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3 - L’Horror

IL PADRE ASSENTE APRE LE PORTE ALLA PAURA

di Luca Gallesi

  
E
se, in fondo, non esistesse affatto il "genere" horror, ma solo "autori" horror?

Infatti, la narrazione di una discesa agli Inferi per parlare con le anime dei morti non è considerata una storia terrificante, bensì il capolavoro della letteratura italiana. E neppure sono horror le imprese di Beowulf, il guerriero che sconfigge un mostro dotato di poteri soprannaturali, prima tappa di ogni storia della letteratura inglese. Per non parlare delle evocazioni demoniache narrate nel Faust di Marlowe e in quello di Goethe, o del Vascello stregato descritto nella Ballata del vecchio marinaio di Coleridge. Oppure, per fare esempi più recenti, possiamo ricordare che Vadinho, uno dei due mariti di Doña Flor descritti da Jorge Amado, è un fantasma dall’irruente vita sessuale; e cosa dire, invece, del vero e proprio clima di terrore evocato da Henry James nel suo spettrale Giro di vite? o, passando al cinema, perché non definire "del terrore" il capolavoro di Bergman Il settimo sigillo, dove, mentre si bruciano le streghe, la Morte si gioca a scacchi le anime dei protagonisti? Al contrario, quando parliamo di autori come Howard Phillips Lovecraft e Stephen King, o di registi come John Carpenter e George Romero, scatta immediatamente l’identificazione col genere dell’orrore.

Eppure, dovremmo considerare, al di là degli autori, la «genuinità e dignità del racconto d’orrore soprannaturale come forma letteraria», come afferma proprio H.P. Lovecraft nel suo celebre saggio su L’orrore soprannaturale nella letteratura, aggiungendo che «la paura è il sentimento più antico e potente del genere umano, ed eserciterà il suo fascino, come è sempre avvenuto, su un pubblico limitato ed eccezionalmente sensibile».

Il maestro dell'horror Stephen King.
Il maestro dell’horror Stephen King.

Da quando, più di ottant’anni fa, queste parole furono scritte, molte cose sono cambiate, e proprio grazie allo stesso Lovecraft, che, dopo essere stato pressoché ignorato in vita, è diventato inaspettatamente uno dei maggiori autori di culto del genere, ispirando decine di altri romanzieri, e altrettanti registi e creatori di videogiochi. La cosmogonia inventata dal solitario di Providence – i cosiddetti Miti di Chtulhu – è diventata mito fondante di un vero e proprio universo parallelo, popolato da folli divinità assetate di sangue, con una loro Bibbia, il Necronomicon, un elenco di riti abominevoli e delitti innominabili. Siamo molto lontani, dunque, dai mostri "classici", come la creatura del Dottor Frankenstein o Mr Hyde, frutto della presunzione scientista dell’uomo, così come non si tratta neppure di rielaborazioni moderne di miti folclorici, come Dracula, gli Zombi o l’Uomo Lupo. Siamo di fronte all’irruzione del totalmente altro da sé – il mostruoso, appunto – nella vita ordinaria: la letteratura dell’orrore abolisce i confini tra il mondo della veglia e quello del sogno, che, come scrive ancora Lovecraft, suggerisce – «con buona pace del simbolismo puerile di Freud» – l’esistenza di un’altra dimensione, reale ma orribile, vicina ma separata.

È questo, probabilmente, il fattore che unisce molte delle storie create dall’attuale, riconosciuto maestro del genere: Stephen King, che proprio la lettura di Lovecraft indirizzò verso l’horror. Anche nel caso di King, a nulla vale far notare lo spessore qualitativo della sua opera, o la sua formazione letteraria, e neppure la sua iniziale carriera di insegnante di letteratura inglese: egli resta inevitabilmente confinato nella categoria di scrittori dell’orrore, come alla fine accetta con autoironia: «Anche Joyce Carol Oates tratta argomenti "horror"», dice King in un’intervista, «solo che lei scrive libri di classe e io scrivo per fare soldi». Ma non si tratta solo di scrivere per fare soldi, anzi: un romanzo come It è a tutti gli effetti un classico della letteratura in generale, così come la sua produzione saggistica – Danse Macabre e The Art of Writing – è di tutto rispetto. King è uno scrittore vero, che fa il suo mestiere con abilità e passione, affrontando nelle sue storie le inquietudini che aleggiano in ciascuno di noi, anche se non tutti amiamo esorcizzarle attraverso il piacere della paura.

Quello della paura è un piacere tornato di gran moda nell’ultimo ventennio, dopo una fase di eclissi a favore della letteratura prima fantascientifica e poi fantastica. Ne è conferma l’incredibile successo di un personaggio tutto italiano – tranne il nome – che diventa rapidamente di culto: Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo a fumetti partorito nel 1986 dalla fervida fantasia di Tiziano Sclavi per la scuderia dell’editore Bonelli. Tutti gli elementi della tradizione horror – mostri, spettri, universi paralleli, streghe, demoni – vengono rielaborati con intelligente ironia, puntualmente apprezzata e premiata dalle diverse generazioni di lettori che continuano a comprare gli albi di Dylan Dog, presente ogni mese in edicola con una nuova avventura e molte vecchie ristampe.

Oltre alla similitudine dei temi trattati, c’è infine un altro filo rosso – una "coincidenza significativa", direbbe Jung – che collega il personaggio Dylan Dog con gli scrittori S. King e H.P. Lovecraft: tutti e tre non ebbero l’opportunità di conoscere il proprio padre; quello di Lovecraft morì di sifilide quando Howard era appena un bambino; quello di King sparì senza dare più segno di sé quando Stephen aveva poco più di due anni e di Dylan Dog ci viene detto sin dal primo episodio che è stato adottato. Se aggiungiamo il fatto che l’assenza del padre è, almeno finora, il motivo dominante della serie televisiva di culto, Lost – nuova frontiera dell’horror metafisico ormai alla quarta serie – chissà che non si possa trovare davvero un link tra la passione per l’orrore e la mancanza di una guida paterna, che non avendoci introdotto nel mondo reale degli adulti, ci ha lasciato il gusto infantile di inorridire per le storie terribili che ancora vogliamo ascoltare prima di addormentarci.

Luca Gallesi

Segue: Liala offre l’amore, Kinsella lo shopping

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