 |
|
6 - Il Noir
L’OSCURITÀ SI AFFACCIA SUL MEDITERRANEO
di Mauro Novelli
|
Nella
narrativa italiana il noir si è definitivamente acclimatato da meno di un
ventennio, sull’onda dei successi ottenuti da autori come Marcello Fois,
Carlo Lucarelli e altri ancora, avamposti di una schiera che pare
ingrossarsi ogni giorno di più. E si capisce: l’etichetta bruna è
ritenuta assai prestigiosa, nei vasti territori della crime fiction,
sicché sono in molti a rivendicarla per le proprie opere, sfruttando le
sempiterne contese sui confini del genere in questione.
Se da un lato si distingue dal buon vecchio giallo a
enigma, dall’altro il noir non può certo identificarsi con l’hard-boiled
o con il gotico d’antan, dal quale peraltro mutua alcune
tecniche, come la rinuncia alle soluzioni pacificanti e l’enfasi posta
su passioni malate, odi atroci, desideri inconfessabili, nel tentativo di
istillare nel lettore un senso di inquietudine e paura. Un romanzo
ottocentesco troppo dimenticato come Malombra, di Antonio Fogazzaro,
fonda il proprio fascino per l’appunto su questi ingredienti, e mostra
bene quanto possa essere proficua l’adozione di un punto di vista
stranito, prossimo alla follia, nella quale (prima ancora che nel lago) si
inabissa tra deliri e delitti la protagonista, ovvero la sdegnosa
nobildonna Marina Crusnelli di Malombra. Negli stessi anni Camillo Boito,
nella celeberrima novella Senso, lasciò che ad esprimersi
direttamente fosse un’altra contessa, Livia Serpieri, altrettanto
lontana dallo stereotipo dell’eroina patetica e artefice di una vendetta
cruenta.
Il
noir contemporaneo, specie in ambito anglosassone, ha esplorato in ogni
direzione gli straordinari effetti di coinvolgimento ricavabili dall’ingresso
nel cervello di criminali spietati non meno che in spiriti innocenti,
incapaci di riconoscere il male che si approssima: e basti al proposito
ricordare il titolo più celebre di Niccolò Ammaniti, Io non ho paura.
Su questa falsariga, Eraldo Baldini in Nebbia e cenere ha allestito
un impianto di maggiore complessità, passando agevolmente dallo sguardo
di un bambino a quello del nonno, per poi concentrarsi sull’autista
dello scuolabus: un laureato in lettere quarantenne, ossessionato dai
ricordi e annichilito dalla solitudine.
Romagnolo, classe 1952, Baldini appare ancora
sottovalutato, sebbene sia autore di alcune tra le migliori riuscite della
Nouvelle Vague italiana, grazie a una singolare abilità nel
dirigere verso il terrore atmosfere di avvilimento personale e desolazione
campestre, quasi a proporre un curioso connubio tra Carlo Cassola e
Stephen King. Vale la pena al riguardo di menzionare il romanzo Terra
di nessuno, incentrato sulle vicende di quattro amici carbonai, reduci
della Grande Guerra, in balia di un bosco imperscrutabile e maligno. Nel
medesimo filone si inserisce Come il lupo, ambientato tuttavia ai
tempi di Scelba: qui è un ispettore della Forestale, vedovo, a inoltrarsi
tra le superstizioni di una comunità di vignaioli dell’Appennino, dove
lo attende la chiave per comprendere le visioni della figlia, epilettica.
Senza affidarsi a effettismi scenografici, senza
rifugiarsi nel soprannaturale, Baldini mette a frutto una volta di più i
suoi studi di antropologia, per costruire un incisivo "gotico
rurale", nel quale campeggia il dramma dello spopolamento montano.
Tutto ciò, evidentemente, non può far scordare come
una delle risorse più pregevoli del noir contemporaneo sia l’attitudine
a dar conto delle contraddizioni urbane, con andirivieni frenetici tra
quartieri e livelli sociali agli antipodi. Lasciando stare per una volta Gomorra,
ne offre un esempio lampante Giancarlo De Cataldo in Romanzo criminale,
laddove restituisce l’intreccio tra delitti feroci e rapporti a tutto
campo messo in piedi dalla banda della Magliana. Su una via simile si è
mosso Massimo Carlotto nei suoi ultimi romanzi (incentrati su questioni
scottanti, come le sofisticazioni alimentari), mentre nella serie dell’Alligatore
offre una convincente versione italiana del polar alla maniera di
Jean-Claude Izzo, il maestro del cosiddetto noir mediterraneo. Questa
definizione, per quanto ormai abusata (secondo qualcuno il capostipite
andrebbe individuato in Omero, nientemeno...), si rivela utile in quanto
individua una tendenza dilagata negli ultimi quindici anni, quando sulla
scena della letteratura criminale europea si sono imposti vicoli,
periferie e angiporti delle città affacciate sul Mare Nostrum: da
Atene a Barcellona, da Algeri a Marsiglia, da Istanbul a Napoli.
Sono molti, forse troppi i narratori che di recente
hanno cercato carburante per le proprie storie nei "bassi"
partenopei. Tra essi spicca Andrej Longo, ischitano trapiantato a Roma, il
quale nei racconti riuniti in Dieci ha capovolto i comandamenti
cattolici per cogliere l’insostenibile pressione che la città pare
esercitare sui comportamenti degli abitanti. Come ha notato Paolo
Perazzolo (Letture, gennaio 2008), in queste pagine non si
incontrano mostri di ferocia, ma un’umanità avvilita e disperata. La
resistenza al male si può dunque condensare nello sguardo di un
pensionato, che in Non rubare trafigge con la sua dignità un
giovane borseggiatore. In effetti, tra i maggiori meriti di Longo va
citata la rinuncia tanto alla spettacolarizzazione del crimine, quanto all’esotismo
sociale (non per nulla la componente dialettale agisce in sordina, più a
livello sintattico che lessicale). Mancano insomma le spezie con cui in
genere si largheggia, quando il piatto è scipito.
Mauro Novelli
Segue: Testimoni
attendibili per descrivere il Male
|