Tra i
generi narrativi – cioè all’interno della cosiddetta
"letteratura di genere" – quello "rosa" è uno dei
più "malfamati". Nato all’inizio del Novecento, al rosa si
lega l’idea di una produzione schematica, ripetitiva nei suoi moduli
narrativi, riservata a un pubblico di "signorine" (più o meno
attempate). Gli ingredienti sono tra i più classici dell’universo
narrativo (tanto che molti di questi elementi si possono far risalire
addirittura al romanzo greco): un grande amore tra un uomo e una donna,
difficoltà che si frappongono al suo coronamento, problemi e separazioni,
e infine l’happy end. Un tipo di romanzo pensato per un pubblico
femminile, al quale esso intende fornire modelli comportamentali a cui
ispirarsi.
Vera madre del genere rosa è stata la longeva e
prolifica Barbara Cartland (1901-2000). Questa scrittrice inglese è stata
infatti autrice, nel corso della sua lunga vita, di oltre 700 romanzi (per
600 milioni di copie vendute nel mondo). La sua carriera inizia a Londra
negli anni Venti, quando lavora come cronista mondana al Daily Express.
Il suo romanzo d’esordio, Mosaico (titolo originale Jig-Saw), data
al 1925. Già in questo primo titolo troviamo alcune di quelle che saranno
le costanti della sua produzione successiva: l’ambientazione socialmente
altolocata, un mondo ricco e sfarzoso, personaggi come la giovane illibata
e onesta, il marito anziano e spesso cattivo, l’amante giovane e
seducente.

La scrittrice britannica Barbara
Cartland.
In Mosaico protagonista è la giovane Mona Vivien,
che, dopo un’educazione parigina, si trova a essere indecisa tra due
fratellastri, latori rispettivamente di due diverse proposte di vita: la
tranquillità matrimoniale e la tentazione erotica. Il primo è infatti un
uomo tranquillo e posato, il secondo un mascalzone ricco di fascino. La
ragazza opterà per la scelta più onesta e rassicurante con l’uomo più
"perbene". Del resto quello dell’"onestà" della
protagonista, cioè della sua illibatezza, è una delle costanti della
narrativa della Cartland: alle "tentazioni della carne", le sue
giovani eroine oppongono la scelta della castità (almeno
prematrimoniale), così che gli amori narrati sono quasi sempre amori
romantici, sentimentali, spirituali, in cui è assente il sesso (elemento
che sarà invece presente nei successivi svolgimenti del genere rosa negli
autori statunitensi). La stessa Cartland ha dichiarato che i suoi libri
erano uno strumento «per evadere dalla mancanza di romanticismo della
vita moderna» e che i suoi erano «amori autentici, sul modello di
Cenerentola». Insomma, un mondo idealizzato ed edulcorato, sul quale poco
possono gli intoppi del destino.
Anche in Italia – parallelamente alla fortuna del
genere oltre Manica e poi rapidamente in tutto il mondo – non tardò a
svilupparsi una fitta produzione rosa. Da lì nasce Liala (pseudonimo,
inventato da Gabriele D’Annunzio, di Amalia Liana Cambiasi Negretti
Odescalchi, 1897-1995), anch’essa scomparsa quasi centenaria
(evidentemente scrivere romanzi rosa allunga la vita...). Autrice di oltre
80 romanzi, Liala rappresenta, all’interno della nostra tradizione, la
madrina di quelle che oggi sono le più fortunate autrici di romanzi rosa,
come Sveva Casati Modignani e Maria Venturi (delle quali non è dato
conoscere l’anno di nascita: sui repertori e sulle enciclopedie
letterarie manca infatti l’indicazione).
Prendiamo Sveva Casati Modignani, un’autrice i cui
libri sono sempre salutati da un grande favore da parte del pubblico (se
non da parte della critica), scalando ogni volta le vette delle
classifiche: un’autrice che è una sicurezza per i suoi editori.
Ribattezzata "la Liala del Duemila", ha già venduto
complessivamente qualcosa come 10 milioni di copie. Ma, come per Liala,
anche questa volta il nome è uno pseudonimo, sotto cui si cela una coppia
di giornalisti milanesi: Bice Cairati e Nullo Cantaroni (quest’ultimo
scomparso nel 2004).
Romanzi, come si diceva, caratterizzati sempre da un
grande successo commerciale (il che sottolinea la dimensione prettamente
"industriale" dell’operazione), a cominciare dal primo, Anna
dagli occhi verdi (1981). Ne sono poi seguiti un’altra quindicina,
quasi sempre sviluppati sui motivi del contrasto tra ricchezza e povertà,
dell’importanza degli affetti familiari, dell’inutilità dei soldi per
raggiungere la felicità, ma anche su passioni travolgenti, intrighi
complicati, misteri insolubili. Il tutto condotto in uno stile semplice e
diretto che è un’altra ragione dell’enorme popolarità.
Ultima declinazione del rosa è la cosiddetta
letteratura chick-lit: dachick (diminutivo di chicken,
"pollo", ma nel significato gergale di "pollastrella",
cioè "giovane ragazza") e lit (forma abbreviata di literature,
"letteratura"). Capostipite del genere è stato il romanzo Il
diario di Bridget Jones (1996) della giornalista inglese Helen
Fielding, poi diventato (2001) un film diretto da Sharon Maguire.
Attualmente una delle massime esponenti del chick-lit
è la giovane scrittrice inglese Sophie Kinsella (pseudonimo di
Madeleine Wickham), nata nel 1969, ma già autrice di diversi best
seller. Laureata in economia e filosofia a Oxford, ha esordito in
questo genere nel 2000 con il romanzo I love shopping (questo il
titolo italiano; in originale The Secret Dreamworld of a Shopaholic).
Costanti, in questi libri (al primo ne sono seguiti
altri 6, fra cui 4 sequel di quello d’esordio), sono le giovani
protagoniste single, insicure di sé, un po’ goffe e sfortunate,
ma inguaribilmente romantiche. Rispetto al rosa tradizionale, è qui
presente una dimensione ironica, che rende tali romanzi leggeri e
simpatici, tutto sommato meno zuccherosi e indigesti.
Roberto Carnero
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qualità per grandi trame