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   Letture n.649 agosto-settembre 2008 - Home Page
Il Noir, la Fantascienza, il Rosa, il Western, l’Horror e altri generi narrativi sembrano alternarsi nei gusti dei lettori, in un fenomeno di moda a fasi alterne. Letture presenta una serie di efficaci descrizioni dei principali generi segnalando alcuni tra i più significativi esponenti. Si può recuperare in tal modo una ricca gamma di vicende e personaggi che in molti casi è di alta qualità letteraria.


    
   
   

1- Il Western

ROMANZI DI FRONTIERA TRA CRONACA E MITO

di Giuseppe Lippi

  
N
on è una sorpresa che il western sia nato "eastern", cioè negli Stati dell’Est: alle origini i territori dell’Ovest erano ancora Terra Incognita e al massimo vi si erano avventurati gli esploratori solitari, Lewis e Clarke o il bergamasco Giacomo Costantino Beltrami (1779-1855). Agettare le fondamenta del romanzo di frontiera è un intellettuale nato nel New Jersey, James Fenimore Cooper, con la serie di cinque romanzi imperniati sull’uomo dai gambali di cuoio: I pionieri (1823), L’ultimo dei Mohicani (1826), La prateria (1827), Il cercatore di piste (1840) e Il cacciatore di cervi (1841).

Il grande romanziere compone un affresco vastissimo che media tra lo sfondo storico e quello naturale; in fondo, le due dimensioni sono inestricabilmente legate e la vita dei pionieri è regolata dalla natura indomita del continente come dall’incontro con le tribù pellirosse, di cui Cooper offre un primo ritratto generoso e veritiero. L’eroe della serie è un cacciatore figlio d’una bianca e di un indiano ed è soprannominato Occhio di falco: nel primo romanzo appare anziano ma nei libri successivi scopriremo le sue precedenti avventure lungo l’arco di un’intera vita. Tra i bianchi è conosciuto come Natty Bumppo, essere libero e fiero che partecipa delle due anime d’America. Conosce piante e animali, segue abilmente le piste, caccia i cervi: è un semplice ma a suo modo è un saggio, testimone della terra e degli uomini. E il ritratto cooperiano del Paese incontaminato che gradualmente diventa civile – almeno secondo i parametri europei – è premessa fondamentale per apprezzare il western vero e proprio che nascerà nella seconda metà dell’Ottocento, dall’elaborazione di cronache semistoriche e dalla biografia esaltata di personaggi reali (primo fra tutti William Frederick "Buffalo Bill" Cody, vissuto tra il 1846 e il 1917).

Centinaia delle sue avventure verranno scritte dal colonnello Prentiss Ingraham (1843-1904), uno dei più prolifici autori di dime novel, il genere editoriale che deve le sue origini all’intuizione di Ned Buntline (1823-1886), ritenuto il creatore del romanzo da dieci centesimi. Ma perché il filone imbocchi la strada che conosciamo oggi bisogna aspettare l’inizio del XX secolo, quando l’epopea del West si è di fatto conclusa. Alla guerra civile americana è seguita l’emancipazione degli schiavi e la nascita della civiltà multirazziale. A sud-ovest il Texas si è incuneato profondamente in Messico, sulla costa del Pacifico è stata raggiunta anche l’ultima frontiera, venerata col nome di California; i treni collegano l’immensa nazione, le guerre indiane appartengono al passato, i desperados e le città fantasma dormono da qualche tempo sotto la polvere. È allora, quando la storia s’è occupata di archiviare la corsa all’Ovest come fatto compiuto, che il bisogno del mito risorge più forte. Al confronto, la letteratura sensazionale dei dime novel fa sorridere: all’inizio del Novecento l’epopea subentra alla cronaca leggendaria e a distanza di pochi anni l’uno dall’altro nascono il moderno romanzo western e il cinema, che ne è stato il grande ricreatore.

Lo scrittore che conviene ricordare in questa fase matura è Zane Grey, nome letterario di Pearl Zane Gray (1872-1939), autore di decine di romanzi e racconti. Nato nell’Est e dentista di professione, a partire dal 1905 Grey viaggiò a ovest e si documentò ampiamente sull’argomento che lo affascinava. Nel 1918 si trasferì in California, ad Altadena, dove rimase fino alla morte. Ottenne grandi successi con romanzi come Betty Zane (1903), imperniato sulle avventure di un’antenata pioniera, l’eroina di Fort Henry; e ancora Lo spirito della frontiera (1906), I cavalieri della prateria (1912), Wildfire (1917), L’oro del deserto (1927), Il retaggio del deserto (1928). Ricche storie d’azione con un senso vivissimo del paesaggio: a conquistare l’animo di Grey era stata la natura meravigliosa del West, in cui si era imbattuto per la prima volta durante il viaggio di nozze. A Zane Grey si ispireranno tutti i grandi autori del Novecento: Max Brand, Charles Marquis Warren, Frank Gruber e Louis L’Amour.

Natty Bumppo.
Natty Bumppo
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Grazie alla grande avventura del western muto e ai capolavori di John Ford, un autore che da solo rivaleggia con tutti i romanzieri avventurosi, sarà il cinema a segnare le sorti del genere. E a cambiarle profondamente quando, intorno alla metà degli anni Sessanta, si affermerà il western europeo. L’ultimo autore di cui parleremo è perciò un regista: quel Sergio Leone che, come disse un critico nel lontano ’68, «ha fatto il monumento al West e ci ha messo la parola fine». In realtà, più che fargli il monumento Leone è sceso sulle praterie dell’ovest (Almeria e dintorni) vestito da samurai, "barbaro" rispetto alla tradizione classica. Il suo primo western, Per un pugno di dollari, è ispirato a un film in costume giapponese. Con lui il film della prateria, che negli anni Cinquanta aveva conosciuto un rigoglio straordinario e scoperto il cinemascope, si è ristretto di campo, ha abbandonato i cieli chiari e i ruscelli mormoranti, le catene dei monti azzurri e la neve degl’inverni di caccia per appollaiare la macchina da presa sul piolo, come una poiana. Da quella lugubre angolazione ha ripreso paesaggi non immensi ma calcificati, aridi dentro, popolati di bestie affamate e uomini biliosi: eroi avidi e senza troppi scrupoli. Con la scusa di mandare a casa il western del mito, il filone manicheo diviso rigidamente fra buoni e cattivi, l’ha soppiantato con le triadi: Il buono, il brutto, il cattivo. La verità è che il western di Leone si è fatto amare "nonostante" le sue schematizzazioni e violenze, malgrado il tentativo di demistificazione: arrivati al terzo capitolo, C’era una volta il West, è stato chiaro a lettere di fuoco che quel che Sergio voleva non era affatto demolire, ma allestire l’opera a modo suo, ridando fasto e splendore proprio al mito accusato d’ipocrisia.

Del resto, il West ormai gli stava stretto: e dopo averlo introdotto nell’èra postmoderna, cioè, in qualche modo, nel Medioevo, se n’è liberato prima con un’elegia e poi con una commedia picaresca, proseguendo la sua ricerca con un film ancora più personale, C’era una volta in America. E oggi? Il western ha appeso definitivamente le pistole al chiodo? Crediamo di no, anche se il suo nuovo cantore ha un’aria truce e per nulla scanzonata come il primo Leone, un andamento assai poco confortante: quello di un romanziere come Cormac McCarthy.

Giuseppe Lippi

Segue: Un paio di occhiali per vedere la realtà

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