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Il Noir, la Fantascienza, il
Rosa, il Western, l’Horror e altri generi narrativi sembrano alternarsi
nei gusti dei lettori, in un fenomeno di moda a fasi alterne. Letture
presenta una serie di efficaci descrizioni dei principali generi
segnalando alcuni tra i più significativi esponenti. Si può recuperare
in tal modo una ricca gamma di vicende e personaggi che in molti casi è
di alta qualità letteraria.
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1- Il Western
ROMANZI DI
FRONTIERA TRA CRONACA E MITO
di Giuseppe Lippi
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Non è una
sorpresa che il western sia nato "eastern", cioè negli Stati
dell’Est: alle origini i territori dell’Ovest erano ancora Terra
Incognita e al massimo vi si erano avventurati gli esploratori solitari,
Lewis e Clarke o il bergamasco Giacomo Costantino Beltrami (1779-1855).
Agettare le fondamenta del romanzo di frontiera è un intellettuale nato
nel New Jersey, James Fenimore Cooper, con la serie di cinque romanzi
imperniati sull’uomo dai gambali di cuoio: I pionieri (1823), L’ultimo
dei Mohicani (1826), La prateria (1827), Il cercatore di
piste (1840) e Il cacciatore di cervi (1841).
Il grande romanziere compone un affresco vastissimo che
media tra lo sfondo storico e quello naturale; in fondo, le due dimensioni
sono inestricabilmente legate e la vita dei pionieri è regolata dalla
natura indomita del continente come dall’incontro con le tribù
pellirosse, di cui Cooper offre un primo ritratto generoso e veritiero. L’eroe
della serie è un cacciatore figlio d’una bianca e di un indiano ed è
soprannominato Occhio di falco: nel primo romanzo appare anziano ma nei
libri successivi scopriremo le sue precedenti avventure lungo l’arco di
un’intera vita. Tra i bianchi è conosciuto come Natty Bumppo, essere
libero e fiero che partecipa delle due anime d’America. Conosce piante e
animali, segue abilmente le piste, caccia i cervi: è un semplice ma a suo
modo è un saggio, testimone della terra e degli uomini. E il ritratto
cooperiano del Paese incontaminato che gradualmente diventa civile –
almeno secondo i parametri europei – è premessa fondamentale per
apprezzare il western vero e proprio che nascerà nella seconda metà dell’Ottocento,
dall’elaborazione di cronache semistoriche e dalla biografia esaltata di
personaggi reali (primo fra tutti William Frederick "Buffalo Bill"
Cody, vissuto tra il 1846 e il 1917).

Centinaia delle sue avventure verranno scritte dal
colonnello Prentiss Ingraham (1843-1904), uno dei più prolifici autori di
dime novel, il genere editoriale che deve le sue origini all’intuizione
di Ned Buntline (1823-1886), ritenuto il creatore del romanzo da dieci
centesimi. Ma perché il filone imbocchi la strada che conosciamo oggi
bisogna aspettare l’inizio del XX secolo, quando l’epopea del West si
è di fatto conclusa. Alla guerra civile americana è seguita l’emancipazione
degli schiavi e la nascita della civiltà multirazziale. A sud-ovest il
Texas si è incuneato profondamente in Messico, sulla costa del Pacifico
è stata raggiunta anche l’ultima frontiera, venerata col nome di
California; i treni collegano l’immensa nazione, le guerre indiane
appartengono al passato, i desperados e le città fantasma dormono
da qualche tempo sotto la polvere. È allora, quando la storia s’è
occupata di archiviare la corsa all’Ovest come fatto compiuto, che il
bisogno del mito risorge più forte. Al confronto, la letteratura
sensazionale dei dime novel fa sorridere: all’inizio del
Novecento l’epopea subentra alla cronaca leggendaria e a distanza di
pochi anni l’uno dall’altro nascono il moderno romanzo western e il
cinema, che ne è stato il grande ricreatore.
Lo scrittore che conviene ricordare in questa fase
matura è Zane Grey, nome letterario di Pearl Zane Gray (1872-1939),
autore di decine di romanzi e racconti. Nato nell’Est e dentista di
professione, a partire dal 1905 Grey viaggiò a ovest e si documentò
ampiamente sull’argomento che lo affascinava. Nel 1918 si trasferì in
California, ad Altadena, dove rimase fino alla morte. Ottenne grandi
successi con romanzi come Betty Zane (1903), imperniato sulle
avventure di un’antenata pioniera, l’eroina di Fort Henry; e ancora Lo
spirito della frontiera (1906), I cavalieri della prateria (1912),
Wildfire (1917), L’oro del deserto (1927), Il retaggio
del deserto (1928). Ricche storie d’azione con un senso vivissimo
del paesaggio: a conquistare l’animo di Grey era stata la natura
meravigliosa del West, in cui si era imbattuto per la prima volta durante
il viaggio di nozze. A Zane Grey si ispireranno tutti i grandi autori del
Novecento: Max Brand, Charles Marquis Warren, Frank Gruber e Louis L’Amour.

Natty Bumppo .
Grazie alla grande avventura del western muto e ai
capolavori di John Ford, un autore che da solo rivaleggia con tutti i
romanzieri avventurosi, sarà il cinema a segnare le sorti del genere. E a
cambiarle profondamente quando, intorno alla metà degli anni Sessanta, si
affermerà il western europeo. L’ultimo autore di cui parleremo è
perciò un regista: quel Sergio Leone che, come disse un critico nel
lontano ’68, «ha fatto il monumento al West e ci ha messo la parola
fine». In realtà, più che fargli il monumento Leone è sceso sulle
praterie dell’ovest (Almeria e dintorni) vestito da samurai,
"barbaro" rispetto alla tradizione classica. Il suo primo
western, Per un pugno di dollari, è ispirato a un film in costume
giapponese. Con lui il film della prateria, che negli anni Cinquanta aveva
conosciuto un rigoglio straordinario e scoperto il cinemascope, si è
ristretto di campo, ha abbandonato i cieli chiari e i ruscelli mormoranti,
le catene dei monti azzurri e la neve degl’inverni di caccia per
appollaiare la macchina da presa sul piolo, come una poiana. Da quella
lugubre angolazione ha ripreso paesaggi non immensi ma calcificati, aridi
dentro, popolati di bestie affamate e uomini biliosi: eroi avidi e senza
troppi scrupoli. Con la scusa di mandare a casa il western del mito, il
filone manicheo diviso rigidamente fra buoni e cattivi, l’ha soppiantato
con le triadi: Il buono, il brutto, il cattivo. La verità è che
il western di Leone si è fatto amare "nonostante" le sue
schematizzazioni e violenze, malgrado il tentativo di demistificazione:
arrivati al terzo capitolo, C’era una volta il West, è stato
chiaro a lettere di fuoco che quel che Sergio voleva non era affatto
demolire, ma allestire l’opera a modo suo, ridando fasto e splendore
proprio al mito accusato d’ipocrisia.
Del resto, il West ormai gli stava stretto: e dopo
averlo introdotto nell’èra postmoderna, cioè, in qualche modo, nel
Medioevo, se n’è liberato prima con un’elegia e poi con una commedia
picaresca, proseguendo la sua ricerca con un film ancora più personale, C’era
una volta in America. E oggi? Il western ha appeso definitivamente le
pistole al chiodo? Crediamo di no, anche se il suo nuovo cantore ha un’aria
truce e per nulla scanzonata come il primo Leone, un andamento assai poco
confortante: quello di un romanziere come Cormac McCarthy.
Giuseppe Lippi
Segue: Un paio di
occhiali per vedere la realtà
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