Periodici San Paolo - Home Page

A spasso tra i generi.

  
UNIVERSI DI STORIE
A DISPOSIZIONE DEL LETTORE

  


   Letture n.649 agosto-settembre 2008 - Home Page        
   

5 - La Spy Story

SCRITTORI DI QUALITÀ
PER GRANDI TRAME

di Massimo Romano

  
L
a spy story è un genere narrativo tipicamente novecentesco e inglese, che riflette le ambizioni nazionalistiche e patriottiche, minacciate dai Paesi rivali (Germania, Stati Uniti, Russia), per conquistare l’egemonia dei mercati coloniali.

Eric Ambler (1909-1998), maestro indiscusso della spy story, che ha avuto come fratello e rivale Graham Greene e come seguaci John Le Graham Greene.Carré e Ian Fleming, scrive nell’introduzione a Caccia alla spia (Lerici, 1965), in cui raccoglie i migliori racconti di spionaggio: «È impossibile trovare un racconto spionistico di qualche interesse prima del Novecento». Uno veramente ci sarebbe, a voler essere pignoli, La spia (1821) di Fenimore Cooper, che descrive le parti in conflitto durante la Guerra per l’indipendenza americana, ma, osserva Ambler, è "illeggibile".

Ingabbiata per troppo tempo nel settore dei sottogeneri, la spy story merita una piena dignità letteraria, almeno per i suoi migliori esponenti, che sono tout court scrittori autentici. È il caso di Ambler, di Le Carré, di Fleming e di Greene, che riferendosi a uno dei suoi autori più amati, Stevenson, osserva: «È più difficile descrivere una scena d’azione che i tormenti della coscienza».

Il pioniere di questo genere è un grande scrittore, Joseph Conrad, che nel 1907 pubblica L’agente segreto (poi trasposto da Alfred Hitchcock nel 1936 in Sabotaggio), romanzo ambientato a Londra in cui il protagonista, Verloc, che frequenta un gruppo di esuli anarchici e ha una botteguccia di giornali e oggetti di cartoleria come copertura, deve organizzare un attentato all’Osservatorio del Meridiano di Greenwich. Sceglie come esecutore il cognato Stevie, un giovane minorato che rimarrà dilaniato dall’esplosione dell’ordigno. Stevie, che passa le sue giornate in cucina a disegnare cerchi sul tavolo, è il personaggio più riuscito del romanzo, un piccolo idiota dostoevskiano travolto dalla corruzione e dalla meschinità degli uomini. Conrad descrive una Londra plumbea, labirinto di squallidi cortili e stradine fetide, dove, nel traffico di carrozze, omnibus, furgoni e carretti, si fronteggiano anarchici più portati alla parola che all’azione e poliziotti ipocriti e spregiudicati.

Il primo riuscito modello di spy story è I trentanove gradini (1915) di John Buchan, che si svolge alla vigilia della Prima guerra mondiale e ispirò un altro bel film di Hitchcock, Il club dei trentanove (1935). Richard Hanney è ungentleman scozzese che vive a Londra e conosce un americano, Scudder, minacciato da un’organizzazione internazionale di anarchici, la Pietra Nera, che vuole uccidere il primo ministro greco. Hanney lo ospita presso di sé, ma una sera, rientrando a casa, lo trova disteso sul pavimento con un coltello piantato nel cuore. Consapevole di essere la prossima vittima, fugge in treno in Scozia, portando con sé il taccuino di appunti cifrati di Scudder. Tra locande nella brughiera, colline di eriche, fattorie col mulino, l’autore orchestra un ritmo indiavolato di fughe, imboscate e inseguimenti, con spie che hanno l’aspetto inappuntabile di gentlemen inglesi.

Una scena del film Il Club dei trentanove.
Una scena del film Il Club dei trentanove.

Ma il vero maestro della spy story è Eric Ambler, uno scrittore che non ha nulla da invidiare a Graham Greene, anzi, talvolta lo supera negli snodi fulminei dell’intreccio ed è meno incline ai rovelli psicologici e mentali. Ha scritto una ventina di romanzi che sono, quasi tutti, perfetti congegni narrativi, intrighi mozzafiato condotti con limpidezza e velocità di stile, dialoghi secchi e precisione dei dettagli. I migliori, da alcuni anni riproposti da Adelphi, sono quelli degli anni ’30 e degli anni ’50: La frontiera proibita (1936), Motivo d’allarme (1938), Epitaffio per una spia (1938), La maschera di Dimitrios (1939), Journey into fear (1940, trasposto in film da Orson Welles con il titolo Terrore sul Mar Nero, 1943), Il processo Deltchev (1951), L’eredità Schirmer (1953), tradotto da Giorgio Manganelli. Non sempre convincenti e riusciti quelli successivi, Topkapi (1963), reso famoso dall’omonimo film di Jules Dassin, in cui Ambler partecipò alla sceneggiatura, Una rabbia nuova (1964), Una sporca storia (1967), Ricatto internazionale (1969), Il levantino (1972), Doctor Frigo (1974), Non più rose (1977) e Tempo scaduto (1981).

La maschera di Dimitrios, che ispirerà il film omonimo di Negulesco nel 1944, considerato dalla critica uno dei migliori noir in assoluto e purtroppo non ancora disponibile in Dvd, è a nostro avviso, insieme a L’eredità Schirmer, il suo capolavoro. È ambientato nello scenario prediletto da Ambler, la polveriera dei Balcani, il cuore straziato della vecchia Europa tra le due guerre, ormai sull’orlo del precipizio, popolata da trafficanti e spie, sicari e avventurieri, vecchie megere e donne fatali, che si muovono in quartieri degradati, luridi alberghetti di periferia e viuzze buie dove balenano i coltelli e gli agguati.

Il protagonista della vicenda è il giallista inglese John Latimer, tipico personaggio ambleriano, un uomo sprovveduto e impacciato, estraneo agli intrighi dei servizi segreti e coinvolto in giochi più grandi di lui, dove si trova sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato. Si mette sulle tracce di Dimitrios, un affarista senza scrupoli identificato nel cadavere di un uomo accoltellato galleggiante sul Bosforo. Ma sarà lui? Latimer lo insegue da Istanbul a Belgrado a Parigi e sino alla fine non sapremo chi si nasconde sotto la maschera di Dimitrios.

Massimo Romano

Segue: L’oscurità si affaccia sul Mediterraneo

   Letture n.649 agosto-settembre 2008 - Home Page