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Recensioni.Il libro del mese.

   
L’altra sponda della scrittura

di Roberto Carnero


   Letture n.649 agosto-settembre 2008 - Home Page Alessandro Spina,
Altre sponde. Tre romanzi brevi,
Morcelliana, 2008, pagg. 330, euro 18,00.
  

Di tanto in tanto nella letteratura italiana del secondo Novecento compaiono, per così dire, dei "fenomeni carsici". Autori, cioè, sommersi, la cui fama rimane per lungo tempo sotterranea, limitata alla cerchia di pochi estimatori, e che poi, all’improvviso, emergono all’attenzione di un pubblico più ampio. Non diventano dei best-selleristi, ma finalmente, magari in tarda età, giungono loro quei riconoscimenti critici ed editoriali che in fondo meritavano da sempre. È questo il caso, ad esempio, di un autore come Eugenio Corti (brianzolo, classe 1921), autore del romanzo Il cavallo rosso, riportato di recente alla ribalta dalla casa editrice Ares. O anche quello di Elena Bono, la scrittrice, oggi ottantasettenne, autrice di diverse opere (Cuore senza fine, Piccola Italia, Raccolta d’autunno) solo da poco riscoperte.

Copertina del volume.In qualche misura simile è anche la vicenda di Alessandro Spina, di cui è uscito presso Morcelliana un volume intitolato Altre sponde, contenente tre romanzi brevi: Passione e finzione, L’onore, La vedova. Sono tre testi rimasti fuori da un ciclo più ampio, cioè dal progetto più ambizioso che ha impegnato l’autore per diversi decenni: un "ciclo africano" di romanzi e racconti, i cui undici tomi nel corso degli anni prima sono usciti individualmente e poi sono stati raccolti due anni fa in un unico volume (di 1.268 pagine) intitolato I confini dell’ombra (pubblicato sempre da Morcelliana, ha vinto il Premio Bagutta 2007).

Ma chi è Alessandro Spina? È lui stesso a raccontarcelo in un’ampia "Postfazione" (che è una sorta di autobiografia intellettuale) contenuta nel volume del "ciclo africano". Nato in Libia nel 1927 da genitori italiani che lì avevano alcune importanti imprese economiche, giunge in Italia nel 1940, all’età di tredici anni. In Libia torna nel ’53 per curare gli interessi familiari (pur riconoscendo di non avere la stoffa del "capitano d’industria"), e lì intensifica la sua attività di scrittura (iniziata sul principio degli anni Quaranta), interessandosi al problema coloniale. Il suo lavoro letterario lo mette presto in contatto con Alberto Moravia, Alberto Carocci, Anna Banti, Giorgio Bassani, Elémire Zolla, Cristina Campo. Tra i suoi autori di riferimento cita Hugo von Hofmannsthal e Thomas Mann. Questo fino al 1978, quando il dramma della Libia rivoluzionaria tocca il suo apice e quindi Spina decide di abbandonare definitivamente il Paese africano per stabilirsi in Franciacorta.

Veniamo dunque ai tre romanzi brevi di Altre sponde: il primo, sorta di commedia agrodolce che vede per protagonista l’alta società della diplomazia internazionale in un Paese nordafricano in epoca post-coloniale; il secondo, ambientato a Milano nella prima metà del Novecento, con un’attenzione particolare al Fascismo e ai modi in cui le persone si rapportavano con la dittatura; il terzo che racconta l’odissea di un personaggio in preda al proprio passato, attraverso l’ambientazione in una strana casa, con uno strano giardino, con uno strano giardiniere, sull’onda dei ricordi legati a una misteriosa spedizione africana.

