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Quattro chiacchiere con...

  
DeLillo: «Sono innamorato
di Monica Vitti»

di Roberto Carnero
  


   Letture n.649 agosto-settembre 2008 - Home Page

A colloquio con uno degli scrittori più noti a livello mondiale, si parla di letteratura, politica, società, ma anche di quell’America al centro di quasi tutti i suoi romanzi, descritta nelle proprie contraddizioni.
   

A giugno ha ricevuto il premio internazionale Grinzane Cavour "Una vita per la letteratura". Nato a New York nel 1936, figlio di genitori italiani emigrati negli States dopo la Prima guerra mondiale da un paesino del Molise (Montagnano), con quattordici romanzi all’attivo, Don DeLillo è considerato uno degli autori più importanti a livello mondiale. Con i suoi titoli più celebri – Americana, I nomi, Rumore bianco, Underworld, Cosmopolis, fino al recente L’uomo che cade (Einaudi, 2008), dedicato alla tragedia dell’11 settembre – si è posto come figura centrale della letteratura postmoderna e come acuto osservatore della realtà storica e sociale contemporanea.

  • DeLillo, dobbiamo considerarla uno scrittore americano o italo-americano?

«Quando ho esordito come scrittore, mi sono posto all’interno della tradizione italo-americana, rappresentando la comunità degli immigrati italiani, il piccolo mondo che conoscevo molto bene perché era quello dei miei genitori e, in fondo, anche di me stesso da ragazzo. I miei genitori erano passati da condizioni di vita molto difficili a una società capace di offrire diverse possibilità. Potrei dire che anch’io, nel mio lavoro di narratore, ho seguito un percorso analogo: sono partito da una situazione "ristretta" a uno sguardo più ampio sul mondo. Mi sono staccato dallo scoglio su cui per alcuni anni ero rimasto abbarbicato e ho deciso di cogliere la sfida che l’America mi poneva: superare i confini, la frontiera. Era quanto avevano fatto prima di me scrittori del calibro di Hemingway, Faulkner, Mailer».

  • Nel suo ultimo libro L’uomo che cade un personaggio, Martin, afferma dopo il crollo delle Torri Gemelle: «Dove una volta c’era l’America, ora c’è un grande vuoto». È questa oggi la sensazione degli americani, compresi gli scrittori?

«Martin esprime un punto di vista individuale, ma è vero che attraverso questo personaggio ho cercato di affrontare una questione diffusamente sentita. Mi sono chiesto se esista ancora quella "vastità" americana di cui parlavo prima e se i giovani, compresi gli scrittori, siano in grado di percepirla. Con il termine "vastità" intendo la sfida a parlare dei grandi temi della vita, delle grandi questioni che attraversano la società, delle complesse interazioni tra diverse componenti sociali. Temo che oggi in America si viva un senso di sfiducia che colpisce tutto questo».

  • Da che cosa dipende tale mancanza di fiducia? Di che cosa hanno paura oggi gli americani?

«A partire da quell’evento-simbolo che è stato l’attacco al World Trade Center, i cittadini statunitensi hanno perso la fiducia nel loro Governo, prima per il fatto che esso non è stato in grado di prevedere e di impedire la strage, e poi per il modo in cui ha reagito».

  • Che cosa ha fatto scattare nella mente degli americani l’11 settembre?

«Nel 1993 c’era stato un attentato al World Trade Center: una bomba fatta esplodere in uno dei garage. Dopo quell’evento, però, nessuno si chiese che cosa sarebbe successo dopo. Una domanda che invece ci siamo posti tutti dopo l’11 settembre 2001. Si è insediata, cioè, l’idea di una minaccia permanente e sempre più terribile nel futuro».

  • Quando ha deciso di scrivere un romanzo sull’11 settembre?

«Pochi giorni dopo l’attentato mi recai a Ground Zero e, a partire da quella visita, scrissi un saggio. L’idea del romanzo mi è venuta dopo, allora non ci avevo proprio pensato. L’immagine di quest’uomo che cadeva dalla torre diventò così forte che dovetti mettermi a scrivere».

  • L’uomo che cade che dà il titolo al suo romanzo è anche una metafora per parlare della precarietà dell’esistenza?

«La mia intenzione non era tanto quella di parlare per via metaforica, quanto piuttosto quella di descrivere il periodo turbolento e drammatico che è seguito all’11 settembre. È chiaro che un evento di quel tipo ha cambiato la vita di milioni di persone in tutto il mondo, ma io ho voluto concentrare la mia attenzione su tre o quattro personaggi, raccontando la loro storia».

  • Come vede il futuro dell’America?

«Per fortuna gli Stati Uniti sono un Paese in grado di rinnovarsi molto rapidamente. Per questo le elezioni di novembre saranno molto importanti. Non voglio esprimere giudizi su Obama, ma il fatto che un afroamericano sia il candidato democratico alle elezioni presidenziali mi sembra molto positivo».

  • Uno dei temi a lei più cari è quello del "sopravvivere". Come mai?

«È un tema in qualche modo autobiografico. Oggi sono uno scrittore noto e fortunato, ma all’inizio è stato difficile, perché non ho voluto cedere alle sirene dell’industria editoriale e ho preferito sviluppare il mio lavoro in maniera autonoma, senza sottostare alle pressioni. Per fortuna in quegli anni a New York si poteva sopravvivere anche senza molto denaro a disposizione, e quindi ho potuto trovare la mia strada come scrittore. Ma ho dovuto fare alcuni sforzi per sopravvivere al mio sviluppo lento».

  • Qualcuno ha accostato il suo modo di scrivere alle modalità espressive di certo cinema contemporaneo, per esempio ai film di un regista come Altman. È un paragone azzeccato?

«All’inizio della mia carriera di scrittore c’è stato molto cinema europeo e giapponese. Non so se il cinema abbia influenzato la mia scrittura, ma certamente ha avuto effetto sulla mia sensibilità. Forse tra i miei libri e i film di Altman c’è, in comune, un modo simile di spostare l’attenzione da un elemento all’altro, da un oggetto all’altro, da una situazione all’altra. Quanto ai miei rapporti con il cinema, però, devo confessare soprattutto che sono innamorato di una vostra attrice, Monica Vitti».

  • Lei ha avuto una formazione cattolica. Si definisce credente?

«Penso che una persona educata nel cattolicesimo rimanga cattolica per sempre. A me è rimasto il senso del rito, l’amore per lo splendore di certe liturgie. Tutto ciò è nel mio background. Anche se non sono un cattolico praticante».

  • Lei annette al suo lavoro di scrittore una valenza etica?

«Come narratore, la mia sfida più grande è quella di scrivere frasi interessanti. Ma nello spazio di quelle dieci o dodici parole, il mio obiettivo è quello di sviluppare la massima profondità. Nelle frasi che scrivo mi piacerebbe che trovasse casa l’impersonalità della vita contemporanea, con tutte le sue contraddizioni. Anche se per me la scrittura è per gran parte qualcosa di misterioso: non so da dove mi vengano le idee, in che modo una parola si leghi a un’altra. Eppure si crea una scrittura che ha una certa profondità: questo è il risultato che io stesso alla fine mi trovo davanti. Ho imparato che con gli anni si diventa uno scrittore migliore, ma anche peggiore. Il trucco sarebbe quello di scomparire nel mezzo».

Roberto Carnero

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