di Urania si emancipa ben presto, acquisendo però una paradossale fisionomia di autore che rivendica il proprio artigianato settoriale, insieme attraendo lettori non di fantascienza. E così via. Non molti mesi fa, un intelligente intervento di Wu Ming 1, New Italian Epic, faceva il punto di questa situazione intricata, ma in effetti molto vitale. A partire dalle scritture un tempo ritenute basse, in questi anni incrociate con apporti provenienti da molte direzioni (in particolare, direi, dalla storia e dal giornalismo d’inchiesta), è nata una nuova tradizione italiana, appunto un nuovo sistema di generi con cui è ormai necessario fare i conti anche sul piano teorico.

«Di che genere sarai?», dunque. Etichette e pratiche proliferano, nel momento stesso in cui le vecchie sono dette superate. La complessità aumenta, le competenze crescono e si differenziano. Come dichiara Jacopo Guerriero nel suo intervento sulla fantascienza qui presente, nella nostra "età" anche «l’avant pop è memoria». Certo, la cosa, da critico, mi lascia un po’ sgomento. E capisco che molti miei colleghi, sbrigativamente, rimpiangano il buon tempo andato, con i cari ghetti discriminatori. Meno sgomento, però, sarà il lettore. Un sistema letterario che acquisisca una maggiore consapevolezza circa il problema dei generi, e che abbia il coraggio di praticarli in modo disinibito (e magari funambolico), è un sistema inevitabilmente più friendly di quello ipocrita da cui proveniamo, che nelle case chiuse delle collane relegava i piaceri frustrati dell’appassionato di nicchia. Oggi, si può fare tutto in pubblico, e pure in modo polimorfo. Cosa volete di più?

Paolo Giovannetti
Professore di Letteratura italiana presso l’Università Iulm di Milano

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