se, in fondo, non esistesse affatto il "genere" horror, ma solo
"autori" horror?
Infatti, la narrazione di una discesa agli Inferi per
parlare con le anime dei morti non è considerata una storia terrificante,
bensì il capolavoro della letteratura italiana. E neppure sono horror le
imprese di Beowulf, il guerriero che sconfigge un mostro dotato di poteri
soprannaturali, prima tappa di ogni storia della letteratura inglese. Per
non parlare delle evocazioni demoniache narrate nel Faust di
Marlowe e in quello di Goethe, o del Vascello stregato descritto
nella Ballata del vecchio marinaio di Coleridge. Oppure, per fare
esempi più recenti, possiamo ricordare che Vadinho, uno dei due mariti di
Doña Flor descritti da Jorge Amado, è un fantasma dall’irruente vita
sessuale; e cosa dire, invece, del vero e proprio clima di terrore evocato
da Henry James nel suo spettrale Giro di vite? o, passando al
cinema, perché non definire "del terrore" il capolavoro di
Bergman Il settimo sigillo, dove, mentre si bruciano le streghe, la
Morte si gioca a scacchi le anime dei protagonisti? Al contrario, quando
parliamo di autori come Howard Phillips Lovecraft e Stephen King, o di
registi come John Carpenter e George Romero, scatta immediatamente l’identificazione
col genere dell’orrore.
Eppure, dovremmo considerare, al di là degli autori, la
«genuinità e dignità del racconto d’orrore soprannaturale come forma
letteraria», come afferma proprio H.P. Lovecraft nel suo celebre saggio
su L’orrore soprannaturale nella letteratura, aggiungendo che «la
paura è il sentimento più antico e potente del genere umano, ed
eserciterà il suo fascino, come è sempre avvenuto, su un pubblico
limitato ed eccezionalmente sensibile».

Il maestro dell’horror Stephen
King.
Da quando, più di ottant’anni fa, queste parole
furono scritte, molte cose sono cambiate, e proprio grazie allo stesso
Lovecraft, che, dopo essere stato pressoché ignorato in vita, è
diventato inaspettatamente uno dei maggiori autori di culto del genere,
ispirando decine di altri romanzieri, e altrettanti registi e creatori di
videogiochi. La cosmogonia inventata dal solitario di Providence – i
cosiddetti Miti di Chtulhu – è diventata mito fondante di un
vero e proprio universo parallelo, popolato da folli divinità assetate di
sangue, con una loro Bibbia, il Necronomicon, un elenco di riti
abominevoli e delitti innominabili. Siamo molto lontani, dunque, dai
mostri "classici", come la creatura del Dottor Frankenstein o Mr
Hyde, frutto della presunzione scientista dell’uomo, così come non si
tratta neppure di rielaborazioni moderne di miti folclorici, come Dracula,
gli Zombi o l’Uomo Lupo. Siamo di fronte all’irruzione del totalmente
altro da sé – il mostruoso, appunto – nella vita ordinaria: la
letteratura dell’orrore abolisce i confini tra il mondo della veglia e
quello del sogno, che, come scrive ancora Lovecraft, suggerisce – «con
buona pace del simbolismo puerile di Freud» – l’esistenza di un’altra
dimensione, reale ma orribile, vicina ma separata.
È questo, probabilmente, il fattore che unisce molte
delle storie create dall’attuale, riconosciuto maestro del genere:
Stephen King, che proprio la lettura di Lovecraft indirizzò verso l’horror.
Anche nel caso di King, a nulla vale far notare lo spessore qualitativo
della sua opera, o la sua formazione letteraria, e neppure la sua iniziale
carriera di insegnante di letteratura inglese: egli resta inevitabilmente
confinato nella categoria di scrittori dell’orrore, come alla fine
accetta con autoironia: «Anche Joyce Carol Oates tratta argomenti
"horror"», dice King in un’intervista, «solo che lei scrive
libri di classe e io scrivo per fare soldi». Ma non si tratta solo di
scrivere per fare soldi, anzi: un romanzo come It è a tutti gli
effetti un classico della letteratura in generale, così come la sua
produzione saggistica – Danse Macabre e The Art of Writing –
è di tutto rispetto. King è uno scrittore vero, che fa il suo mestiere
con abilità e passione, affrontando nelle sue storie le inquietudini che
aleggiano in ciascuno di noi, anche se non tutti amiamo esorcizzarle
attraverso il piacere della paura.
Quello della paura è un piacere tornato di gran moda
nell’ultimo ventennio, dopo una fase di eclissi a favore della
letteratura prima fantascientifica e poi fantastica. Ne è conferma l’incredibile
successo di un personaggio tutto italiano – tranne il nome – che
diventa rapidamente di culto: Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo a
fumetti partorito nel 1986 dalla fervida fantasia di Tiziano Sclavi per la
scuderia dell’editore Bonelli. Tutti gli elementi della tradizione
horror – mostri, spettri, universi paralleli, streghe, demoni –
vengono rielaborati con intelligente ironia, puntualmente apprezzata e
premiata dalle diverse generazioni di lettori che continuano a comprare
gli albi di Dylan Dog, presente ogni mese in edicola con una nuova
avventura e molte vecchie ristampe.
Oltre alla similitudine dei temi trattati, c’è infine
un altro filo rosso – una "coincidenza significativa", direbbe
Jung – che collega il personaggio Dylan Dog con gli scrittori S. King e
H.P. Lovecraft: tutti e tre non ebbero l’opportunità di conoscere il
proprio padre; quello di Lovecraft morì di sifilide quando Howard era
appena un bambino; quello di King sparì senza dare più segno di sé
quando Stephen aveva poco più di due anni e di Dylan Dog ci viene detto
sin dal primo episodio che è stato adottato. Se aggiungiamo il fatto che
l’assenza del padre è, almeno finora, il motivo dominante della serie
televisiva di culto, Lost – nuova frontiera dell’horror
metafisico ormai alla quarta serie – chissà che non si possa trovare
davvero un link tra la passione per l’orrore e la mancanza di una
guida paterna, che non avendoci introdotto nel mondo reale degli adulti,
ci ha lasciato il gusto infantile di inorridire per le storie terribili
che ancora vogliamo ascoltare prima di addormentarci.
Luca Gallesi
Segue: Liala offre l’amore,
Kinsella lo shopping