È
con una certa apprensione che ci siamo accostati all’ultimo romanzo di
Andrea De Carlo, temendo di restarne delusi. Dopo aver salutato con
gioia, ormai tanti anni fa, il celebre Treno di panna – oggi un
piccolo classico – ma anche i successivi e differenti lavori, avevamo
infatti assistito a un indebolimento dell’efficacia narrativa dell’autore
milanese (ora rifugiatosi nelle Marche). La domanda perciò era: Durante
proseguirà in quella che potrebbe essere definita, se non una
parabola discendente, almeno una "crisi", o ci sorprenderà
positivamente?
Pietro,
il narratore, e la sua compagna Astrid sono andati ad abitare nelle
colline marchigiane (come De Carlo), tessono al telaio, curano l’orto
e hanno limitati rapporti con gli abitanti delle case vicine. La loro
vita, e quella della loro comunità, verrà sconvolta dall’arrivo di
Durante, un misterioso personaggio che si propone come istruttore di
equitazione in un agriturismo della zona. L’uomo possiede una qualità
(o difetto?) che avrà un effetto dirompente: non sa mentire... Le donne
ne restano affascinate e persino gli animali sembrano subirne la forza.
La reazione di Pietro all’arrivo di Durante è dapprima negativa, in
quanto vi vede un rivale, ma nel tempo tra i due si instaurerà un
rapporto sincero e profondo.
Riassunta la trama, resta da rispondere alla domanda
che ci siamo posti. Ebbene, tirando un sospiro di sollievo possiamo
affermare che questo romanzo propone il miglior De Carlo che conosciamo,
quell’autore che – come pochi altri – sa raccontare la vita, il
mistero degli incontri, lo smarrimento di fronte alle scelte, l’ansia
di autenticità così sentiti dagli uomini e dalle donne dei nostri
giorni. Con immediatezza e semplicità, seguendo la vicenda dei
protagonisti, il lettore viene condotto ad affrontare interrogativi che
investono la sua esistenza e la possibilità di un’alternativa che dia
fiato ai desideri più profondi e veri.
Paolo Perazzolo