a
fantasia può essere considerata la rielaborazione di parti della realtà,
materia di per sé molto più caotica e sfuggente. Pensiamo a una sirena:
donna + pesce. O a un ippogrifo: aquila + cavallo. Ogni creatura
leggendaria è una composizione o deformazione di esseri conosciuti. In
alternativa ci troveremmo davanti a qualcosa di... inimmaginabile. Il
fantasy è un genere che aiuta a non stancarsi del presente, ma a
contemplarlo sotto la sorprendente angolatura dell’«E se invece...?».
È un po’ come viaggiare all’estero, presso un Paese dagli usi
sconosciuti, strampalati magari, ma ferreamente regolati da una logica
ignota che bisognerà sforzarsi di apprendere.
Flannery O’Connor ha scritto che l’autore di
racconti fantastici deve prestare «un’attenzione ancor più rigorosa al
particolare concreto, rispetto a chi scrive in chiave naturalistica,
perché quanto più la storia forza i limiti della credibilità, tanto
più convincente dovrà essere l’ambientazione». La veridicità di
questa tesi è provata dall’imperituro successo di J.R.R. Tolkien, che
ha coniugato il rigoroso puntiglio del filologo con la sbrigliata
visionarietà del poeta: le corpose Appendici del Signore degli Anelli,
pur relegate in coda alla storia, sono onnipresenti come le fondamenta di
una torre. Ciò che è essenziale al genere fantasy, quindi, non è la
presenza della magia, ma la costruzione di un mondo immaginario
solidamente strutturato, da cui è in genere esclusa ogni forma di
tecnologia (cui può supplire l’intervento magico).

La nota trasposizione filmica de Il
signore degli anelli.
Perché leggere fantasy? Chesterton affermava di amare i
racconti di fate per tre ragioni. Primo, perché seminano negli occhi la
meraviglia. Secondo, perché ricordano che c’è sempre una regola da
rispettare. Terzo, perché insegnano che i draghi esistono, e che si
possono sconfiggere. Personalmente aggiungo una quarta ragione: in un’epoca
di parodie della realtà (reality) spesso incapaci d’introdurre a
una più ampia visione dell’esistenza, c’è bisogno di un’immaginazione
fiammeggiante che sappia forzare orizzonti permanentemente piatti. Non
tutti i fantasy offrono questo, naturalmente: segnaliamo qualche titolo
fuori dal coro.
Stephen R. Donaldson, ad esempio, ha imboccato la strada
del fantasy classico alla Tolkien-Lewis riproponendolo in chiave
contemporanea. Anche al centro delle Cronache di Thomas Covenant c’è
un anello incantato, ma il suo protagonista riflette tutta la negatività
del secolo, come se Frodo Baggins avesse attraversato Auschwitz dopo
essere uscito da Mordor. Thomas Covenant, il protagonista, è uno
scrittore di successo che viene abbandonato dalla moglie quando si scopre
malato di lebbra, metafora biblica della contaminazione morale e realtà
ben nota all’autore, cresciuto in India con il padre medico. Nella sua
disperata solitudine, Thomas viene evocato nella Landa, un mondo parallelo
di grande bellezza dove egli si scopre guarito dalla malattia. Ma l’improvvisa
guarigione, invece che rallegrarlo, lo convince di trovarsi in un sogno,
guadagnandosi il soprannome evangelico di "Thomas l’Incredulo".
Il conflitto realtà-sogno sarà il filo conduttore dei primi tre libri di
questo ciclo: vale la pena impegnarsi e soffrire per la salvezza di una
realtà evanescente? Oltretutto Thomas, esasperato dalla malattia e minato
da un profondo scetticismo, si connota come l’antieroe più odioso (e
per questo più credibile) della storia del fantasy: insofferente e
costantemente rabbuiato, si macchia di crimini come stupro, omicidio e
tradimento. Eppure proprio la consapevolezza della propria negatività lo
spinge a lottare contro lo Spregiatore, l’entità malefica che minaccia
la Landa e ha fatto del disprezzo per il creato la sua filosofia di vita.
Attraverso un cammino lento e il confronto con personaggi di grande
spessore morale, Thomas comincerà la guarigione del proprio cuore –
nella Landa come nel proprio mondo – accettando il "potere dell’inadeguatezza".
Anche chi vorrà confrontarsi con un fantasy più
insolito e complicato troverà pane per i suoi denti. Oltre a Mervyn Peake
con la trilogia di Gormenghast, ricordiamo il Ciclo del Nuovo
Sole di Gene Wolfe, ambientato in un remotissimo futuro dove Severian,
addestrato a torturare chi si oppone alle imperscrutabili Leggi della
Cittadella, apprende durante un lungo viaggio iniziatico come essere...
umano. Scrittura raffinatissima, quella di Wolfe, traboccante di rimandi a
Kafka, Musil e Borges. Sono particolarmente originali anche i Racconti
della Terra Piatta di Tanith Lee, un ciclo di romanzi che recupera i tòpos
delle grandi saghe mesopotamiche e ci sprofonda in un’era di miti
pagani dove sono i dèmoni – e non gli dèi – a decidere il destino
degli uomini. Un ultimo, particolarissimo caso è il lirico romanzo-fiume Dimenticato
Re Gudù della spagnola Ana María Matute. Attraverso le forme
canoniche della fiaba e le vicende dolci-amare della dinastia di Olar,
Matute inscena l’estremo congedo che la vecchiaia prende dai sogni dell’infanzia.
Sul versante "commerciale" segnaliamo i sette
volumi del Ciclo di Death Gate della coppia Weis-Hickman, che hanno
saputo congiungere un’ambiziosa inventiva a una tensione drammatica e a
un generico afflato religioso. Le vicende di Haplo e Alfred,
rappresentanti di due razze di semidèi che si odiano da millenni,
diventano il motore per la ricongiunzione di quattro mondi separati –
aria, pietra, fuoco e acqua – in un nuovo paradigma di unità: un
fantasy che si confronta con i dilemmi della globalizzazione.
Paolo Pegoraro
Segue: Il padre assente
apre le porte alla paura