Il
legame con un genere che cattura sia lettori sia autori può essere così
forte da venire in superficie con indizi-spia, non solo con la scelta di
trama e personaggi. È il caso di due romanzi recenti, che al genere
"gotico" sono sensibilmente debitori: Locus animae di
Alessandro Defilippi e L’eterna notte dei Bosconero di Flavio
Santi. In entrambi infatti l’aggettivo "gotico", riferimento
preciso al genere, ricorre in posizione strategica nel corso della storia
(«Il giovane bruno, elegante e piuttosto incongruo in quell’ambiente da
racconto gotico…», Locus animae, pag. 19; «Se questa fosse una
semplice storia gotica, come vanno di moda oggi…», L’eterna notte
dei Bosconero, pag. 262).
Ruolo importante quello del gotico, al crocevia fra
Illuminismo e Romanticismo, in un tempo di guerra fra sentimento e
ragione, così vicino al nostro tempo da poter essere rivisitato con molta
credibilità ancora oggi. Infatti se è vero che la stagione del romanzo
gotico inizia nel 1764 con Il castello di Otranto di Horace Walpole,
è anche vero che ha conosciuto momenti felici in epoca più vicina, l’Ottocento.
Ma è soprattutto ai nostri giorni che sta vivendo una rinascita
originale, tanto da far pensare a un intreccio fra la situazione gravida
di tensioni tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento,
e quella che viviamo. La rielaborazione che alcuni autori di valore ne
stanno dando, non priva di aspetti in comune, è lo specchio di una
situazione culturale e sociale che stiamo vivendo, altrettanto segnata da
increspature e tensioni.
Ricordiamo
infatti che un maestro italiano, vero nume tutelare del genere che ha
impostato la sua lunga carriera letteraria sulla dimensione fantastica,
proprio in questo periodo vi è ritornato: è Mino Milani, diventato
famoso con una storia gotica ambientata ai giorni nostri come Fantasma
d’amore, e negli ultimi anni è tornato alle origini dando vita a
vicende in bilico fra buon senso popolare e diabolici eventi nella Pavia
dell’Ottocento: La cagna del ponte e il recentissimo Un’altra
sconfitta, Ferrari (Effigie, 2005 e 2008). Arriviamo così a tre
scrittori più giovani, che del gotico mostrano ciascuno una sfaccettatura
peculiare, ma con alcuni elementi in comune, condivisi dallo stesso Milani:
il più evidente è il bisogno di spostare nel passato, in alcuni casi
leggermente, in altri di parecchi anni, l’ambientazione delle storie. L’altro,
non meno importante, è il tema di un male invasivo e minaccioso che
corrode il mondo, tema che percorre tutte le vicende, con apparizioni più
o meno tangibili e violente, e rappresentazioni variamente fantasiose.
È il caso di un autore molto interessante e non noto
come meriterebbe, il torinese Alessandro Defilippi, che scrive due
avvincenti romanzi gotici, Angeli e il già citato Locus animae.
Da psicanalista qual è, Defilippi imposta le sue storie con una grande
attenzione alla dimensione interiore dei protagonisti, che vengono
travolti da vicende sconvolgenti soprattutto per la loro psiche. Ciò è
vero in particolar modo per Locus animae, in cui uno studioso
italiano dei nostri giorni, partendo dall’idea di scrivere una biografia
di Irving Kastner, allievo di Freud, uno dei primi psicanalisti e
specializzato in endocrinologia, morto suicida in circostanze inquietanti,
finisce inghiottito in un vortice in cui realtà e immaginazione perdono i
loro confini.
Una tematica morale e religiosa dà avvio all’intera
vicenda, fino alla conclusiva amara riflessione morale. Coerente con
questo aspetto, anche Angeli (Passigli, 2002) sviluppa un tema
morale in modo grandioso ed epico e non più solo interiorizzato, in una
serie di eventi che coinvolgono gli albori dell’attuale civiltà, un
libro scomparso dell’Antico Testamento, il leggendario Libro di Enoch,
e la tragica parabola del Fascismo nell’Italia della prima metà del
Novecento, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Qui l’elemento
soprannaturale è ancora più forte, è decisamente incarnato, mentre in Locus
animae sfuma tra le regioni della mente, ma quel che colpisce è la
scelta dei periodi: in entrambi, un’Europa sull’orlo del suo tragico
precipizio.
È invece la riscoperta di un mito dell’antica Grecia,
quello delle Menadi, diventate poi Baccanti, alla base del fortunato
romanzo del cinquantunenne Luca Di Fulvio, La scala di Dioniso (Mondadori,
2005), una sanguinosa storia che del gotico recupera atmosfere e ritmo
rovinosi, ma con due novità: appunto il colore classico invece che
medievale, e la scelta del punto di vista del protagonista, l’assassino
seriale che sembra incarnare lo stesso dio Dioniso, in una comunità
industriale nell’Inghilterra al passaggio dall’Ottocento al Novecento.
Si intrecciano qui l’immaginazione di un microcosmo di
esseri diseredati e marginali, deformi nell’anima più ancora che nel
corpo come il nano Tristante, il mito, a sua volta distorto, delle
macchine diventate gigantesche protesi del corpo, e la raffigurazione
plastica, potente, di un male che divora se stesso, in un’infinita
catena di sofferenze e morte. Sotto questo segno di dolore e disperazione
nasce il secolo appena trascorso, un presagio minaccioso di atrocità: il
male è dunque il secolo stesso, la sua civiltà perversa, e non trova un’unica
incarnazione semiumana. Nel romanzo precedente, L’impagliatore (Einaudi,
2004), Di Fulvio aveva già dimostrato quali ne sarebbero stati i crudeli
sviluppi nel nostro tempo, sempre attraverso la distorsione di una realtà
di per sé "normale".
All’insegna della letteratura, ma con una potente
capacità narrativa che si libera da ogni pastoia letteraria, è il
secondo romanzo di Flavio Santi, già da tempo noto come poeta, che lo ha
pubblicato a trentatré anni: L’eterna notte dei Bosconero (Rizzoli,
2006) rivisita il tema del vampirismo in chiave decisamente satanica,
trasferendolo nella Sicilia del 1787, e affidando la narrazione, con una
mediazione al quadrato, a un perduto manoscritto di Goethe. Che in fin di
vita racconta quale finora inconfessata esperienza della giovinezza gli
abbia realmente ispirato il Faust, permettendogli di trasfondergli
quel nerbo tragico che lo salva dall’essere opaca prova letteraria. La
visione apocalittica finale è anticipata, in una vera escalation di
tensione, da un intreccio di personaggi non soprannaturali, ma
vistosamente segnati da un evento che oltrepassa la realtà.
Un’autentica ridda di mostri in sembianze umane, che
contrasta fortemente col clima di scientifica ragione dominante nell’Europa
del Nord e che avrebbe dato vita dopo soli due anni alla Rivoluzione
francese. È significativo che questo contrasto sia rappresentato proprio
da Goethe, in cui si incarnano entrambe le coscienze, quella razionale e
quella magica. Ma, come ripete uno dei personaggi siciliani, «qui è
tutto pieno di demoni». È la stessa conclusione a cui arriva lo
scrittore tedesco: «il male è fra noi e non ha nessuna intenzione di
abdicare». Anzi, sembra cancellare la rassicurante patina di progresso e
controllo con cui la scienza del Settecento ha ammantato l’intera nostra
civiltà.
Bianca Garavelli