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2 - Il Fantasy

UN PAIO DI OCCHIALI PER VEDERE LA REALTÀ E MITO

di Paolo Pegoraro

  
L
a fantasia può essere considerata la rielaborazione di parti della realtà, materia di per sé molto più caotica e sfuggente. Pensiamo a una sirena: donna + pesce. O a un ippogrifo: aquila + cavallo. Ogni creatura leggendaria è una composizione o deformazione di esseri conosciuti. In alternativa ci troveremmo davanti a qualcosa di... inimmaginabile. Il fantasy è un genere che aiuta a non stancarsi del presente, ma a contemplarlo sotto la sorprendente angolatura dell’«E se invece...?». È un po’ come viaggiare all’estero, presso un Paese dagli usi sconosciuti, strampalati magari, ma ferreamente regolati da una logica ignota che bisognerà sforzarsi di apprendere.

Flannery O’Connor ha scritto che l’autore di racconti fantastici deve prestare «un’attenzione ancor più rigorosa al particolare concreto, rispetto a chi scrive in chiave naturalistica, perché quanto più la storia forza i limiti della credibilità, tanto più convincente dovrà essere l’ambientazione». La veridicità di questa tesi è provata dall’imperituro successo di J.R.R. Tolkien, che ha coniugato il rigoroso puntiglio del filologo con la sbrigliata visionarietà del poeta: le corpose Appendici del Signore degli Anelli, pur relegate in coda alla storia, sono onnipresenti come le fondamenta di una torre. Ciò che è essenziale al genere fantasy, quindi, non è la presenza della magia, ma la costruzione di un mondo immaginario solidamente strutturato, da cui è in genere esclusa ogni forma di tecnologia (cui può supplire l’intervento magico).

La nota trasposizione filmica de Il signore degli anelli.
La nota trasposizione filmica de Il signore degli anelli.

Perché leggere fantasy? Chesterton affermava di amare i racconti di fate per tre ragioni. Primo, perché seminano negli occhi la meraviglia. Secondo, perché ricordano che c’è sempre una regola da rispettare. Terzo, perché insegnano che i draghi esistono, e che si possono sconfiggere. Personalmente aggiungo una quarta ragione: in un’epoca di parodie della realtà (reality) spesso incapaci d’introdurre a una più ampia visione dell’esistenza, c’è bisogno di un’immaginazione fiammeggiante che sappia forzare orizzonti permanentemente piatti. Non tutti i fantasy offrono questo, naturalmente: segnaliamo qualche titolo fuori dal coro.

Stephen R. Donaldson, ad esempio, ha imboccato la strada del fantasy classico alla Tolkien-Lewis riproponendolo in chiave contemporanea. Anche al centro delle Cronache di Thomas Covenant c’è un anello incantato, ma il suo protagonista riflette tutta la negatività del secolo, come se Frodo Baggins avesse attraversato Auschwitz dopo essere uscito da Mordor. Thomas Covenant, il protagonista, è uno scrittore di successo che viene abbandonato dalla moglie quando si scopre malato di lebbra, metafora biblica della contaminazione morale e realtà ben nota all’autore, cresciuto in India con il padre medico. Nella sua disperata solitudine, Thomas viene evocato nella Landa, un mondo parallelo di grande bellezza dove egli si scopre guarito dalla malattia. Ma l’improvvisa guarigione, invece che rallegrarlo, lo convince di trovarsi in un sogno, guadagnandosi il soprannome evangelico di "Thomas l’Incredulo". Il conflitto realtà-sogno sarà il filo conduttore dei primi tre libri di questo ciclo: vale la pena impegnarsi e soffrire per la salvezza di una realtà evanescente? Oltretutto Thomas, esasperato dalla malattia e minato da un profondo scetticismo, si connota come l’antieroe più odioso (e per questo più credibile) della storia del fantasy: insofferente e costantemente rabbuiato, si macchia di crimini come stupro, omicidio e tradimento. Eppure proprio la consapevolezza della propria negatività lo spinge a lottare contro lo Spregiatore, l’entità malefica che minaccia la Landa e ha fatto del disprezzo per il creato la sua filosofia di vita. Attraverso un cammino lento e il confronto con personaggi di grande spessore morale, Thomas comincerà la guarigione del proprio cuore – nella Landa come nel proprio mondo – accettando il "potere dell’inadeguatezza".

Anche chi vorrà confrontarsi con un fantasy più insolito e complicato troverà pane per i suoi denti. Oltre a Mervyn Peake con la trilogia di Gormenghast, ricordiamo il Ciclo del Nuovo Sole di Gene Wolfe, ambientato in un remotissimo futuro dove Severian, addestrato a torturare chi si oppone alle imperscrutabili Leggi della Cittadella, apprende durante un lungo viaggio iniziatico come essere... umano. Scrittura raffinatissima, quella di Wolfe, traboccante di rimandi a Kafka, Musil e Borges. Sono particolarmente originali anche i Racconti della Terra Piatta di Tanith Lee, un ciclo di romanzi che recupera i tòpos delle grandi saghe mesopotamiche e ci sprofonda in un’era di miti pagani dove sono i dèmoni – e non gli dèi – a decidere il destino degli uomini. Un ultimo, particolarissimo caso è il lirico romanzo-fiume Dimenticato Re Gudù della spagnola Ana María Matute. Attraverso le forme canoniche della fiaba e le vicende dolci-amare della dinastia di Olar, Matute inscena l’estremo congedo che la vecchiaia prende dai sogni dell’infanzia.

Sul versante "commerciale" segnaliamo i sette volumi del Ciclo di Death Gate della coppia Weis-Hickman, che hanno saputo congiungere un’ambiziosa inventiva a una tensione drammatica e a un generico afflato religioso. Le vicende di Haplo e Alfred, rappresentanti di due razze di semidèi che si odiano da millenni, diventano il motore per la ricongiunzione di quattro mondi separati – aria, pietra, fuoco e acqua – in un nuovo paradigma di unità: un fantasy che si confronta con i dilemmi della globalizzazione.

Paolo Pegoraro

Segue: Il padre assente apre le porte alla paura

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