Promossa
dalla critica e fuori dalla nicchia ristretta che ne aveva contraddistinte
le origini, solo per comodità di ragionamento la "fantascienza"
può meritare trattazione distinta.
E vuoi perché – da Pynchon a De Lillo a Houellebecq
– i cosiddetti scrittori mainstream hanno ormai fatto propri
moduli e stilemi del genere – i tre casi sono emblematici – vuoi
perché il mercato editoriale ha detto l’ultima parola non relegando a
spazi separati i classici fantascientifici ma, al contrario, inserendoli
nelle più prestigiose collane di narrativa tout court. Del resto a
chi verrebbe in mente oggi di segnare Philip Dick o Stanislaw Lem o James
Graham Ballard come scrittori di genere? L’evasione dal recinto è
realtà e non ha senso provare a negarla per attitudine purista, da una
parte, o per spirito accademico dall’altra.
Questo non vuol dire che la fantascienza si sia liberata
in via definitiva dal gran numero di pregiudizi che la circonda. Al
contrario. Tra i luoghi comuni che continuano a persistere il peggiore è
forse quello che lega il genere a un’attitudine esclusiva: la previsione
– di solito catastrofica – degli accadimenti a venire. Come se della
fantascienza fosse solo la frequentazione di un’apocalissi ultima. Si
tratta, in tutta evidenza, di una limitazione inaccettabile che peraltro
non tiene conto dell’evoluzione storica e dei mille meriti degli autori
che si sono cimentati nel genere.
Da
sempre, infatti, sono della fantascienza la riflessione e l’impietosa
messa all’indice delle storture del tempo presente, la denuncia della
nefandezza del potere politico, senz’altro l’approfondimento e la
messa in crisi delle imposizioni che regolano il consorzio civile. L’affermazione
vale per l’ieri come per l’oggi. A testimonianza si potrebbe senz’altro
citare la più nota delle opere dell’ultimo grande maestro della
scrittura fantascientifica: La mostra delle atrocità di James
Graham Ballard. Di cui pure non dovrebbe essere dimenticata una delle
ultime uscite in libreria: Super-Cannes, romanzo che senz’altro
potrebbe essere scambiato per una cronaca del nostro presente, vieppiù
svilito dai nuovi demoni della borghesia capitalista...
Per fare un altro esempio – citando peraltro un titolo
che in Italia ha giovane vita editoriale – si potrebbe senz’altro
definire un classico della fantascienza novecentesca L’ospedale dei
dannati di Stanislaw Lem. Libro che parla di medici e pazienti, di Dio
e di nazisti, di agnosticismo e di follia, in cui insomma c’è tutto.
Senz’altro l’impegno e la lotta politica, ma soprattutto una
strepitosa intuizione del male peggiore del tempo presente (di allora e di
oggi), l’equazione delle persone umane con "atomi di
utilità", la superbia di voler esercitare sempre confronti razionali
e compiere scelte parimenti razionali, abbandonando strutture e
ordinamenti, le sostanzialità, le identità personali e sociali; insomma
tutti i punti fermi che rendono le scelte sensate o meno.
Continuando in questa linea di discussione, ai nostri
giorni, nell’età del mercato globale in cui il relativismo prima di
essere un’attitudine filosofica è innanzitutto una pratica di vita (o
meglio di sopravvivenza) imposta dal contesto storico, merita di essere
segnalata come una bella prova l’allucinatissimo Free Karma Food di
WuMing 5. Romanzo costruito assolutamente con un modus operandi fantascientifico,
che l’autore aveva fatto procedere da altre due prove nel genere: Havana
Glam e, prima ancora, Libera Baku ora. È un testo – Free
Karma Food – anche questa volta solo in apparenza legato a un tempo
futuro, ma che al contrario rivela come «la trama stessa del nostro mondo
sia intrisa di incomprensibile violenza e di ingiustizia. C’è la
sensazione – qui – che gli elementi stessi – l’aria, l’acqua, la
terra... – siano diventati maligni, patogeni. Le persone attorno sono
fonti di disturbo. Ogni contingenza tende a presentarsi come un nemico.
Ovviamente non è proprio così, è una proiezione distorta, ma scrivere
di Apocalisse è diventato facilissimo. In fondo la distopia
"classica", quella alla 1984, è ormai impraticabile. In
che senso il mondo di Free Karma Food è "più mostruoso"
di quello attuale? Io stesso trovo difficoltà a dare una risposta».
Così diceva l’autore in un’intervista fatta al tempo dell’uscita
del libro, circa tre anni fa. D’altra parte, per ripercorrere invece le
origini lontane di una via italiana alla fantascienza (siamo alla fine del
XIX secolo), bisogna rilevare – anche in questo caso – che fin dagli
esordi, anche quando il genere utilizzava la più classica forma distopica,
lo faceva comunque con un’attitudine critica rivolta al circostante.
Segnatamente: L’anno 3000 di Paolo Mantegazza
– che è sempre un piacere tornare a leggere in biblioteca – è senz’altro
un’ucronia emblematica, un volume che, pur con molti difetti, è
indicativo di un atteggiamento critico verso la società e il mondo dell’autore,
tra polemiche sulla selezione della specie e rigetto per l’arte moderna.
Una disciplina mille volte data per morta e mille volte
risorta idealmente si passa il testimone nei secoli: nell’età in cui l’avant
pop è memoria, nel momento storico in cui la tecnologia guida l’impatto
del razionalismo scientifico sulle masse, c’è ancora posto per un
genere le cui possibilità restano infinite.
Jacopo Guerriero