Di
tanto in tanto nella letteratura italiana del secondo Novecento
compaiono, per così dire, dei "fenomeni carsici". Autori,
cioè, sommersi, la cui fama rimane per lungo tempo sotterranea,
limitata alla cerchia di pochi estimatori, e che poi, all’improvviso,
emergono all’attenzione di un pubblico più ampio. Non diventano dei
best-selleristi, ma finalmente, magari in tarda età, giungono loro quei
riconoscimenti critici ed editoriali che in fondo meritavano da sempre.
È questo il caso, ad esempio, di un autore come Eugenio Corti (brianzolo,
classe 1921), autore del romanzo Il cavallo rosso, riportato di
recente alla ribalta dalla casa editrice Ares. O anche quello di Elena
Bono, la scrittrice, oggi ottantasettenne, autrice di diverse opere (Cuore
senza fine, Piccola Italia, Raccolta d’autunno) solo da poco
riscoperte.
In
qualche misura simile è anche la vicenda di Alessandro Spina, di cui è
uscito presso Morcelliana un volume intitolato Altre sponde,
contenente tre romanzi brevi: Passione e finzione, L’onore, La
vedova. Sono tre testi rimasti fuori da un ciclo più ampio, cioè
dal progetto più ambizioso che ha impegnato l’autore per diversi
decenni: un "ciclo africano" di romanzi e racconti, i cui
undici tomi nel corso degli anni prima sono usciti individualmente e poi
sono stati raccolti due anni fa in un unico volume (di 1.268 pagine)
intitolato I confini dell’ombra (pubblicato sempre da
Morcelliana, ha vinto il Premio Bagutta 2007).
Ma chi è Alessandro Spina? È lui stesso a
raccontarcelo in un’ampia "Postfazione" (che è una sorta di
autobiografia intellettuale) contenuta nel volume del "ciclo
africano". Nato in Libia nel 1927 da genitori italiani che lì
avevano alcune importanti imprese economiche, giunge in Italia nel 1940,
all’età di tredici anni. In Libia torna nel ’53 per curare gli
interessi familiari (pur riconoscendo di non avere la stoffa del
"capitano d’industria"), e lì intensifica la sua attività
di scrittura (iniziata sul principio degli anni Quaranta),
interessandosi al problema coloniale. Il suo lavoro letterario lo mette
presto in contatto con Alberto Moravia, Alberto Carocci, Anna Banti,
Giorgio Bassani, Elémire Zolla, Cristina Campo. Tra i suoi autori di
riferimento cita Hugo von Hofmannsthal e Thomas Mann. Questo fino al
1978, quando il dramma della Libia rivoluzionaria tocca il suo apice e
quindi Spina decide di abbandonare definitivamente il Paese africano per
stabilirsi in Franciacorta.
Veniamo dunque ai tre romanzi brevi di Altre sponde:
il primo, sorta di commedia agrodolce che vede per protagonista l’alta
società della diplomazia internazionale in un Paese nordafricano in
epoca post-coloniale; il secondo, ambientato a Milano nella prima metà
del Novecento, con un’attenzione particolare al Fascismo e ai modi in
cui le persone si rapportavano con la dittatura; il terzo che racconta l’odissea
di un personaggio in preda al proprio passato, attraverso l’ambientazione
in una strana casa, con uno strano giardino, con uno strano giardiniere,
sull’onda dei ricordi legati a una misteriosa spedizione africana.
Tre testi impegnativi, che richiedono al lettore
costanza e applicazione. In questo, opere che verificano, in positivo, l’estraneità
dello scrittore alle esigenze del mercato. Del resto lo stesso Spina
riconosce: «Il denaro ha una parte miserevole nella mia vicenda
letteraria: l’uomo d’affari soccorre!». Se non fosse che – come
ebbe a notare Cristina Campo – altro tratto significativo dell’opera
di Spina è, paradossalmente, «l’indifferenza per il lettore». Ma
cosa significa per uno scrittore essere indifferente al lettore? Per
rispondere prendiamo il primo romanzo del volume, Passione e finzione.