Tre testi impegnativi, che richiedono al lettore costanza e applicazione. In questo, opere che verificano, in positivo, l’estraneità dello scrittore alle esigenze del mercato. Del resto lo stesso Spina riconosce: «Il denaro ha una parte miserevole nella mia vicenda letteraria: l’uomo d’affari soccorre!». Se non fosse che – come ebbe a notare Cristina Campo – altro tratto significativo dell’opera di Spina è, paradossalmente, «l’indifferenza per il lettore». Ma cosa significa per uno scrittore essere indifferente al lettore? Per rispondere prendiamo il primo romanzo del volume, Passione e finzione. Un testo che per certi aspetti ricorda un celebre libro dello scrittore inglese Graham Greene, Il nocciolo della questione, sia per l’ambientazione coloniale sia per il tema dell’adulterio. Ma in Spina non c’è né l’approfondimento spirituale né la vivacità di scrittura di Greene. Ciò significa che sia da meno come narratore? Alessandro Spina invita i suoi lettori alla lentezza: «La fretta è solo dei giornalisti, persi nell’attualità, un romanziere è lento come il tempo, ha il passo lento del tempo». È così che il lettore è invitato a impadronirsi delle vicende del romanzo attraverso i dialoghi, che pure all’inizio potrebbero sembrare oziosi e fine a se stessi. Ma invece è proprio nei dialoghi che si diluisce l’azione.

Quell’"indifferenza per il lettore" di cui si diceva prima si esprime anche in ciò che alle scuole di scrittura viene definito come un errore dei più gravi: l’oscillazione del punto di vista. Qui, evidentemente, si tratta di una scelta ben precisa, di una strategia autoriale decisa consapevolmente. Tale opzione produce in chi legge un effetto di straniamento e un’effettiva difficoltà a seguire il fluire del discorso narrativo.

Altre sponde di Alessandro Spina ha fatto molto discutere il comitato scientifico di Letture che, su invito di Ferruccio Parazzoli, l’ha scelto come "Libro del mese". Antonio Rizzolo ha apprezzato soprattutto il secondo romanzo, in quanto la scelta della prima persona evidenzia una partecipazione emotiva ai fatti narrati assente invece negli altri due testi, e marcatamente nel primo. A proposito del quale nota Aldo Giobbio: «Sembrerebbe quasi che l’autore si diverta a puntare il dito sul cinismo e sull’indifferenza dei suoi personaggi; un mondo della diplomazia che pare quasi un acquario, in cui la vita scorre lenta e tranquilla, nell’assoluta estraneità a quanto accade fuori». «Infatti colpisce», afferma Rizzolo, «l’assenza di concreti riferimenti alla realtà indigena: l’Africa qui è soltanto quella degli europei, coloni o post-coloni che siano». «Eppure», sostiene Parazzoli, «dalla rappresentazione di questa indifferenza emerge indirettamente il giudizio morale dell’autore». E continua: «Non dobbiamo farci ingannare dall’ambiguità, precisa scelta retorica dello scrittore, particolarmente evidente nel secondo romanzo, L’onore, in cui c’è una maggior dose di autobiografismo. Lì vediamo bene la filiazione di Spina da un autore che pure egli non cita tra i suoi scrittori di riferimento: l’inglese William Somerset Maugham. Mentre il terzo testo, La vedova, è quello più verboso e a chi legge sembra di non venire mai a capo delle fila della narrazione: qui la lezione sarà quella di un Henry James». Marina Verzoletto nota invece le qualità stilistiche della scrittura, avanzando un paragone con la musica contemporanea: «Spina ricorda certi compositori del Novecento che scrivono senza darsi problemi di tempo, attraverso frasi lunghe, in sinfonie non ben strutturate, nelle quali le idee rampollano l’una dall’altra, senza un ordine predefinito; così il tema si trasforma, e sta all’ascoltatore ritrovarlo, per capire che il nuovo tema che si trova di fronte è quello di prima, pur avendo subito un mutamento. Si tratta, anche qui, di una struttura fluida e dilabente».

Autore difficile, dunque, autore per pochi, che sfida le convenzioni e le abitudini dei lettori. «Un narratore», sintetizza Parazzoli, «che non scrive né per il mercato né per la propria vanagloria, bensì per il rispetto che sa di dovere a se stesso».

Roberto Carnero

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