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Quattro chiacchiere con...

  
Cinema e fede i due capisaldi
di mr. Zanussi

di Pier Mario Mignone
  


   Letture n.649 agosto-settembre 2008 - Home Page

A colloquio con il noto regista polacco, attualmente impegnato nel suo ultimo film. Si spazia con grande semplicità nei temi, partendo dai suoi progetti per poi riflettere sullo statuto del cinema e sul ruolo della Chiesa.
   

Regista, letterato e docente polacco, non è facile rintracciare Krzysztof Zanussi, figura di un intellettuale perpetuamente mosso dalla propria curiosità a girare il mondo e per questo difficilmente reperibile. Affascinato dalla fisica innestata alla filosofia, fin dal primo film La struttura del cristallo e il "quantistico" Illuminazione, mosso da un profondo sentimento morale, ama l’Italia. Sarà per il suo saggio filmico di diploma premiato a Venezia, forse per le vaghe ascendenze venete, e per le frequentazioni vaticane, – amico di Giovanni Paolo II e consulente pontificio per la cultura – ha girato in Italia Il sole nero, suo ultimo film fino al 2007. Perché ora c’è altro in post-produzione, ce lo ha anticipato a casa sua a Varsavia, cordialissimo come sempre, tra un turbinio di ospiti e squilli di telefono, in uno straordinario alternarsi di lingue.

  • Che cosa ci può dire dei suoi nuovi progetti?

«Sto finendo al momento una realizzazione impegnativa, facciamo dei test per vedere come finire con il montaggio del film che è un lungometraggio, una fiction fatta in coproduzione con l’Ucraina. È una novità. L’Ucraina è un grandissimo Paese, è un territorio più grande dell’Italia con una popolazione analoga di 50 milioni completamente ignorato dall’Occidente, appena emerso come nostro vicino e come Paese in cui noi siamo stati per molti secoli, e con cui cerchiamo di aprire contatti culturali. È una coproduzione anche con altri produttori polacchi e con la Televisione, destinato quindi sia alle sale che alla Tv. Vedremo come sarà questo Con il cuore nella mano, del quale ho scritto soggetto e sceneggiatura. Il film è ambientato in una Polonia poco definita, come gli oligarchi che vivono in posti impossibili, hanno aerei particolari, hanno ville belle e fanno grandi affari, parlano con un accento forte, orientale… È meglio non svelare troppo. È un soggetto intricato che parte da un trapianto di cuore, una storia della cattiveria assoluta e anche della conversione, una commedia nera un po’ filosofica».

  • C’è una rivoluzione che stiamo subendo un po’ tutti sulla fruizione dei mass media: il cinema si sposta on line, You Tube e My Space, sui telefonini, si diffonde il download dal Web, cambiano i supporti, – nastri, dvd, schede di memoria e hard disks –, e tra poco finirà pure per morire come pellicola…

«Sì, come pellicola sì, ma non come sala, il piacere dello spettacolo e del grande schermo è irrinunciabile. Questo è un processo tecnologico che in parte ignoro e non lo trovo poi così importante. Ci vuole uno specialista per seguire tutto il cambiamento della sociologia del mercato: si guarda in modo diverso, si vende in modo diverso. Ciò che conta però sia il contenuto, che rimarrà lo stesso; tutti i rapporti tra la fiction e il suo pubblico non si cambiano. Il pubblico non vuole essere ingannato e si hanno grandi sospetti se il film ha un po’ questo sapore off; non sono disposti a pagare per tutto ciò: "questo è off, lo possiamo fare anche noi". È una fruizione del mercato che non coincide con il mercato generale. Ma c’è anche un altro aspetto positivo: gradualmente la vita del film è molto più lunga, e il film torna. Io stesso vedendo i film del passato, di 20 anni fa, noto che il linguaggio non aderisce all’attuale standard uniformato. Una volta era molto più avanzato di oggi. Per esempio il cinema di Godard era molto più moderno; oggi non si possono più fare film alla Godard o alla Resnais: sarebbero troppo difficili per il pubblico di oggi».

  • Al Festival di Alba 2008, i liceali hanno applaudito A bout de souffle, il primo film di Godard...

«Bene. Durante una conferenza a Seattle (Washington), la città della Microsoft, mi hanno obiettato dalla sala che questo che io dico è tipico dei vecchi europei che lamentano sempre che "una volta era bello". E io ho risposto: "Può darsi che abbiate ragione, ma può anche darsi che non abbiate considerato che io 30 anni fa ho preso un volo con il Concorde e oggi voi di Seattle non siete capaci con la vostra Boeing di fare un aereo così avanzato come una volta era il Concorde supersonico. Ora pensateci bene: Godard era un Concorde del cinema e oggi non si può produrre niente di simile"».

  • C’è un autore, Quentin Tarantino, che recupera il passato con continui rimandi ai film popolari.

«L’ho trovato una volta interessante. Decostruzione e ri-costruzione del film assemblando citazioni da altri film si possono fare, ma ora mi sembra che si ripeta, basta una volta».

  • Quindi lei è fiducioso che tutta questa tecnologia non incida in profondità.

«Credo che dobbiamo rileggere bene gli articoli scritti sulla diffusione della discografia quando proliferavano le macchine da scrivere… sembrava la fine della musica, la fine delle sale da concerto. È stata invece una democratizzazione enorme della comunicazione a cui tutti possono partecipare, ma non vuol dire che non esista più l’eccellenza e che sia scomparsa l’idea di "validità" distintiva. Pellicola o altri supporti, per me è tutto uguale, niente è nuovo visto che di High Definition, di televisione al telefono e di televoto si parlava già nei primi anni ’90 anche in Francia con progetti e programmi concepiti dalla Thomson con il patrocinio di Mitterrand. Contano solo le emozioni e la fantasia con cui stabilire un rapporto con il pubblico».

  • Dopo il papa Giovanni Paolo II, oggi qualcuno sente un’atmosfera di riconsiderazioni, il ritorno a ciò che era prima del Concilio, come la Messa in latino...

«Io ero molto entusiasta della Messa in latino; era la Messa della mia infanzia, metteva una parte dell’Europa insieme. Credo che questi siano tutti segnali mal concepiti. La gente non capisce, sempre cerca questo gioco tra progressista e conservatore. E non intendeva neanche Giovanni Paolo II che era sempre chiamato progressista o conservatore. Ci sono dei problemi che non toccano la profondità della fede. E qui non si può misurare. Questa è tutta l’organizzazione della Chiesa, è tutta teologia che mi sembra completamente fuori posto, dovrebbe essere aggiornata con un linguaggio del tutto diverso».

  • Al di là del dibattito che i mass media creano…

«Questo è dovuto perché sono presi dalla politica; questi problemi non mi toccano minimamente, se il papa arriva con la bicicletta o con la carrozza o se la Messa è detta in latino o in cinese; le cose centrali rimangono sempre la felicità dell’uomo e che cos’è la vita, e le prospettive di vita».

  • Quindi lei vede una continuità tra i due papati…

«Sì, ognuno con la sua personalità e le sue debolezze; io conoscevo abbastanza bene papa Giovanni Paolo II. Però neanche l’idea del papa può tanto influenzarmi direttamente. Tutto questo mi lascia indifferente, ma impegnato: il papa, i vescovi – ci sono state nella storia della Chiesa cose terribili – tutto questo è un fatto della storia. Se la fede esiste ancora nella sua forma tradizionale vuol dire che c’è qualcosa (al di là del papa) che la protegge».

Pier Mario Mignone

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