A giugno ha
ricevuto il premio internazionale Grinzane Cavour "Una vita per la
letteratura". Nato a New York nel 1936, figlio di genitori italiani
emigrati negli States dopo la Prima guerra mondiale da un paesino del
Molise (Montagnano), con quattordici romanzi all’attivo, Don DeLillo è
considerato uno degli autori più importanti a livello mondiale. Con i
suoi titoli più celebri – Americana, I nomi, Rumore bianco,
Underworld, Cosmopolis, fino al recente L’uomo che cade (Einaudi,
2008), dedicato alla tragedia dell’11 settembre – si è posto come
figura centrale della letteratura postmoderna e come acuto osservatore
della realtà storica e sociale contemporanea.
- DeLillo, dobbiamo considerarla uno scrittore
americano o italo-americano?
«Quando ho esordito come scrittore, mi sono posto all’interno
della tradizione italo-americana, rappresentando la comunità degli
immigrati italiani, il piccolo mondo che conoscevo molto bene perché era
quello dei miei genitori e, in fondo, anche di me stesso da ragazzo. I
miei genitori erano passati da condizioni di vita molto difficili a una
società capace di offrire diverse possibilità. Potrei dire che anch’io,
nel mio lavoro di narratore, ho seguito un percorso analogo: sono partito
da una situazione "ristretta" a uno sguardo più ampio sul
mondo. Mi sono staccato dallo scoglio su cui per alcuni anni ero rimasto
abbarbicato e ho deciso di cogliere la sfida che l’America mi poneva:
superare i confini, la frontiera. Era quanto avevano fatto prima di me
scrittori del calibro di Hemingway, Faulkner, Mailer».

- Nel suo ultimo libro L’uomo che cade un
personaggio, Martin, afferma dopo il crollo delle Torri Gemelle: «Dove
una volta c’era l’America, ora c’è un grande vuoto». È questa
oggi la sensazione degli americani, compresi gli scrittori?
«Martin esprime un punto di vista individuale, ma è
vero che attraverso questo personaggio ho cercato di affrontare una
questione diffusamente sentita. Mi sono chiesto se esista ancora quella
"vastità" americana di cui parlavo prima e se i giovani,
compresi gli scrittori, siano in grado di percepirla. Con il termine
"vastità" intendo la sfida a parlare dei grandi temi della
vita, delle grandi questioni che attraversano la società, delle complesse
interazioni tra diverse componenti sociali. Temo che oggi in America si
viva un senso di sfiducia che colpisce tutto questo».
- Da che cosa dipende tale mancanza di fiducia? Di che
cosa hanno paura oggi gli americani?
«A partire da quell’evento-simbolo che è stato l’attacco
al World Trade Center, i cittadini statunitensi hanno perso la fiducia nel
loro Governo, prima per il fatto che esso non è stato in grado di
prevedere e di impedire la strage, e poi per il modo in cui ha reagito».
- Che cosa ha fatto scattare nella mente degli
americani l’11 settembre?
«Nel 1993 c’era stato un attentato al World Trade
Center: una bomba fatta esplodere in uno dei garage. Dopo quell’evento,
però, nessuno si chiese che cosa sarebbe successo dopo. Una domanda che
invece ci siamo posti tutti dopo l’11 settembre 2001. Si è insediata,
cioè, l’idea di una minaccia permanente e sempre più terribile nel
futuro».
- Quando ha deciso di scrivere un romanzo sull’11
settembre?
«Pochi giorni dopo l’attentato mi recai a Ground Zero
e, a partire da quella visita, scrissi un saggio. L’idea del romanzo mi
è venuta dopo, allora non ci avevo proprio pensato. L’immagine di quest’uomo
che cadeva dalla torre diventò così forte che dovetti mettermi a
scrivere».
- L’uomo che cade
che dà
il titolo al suo romanzo è anche una metafora per parlare della
precarietà dell’esistenza?
«La
mia intenzione non era tanto quella di parlare per via metaforica, quanto
piuttosto quella di descrivere il periodo turbolento e drammatico che è
seguito all’11 settembre. È chiaro che un evento di quel tipo ha
cambiato la vita di milioni di persone in tutto il mondo, ma io ho voluto
concentrare la mia attenzione su tre o quattro personaggi, raccontando la
loro storia».
- Come vede il futuro dell’America?
«Per fortuna gli Stati Uniti sono un Paese in grado di
rinnovarsi molto rapidamente. Per questo le elezioni di novembre saranno
molto importanti. Non voglio esprimere giudizi su Obama, ma il fatto che
un afroamericano sia il candidato democratico alle elezioni presidenziali
mi sembra molto positivo».
- Uno dei temi a lei più cari è quello del
"sopravvivere". Come mai?
«È un tema in qualche modo autobiografico. Oggi sono
uno scrittore noto e fortunato, ma all’inizio è stato difficile,
perché non ho voluto cedere alle sirene dell’industria editoriale e ho
preferito sviluppare il mio lavoro in maniera autonoma, senza sottostare
alle pressioni. Per fortuna in quegli anni a New York si poteva
sopravvivere anche senza molto denaro a disposizione, e quindi ho potuto
trovare la mia strada come scrittore. Ma ho dovuto fare alcuni sforzi per
sopravvivere al mio sviluppo lento».
- Qualcuno ha accostato il suo modo di scrivere alle
modalità espressive di certo cinema contemporaneo, per esempio ai
film di un regista come Altman. È un paragone azzeccato?
«All’inizio della mia carriera di scrittore c’è
stato molto cinema europeo e giapponese. Non so se il cinema abbia
influenzato la mia scrittura, ma certamente ha avuto effetto sulla mia
sensibilità. Forse tra i miei libri e i film di Altman c’è, in comune,
un modo simile di spostare l’attenzione da un elemento all’altro, da
un oggetto all’altro, da una situazione all’altra. Quanto ai miei
rapporti con il cinema, però, devo confessare soprattutto che sono
innamorato di una vostra attrice, Monica Vitti».
- Lei ha avuto una formazione cattolica. Si definisce
credente?
«Penso che una persona educata nel cattolicesimo
rimanga cattolica per sempre. A me è rimasto il senso del rito, l’amore
per lo splendore di certe liturgie. Tutto ciò è nel mio background.
Anche se non sono un cattolico praticante».
- Lei annette al suo lavoro di scrittore una valenza
etica?
«Come narratore, la mia sfida più grande è quella di
scrivere frasi interessanti. Ma nello spazio di quelle dieci o dodici
parole, il mio obiettivo è quello di sviluppare la massima profondità.
Nelle frasi che scrivo mi piacerebbe che trovasse casa l’impersonalità
della vita contemporanea, con tutte le sue contraddizioni. Anche se per me
la scrittura è per gran parte qualcosa di misterioso: non so da dove mi
vengano le idee, in che modo una parola si leghi a un’altra. Eppure si
crea una scrittura che ha una certa profondità: questo è il risultato
che io stesso alla fine mi trovo davanti. Ho imparato che con gli anni si
diventa uno scrittore migliore, ma anche peggiore. Il trucco sarebbe
quello di scomparire nel mezzo».
Roberto Carnero