Un testo che per certi aspetti ricorda un celebre libro dello scrittore
inglese Graham Greene, Il nocciolo della questione, sia per l’ambientazione
coloniale sia per il tema dell’adulterio. Ma in Spina non c’è né l’approfondimento
spirituale né la vivacità di scrittura di Greene. Ciò significa che
sia da meno come narratore? Alessandro Spina invita i suoi lettori alla
lentezza: «La fretta è solo dei giornalisti, persi nell’attualità,
un romanziere è lento come il tempo, ha il passo lento del tempo». È
così che il lettore è invitato a impadronirsi delle vicende del
romanzo attraverso i dialoghi, che pure all’inizio potrebbero sembrare
oziosi e fine a se stessi. Ma invece è proprio nei dialoghi che si
diluisce l’azione.
Quell’"indifferenza per il lettore" di cui
si diceva prima si esprime anche in ciò che alle scuole di scrittura
viene definito come un errore dei più gravi: l’oscillazione del punto
di vista. Qui, evidentemente, si tratta di una scelta ben precisa, di
una strategia autoriale decisa consapevolmente. Tale opzione produce in
chi legge un effetto di straniamento e un’effettiva difficoltà a
seguire il fluire del discorso narrativo.
Altre sponde di Alessandro
Spina ha fatto molto discutere il comitato scientifico di Letture che,
su invito di Ferruccio Parazzoli, l’ha scelto come "Libro del
mese". Antonio Rizzolo ha apprezzato soprattutto il secondo
romanzo, in quanto la scelta della prima persona evidenzia una
partecipazione emotiva ai fatti narrati assente invece negli altri due
testi, e marcatamente nel primo. A proposito del quale nota Aldo Giobbio:
«Sembrerebbe quasi che l’autore si diverta a puntare il dito sul
cinismo e sull’indifferenza dei suoi personaggi; un mondo della
diplomazia che pare quasi un acquario, in cui la vita scorre lenta e
tranquilla, nell’assoluta estraneità a quanto accade fuori». «Infatti
colpisce», afferma Rizzolo, «l’assenza di concreti riferimenti alla
realtà indigena: l’Africa qui è soltanto quella degli europei,
coloni o post-coloni che siano». «Eppure», sostiene Parazzoli, «dalla
rappresentazione di questa indifferenza emerge indirettamente il
giudizio morale dell’autore». E continua: «Non dobbiamo farci
ingannare dall’ambiguità, precisa scelta retorica dello scrittore,
particolarmente evidente nel secondo romanzo, L’onore, in cui c’è
una maggior dose di autobiografismo. Lì vediamo bene la filiazione di
Spina da un autore che pure egli non cita tra i suoi scrittori di
riferimento: l’inglese William Somerset Maugham. Mentre il terzo
testo, La vedova, è quello più verboso e a chi legge sembra di
non venire mai a capo delle fila della narrazione: qui la lezione sarà
quella di un Henry James». Marina Verzoletto nota invece le qualità
stilistiche della scrittura, avanzando un paragone con la musica
contemporanea: «Spina ricorda certi compositori del Novecento che
scrivono senza darsi problemi di tempo, attraverso frasi lunghe, in
sinfonie non ben strutturate, nelle quali le idee rampollano l’una
dall’altra, senza un ordine predefinito; così il tema si trasforma, e
sta all’ascoltatore ritrovarlo, per capire che il nuovo tema che si
trova di fronte è quello di prima, pur avendo subito un mutamento. Si
tratta, anche qui, di una struttura fluida e dilabente».
Autore difficile, dunque, autore per pochi, che sfida
le convenzioni e le abitudini dei lettori. «Un narratore», sintetizza
Parazzoli, «che non scrive né per il mercato né per la propria
vanagloria, bensì per il rispetto che sa di dovere a se stesso».
Roberto Carnero