La spy
story è un genere narrativo tipicamente novecentesco e inglese, che
riflette le ambizioni nazionalistiche e patriottiche, minacciate dai Paesi
rivali (Germania, Stati Uniti, Russia), per conquistare l’egemonia dei
mercati coloniali.
Eric Ambler (1909-1998), maestro indiscusso della spy
story, che ha avuto come fratello e rivale Graham Greene e come seguaci
John Le
Carré
e Ian Fleming, scrive nell’introduzione a Caccia alla spia (Lerici,
1965), in cui raccoglie i migliori racconti di spionaggio: «È
impossibile trovare un racconto spionistico di qualche interesse prima del
Novecento». Uno veramente ci sarebbe, a voler essere pignoli, La spia (1821)
di Fenimore Cooper, che descrive le parti in conflitto durante la Guerra
per l’indipendenza americana, ma, osserva Ambler, è
"illeggibile".
Ingabbiata per troppo tempo nel settore dei sottogeneri,
la spy story merita una piena dignità letteraria, almeno per i suoi
migliori esponenti, che sono tout court scrittori autentici. È il
caso di Ambler, di Le Carré, di Fleming e di Greene, che riferendosi a
uno dei suoi autori più amati, Stevenson, osserva: «È più difficile
descrivere una scena d’azione che i tormenti della coscienza».
Il pioniere di questo genere è un grande scrittore,
Joseph Conrad, che nel 1907 pubblica L’agente segreto (poi
trasposto da Alfred Hitchcock nel 1936 in Sabotaggio), romanzo
ambientato a Londra in cui il protagonista, Verloc, che frequenta un
gruppo di esuli anarchici e ha una botteguccia di giornali e oggetti di
cartoleria come copertura, deve organizzare un attentato all’Osservatorio
del Meridiano di Greenwich. Sceglie come esecutore il cognato Stevie, un
giovane minorato che rimarrà dilaniato dall’esplosione dell’ordigno.
Stevie, che passa le sue giornate in cucina a disegnare cerchi sul tavolo,
è il personaggio più riuscito del romanzo, un piccolo idiota
dostoevskiano travolto dalla corruzione e dalla meschinità degli uomini.
Conrad descrive una Londra plumbea, labirinto di squallidi cortili e
stradine fetide, dove, nel traffico di carrozze, omnibus, furgoni e
carretti, si fronteggiano anarchici più portati alla parola che all’azione
e poliziotti ipocriti e spregiudicati.
Il primo riuscito modello di spy story è I
trentanove gradini (1915) di John Buchan, che si svolge alla vigilia
della Prima guerra mondiale e ispirò un altro bel film di Hitchcock, Il
club dei trentanove (1935). Richard Hanney è ungentleman scozzese
che vive a Londra e conosce un americano, Scudder, minacciato da un’organizzazione
internazionale di anarchici, la Pietra Nera, che vuole uccidere il primo
ministro greco. Hanney lo ospita presso di sé, ma una sera, rientrando a
casa, lo trova disteso sul pavimento con un coltello piantato nel cuore.
Consapevole di essere la prossima vittima, fugge in treno in Scozia,
portando con sé il taccuino di appunti cifrati di Scudder. Tra locande
nella brughiera, colline di eriche, fattorie col mulino, l’autore
orchestra un ritmo indiavolato di fughe, imboscate e inseguimenti, con
spie che hanno l’aspetto inappuntabile di gentlemen inglesi.

Una scena del film Il Club dei
trentanove.
Ma il vero maestro della spy story è Eric Ambler, uno
scrittore che non ha nulla da invidiare a Graham Greene, anzi, talvolta lo
supera negli snodi fulminei dell’intreccio ed è meno incline ai rovelli
psicologici e mentali. Ha scritto una ventina di romanzi che sono, quasi
tutti, perfetti congegni narrativi, intrighi mozzafiato condotti con
limpidezza e velocità di stile, dialoghi secchi e precisione dei
dettagli. I migliori, da alcuni anni riproposti da Adelphi, sono quelli
degli anni ’30 e degli anni ’50: La frontiera proibita (1936), Motivo
d’allarme (1938), Epitaffio per una spia (1938), La
maschera di Dimitrios (1939), Journey into fear (1940,
trasposto in film da Orson Welles con il titolo Terrore sul Mar Nero,
1943), Il processo Deltchev (1951), L’eredità Schirmer (1953),
tradotto da Giorgio Manganelli. Non sempre convincenti e riusciti quelli
successivi, Topkapi (1963), reso famoso dall’omonimo film di
Jules Dassin, in cui Ambler partecipò alla sceneggiatura, Una rabbia
nuova (1964), Una sporca storia (1967), Ricatto
internazionale (1969), Il levantino (1972), Doctor Frigo (1974),
Non più rose (1977) e Tempo scaduto (1981).
La maschera di Dimitrios, che
ispirerà il film omonimo di Negulesco nel 1944, considerato dalla critica
uno dei migliori noir in assoluto e purtroppo non ancora disponibile in
Dvd, è a nostro avviso, insieme a L’eredità Schirmer, il suo
capolavoro. È ambientato nello scenario prediletto da Ambler, la
polveriera dei Balcani, il cuore straziato della vecchia Europa tra le due
guerre, ormai sull’orlo del precipizio, popolata da trafficanti e spie,
sicari e avventurieri, vecchie megere e donne fatali, che si muovono in
quartieri degradati, luridi alberghetti di periferia e viuzze buie dove
balenano i coltelli e gli agguati.
Il protagonista della vicenda è il giallista inglese
John Latimer, tipico personaggio ambleriano, un uomo sprovveduto e
impacciato, estraneo agli intrighi dei servizi segreti e coinvolto in
giochi più grandi di lui, dove si trova sempre al posto sbagliato nel
momento sbagliato. Si mette sulle tracce di Dimitrios, un affarista senza
scrupoli identificato nel cadavere di un uomo accoltellato galleggiante
sul Bosforo. Ma sarà lui? Latimer lo insegue da Istanbul a Belgrado a
Parigi e sino alla fine non sapremo chi si nasconde sotto la maschera di
Dimitrios.
Massimo Romano
Segue: L’oscurità si
affaccia sul Mediterraneo