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9 - Il Poliziesco

DETECTIVE DI CARTA
MA DAL VOLTO UMANO

di Maria Ferragatta

  
I
l primo è stato l’Auguste Dupin di Edgar Allan Poe, che nel 1841, ne I delitti della Rue Morgue, inaugurò il racconto poliziesco. Lo ha seguito a distanza di qualche decennio lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle diventando un termine di paragone per gli investigatori a venire, non solo per l’imbattibile arte deduttiva, ma soprattutto per l’eccezionalità della sua personalità e l’accuratezza della sua tipizzazione, che lo rendono un unicum nella letteratura di genere. L’aspetto più significativo del poliziesco "seriale", il cui protagonista deve confrontarsi con una numerosa serie di casi (e di romanzi), è infatti la caratterizzazione dell’indagatore stesso, che finisce per assumere una significatività maggiore rispetto allo sviluppo narrativo in sé. Ed è in questo senso che va cercato il successo del commissario Kostas Charitos, nato dalla penna di Petros Markaris e considerato come il "fratello greco di Maigret" o il "Montalbano di Atene". Charitos legge solo dizionari, è tenacemente attaccato alla sua ansimante Mirafiori su cui affronta con rassegnata pazienza il caotico traffico ateniese. Non sopporta i bar alla moda, a colazione rimpiange i tradizionali kulùri al sesamo sostituiti dai più internazionali croissant: insomma, tollera la modernità come un male (ben poco) necessario. Ha una moglie dalla recriminazione facile e una figlia di cui va orgoglioso: una famiglia normale, onestamente piccolo borghese. Charitos si destreggia fra delitti relativamente ordinari: una coppia di albanesi massacrati in un delitto che sembra passionale ma forse non lo è, un’inesplicabile catena di suicidi in diretta televisiva, un serial killer che sceglie le sue vittime nell’ambiente della pubblicità. In questi intrighi, consumati sullo sfondo di un’Atene travolta da uno pseudo-progresso che la rende tentacolare e faticosa, Charitos scava con cocciutaggine per portare a galla la verità. E ogni volta la fine delle indagini lo lascia con un po’ d’amaro in bocca, perché la verità trionfa solo a metà e non tutti i reali colpevoli vengono puniti. Le sue inchieste diventano così un’allusione pungente e disillusa al degrado attuale, in cui lePetros Markaris. magagne della capitale greca sono il segno evidente della corruzione generalizzata e dell’involgarimento contrabbandato per sviluppo.

Di tutt’altro stampo è un altro consolidato protagonista del poliziesco, il commissario Jean-Baptiste Adamsberg, creato da Fred Vargas. Arrivato dai Pirenei al commissariato del quinto arrondissement di Parigi, Adamsberg ha la testa perennemente fra le nuvole e la mania di disegnare scarabocchi sulle ginocchia. Nella sua vita sentimentale entra ed esce Camille, ex fidanzata eternamente sfuggente. I crimini in cui si muove Adamsberg affondano le radici in antichi rancori e antiche superstizioni: fantasmi di monache che abitano in case in rovina, uomini-lupo che sgozzano vecchie contadine, assassini protetti dal loro status di potenti che ammazzano a colpi di tridente, come divinità mitologiche. Adamsberg non è un uomo dalle intuizioni folgoranti. Il suo ritmo abituale è la lentezza, stemperata dalla dolcezza con cui sembra fare ogni cosa. Poi, quando meno lo si aspetta, ha un guizzo improvviso, e allora i dettagli sconnessi prendono forma, l’inchiesta approda alla conclusione. Nonostante le sue stranezze, Adamsberg è molto amato dalla sua squadra, a cominciare dal suo vice, il coltissimo e razionalista comandante Danglard, che annega nella bottiglia il dolore di essere stato abbandonato dalla moglie. Come vuole la tradizione del poliziesco, Adamsberg ha in Danglard un interlocutore privilegiato, che gli è antitetico e complementare, come lo erano il dottor Watson per Sherlock Holmes e il capitano Hastings per Poirot. Ma, pur nella sua capacità di piacere senza sforzo e nella variegata molteplicità di rapporti sociali che intrattiene, Adamsberg è un uomo solo. Così come è solo Matthew Scudder, il malinconico detective di Lawrence Block, uno dei maestri americani dell’hard boiled. Matt è un ex agente che ha lasciato la polizia spinto dal senso di colpa dopo che, durante un’operazione, un suo proiettile ha ucciso accidentalmente una ragazzina. In piena crisi esistenziale, ha piantato moglie e figli per trasferirsi a Manhattan, dove campa facendo il detective. Alcolizzato cronico, frequenta (senza giovamento) gli incontri degli alcolisti anonimi e si sottopone a una singolare forma di autotassazione: dà sempre in elemosina alla prima chiesa che trova il dieci per cento dei compensi che riceve. Pensa di farlo per superstizione, ma forse c’è qualcosa di più: ricerca di perdono, richiesta di assoluzione per quel maledetto colpo di pistola che, anche se gli riuscisse di catturare tutti i delinquenti del mondo, non tornerà mai più indietro. Alla disperazione di Scudder fornisce un consono scenario la New York della desolazione metropolitana, dei bar aperti a tutte le ore, dei bassifondi malfamati, degli odori e degli umori che parlano di un’umanità in cerca di qualcosa a cui aggrapparsi per non affondare. Una città dove ci sono "otto milioni di modi per morire", uno per ognuno dei suoi abitanti. Cos’hanno in comune Charitos, Adamsberg e Scudder? Poco, se si esclude l’avere a che fare con crimini e cadaveri.

Hanno caratteri antitetici, situazioni personali differenti e un differente modus operandi sul campo. Ad accomunarli è la sensazione di realtà che comunicano, una realtà fortemente calata in un quotidiano che sentiamo appartenerci come nostro. Sono anti-eroi nei quali non è rimasto niente dell’infallibilità superiore di Holmes, dell’alone mitico-romantico del Marlowe di Chandler. Perché non sono più "personaggi", ma "persone". E con la loro vulnerabilità, le loro debolezze, le loro piccole miserie, si proiettano oltre i limiti della finzione letteraria, rivestendosi di un’umanità che li rende naturalmente, credibilmente autentici.

Maria Ferragatta

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