Regista,
letterato e docente polacco, non è facile rintracciare Krzysztof Zanussi,
figura di un intellettuale perpetuamente mosso dalla propria curiosità a
girare il mondo e per questo difficilmente reperibile. Affascinato dalla
fisica innestata alla filosofia, fin dal primo film La struttura del
cristallo e il "quantistico" Illuminazione, mosso da
un profondo sentimento morale, ama l’Italia. Sarà per il suo saggio
filmico di diploma premiato a Venezia, forse per le vaghe ascendenze
venete, e per le frequentazioni vaticane, – amico di Giovanni Paolo II e
consulente pontificio per la cultura – ha girato in Italia Il sole
nero, suo ultimo film fino al 2007. Perché ora c’è altro in
post-produzione, ce lo ha anticipato a casa sua a Varsavia, cordialissimo
come sempre, tra un turbinio di ospiti e squilli di telefono, in uno
straordinario alternarsi di lingue.
- Che cosa ci può dire dei suoi nuovi progetti?
«Sto finendo al momento una realizzazione impegnativa,
facciamo dei test per vedere come finire con il montaggio del film che è
un lungometraggio, una fiction fatta in coproduzione con l’Ucraina.
È una novità. L’Ucraina è un grandissimo Paese, è un territorio più
grande dell’Italia con una popolazione analoga di 50 milioni
completamente ignorato dall’Occidente, appena emerso come nostro vicino
e come Paese in cui noi siamo stati per molti secoli, e con cui cerchiamo
di aprire contatti culturali. È una coproduzione anche con altri
produttori polacchi e con la Televisione, destinato quindi sia alle sale
che alla Tv. Vedremo come sarà questo Con il cuore nella mano, del
quale ho scritto soggetto e sceneggiatura. Il film è ambientato in una
Polonia poco definita, come gli oligarchi che vivono in posti impossibili,
hanno aerei particolari, hanno ville belle e fanno grandi affari, parlano
con un accento forte, orientale… È meglio non svelare troppo. È un
soggetto intricato che parte da un trapianto di cuore, una storia della
cattiveria assoluta e anche della conversione, una commedia nera un po’
filosofica».
- C’è una rivoluzione che stiamo subendo un po’
tutti sulla fruizione dei mass media: il cinema si sposta on
line, You Tube e My Space, sui telefonini, si
diffonde il download dal Web, cambiano i supporti, – nastri,
dvd, schede di memoria e hard disks –, e tra poco finirà
pure per morire come pellicola…
«Sì, come pellicola sì, ma non
come sala, il piacere dello spettacolo e del grande schermo è
irrinunciabile. Questo è un processo tecnologico che in parte ignoro e
non lo trovo poi così importante. Ci vuole uno specialista per seguire
tutto il cambiamento della sociologia del mercato: si guarda in modo
diverso, si vende in modo diverso. Ciò che conta però sia il contenuto,
che rimarrà lo stesso; tutti i rapporti tra la fiction e il suo
pubblico non si cambiano. Il pubblico non vuole essere ingannato e si
hanno grandi sospetti se il film ha un po’ questo sapore off; non
sono disposti a pagare per tutto ciò: "questo è off, lo
possiamo fare anche noi". È una fruizione del mercato che non
coincide con il mercato generale. Ma c’è anche un altro aspetto
positivo: gradualmente la vita del film è molto più lunga, e il film
torna. Io stesso vedendo i film del passato, di 20 anni fa, noto che il
linguaggio non aderisce all’attuale standard uniformato. Una volta era
molto più avanzato di oggi. Per esempio il cinema di Godard era molto
più moderno; oggi non si possono più fare film alla Godard o alla
Resnais: sarebbero troppo difficili per il pubblico di oggi».
- Al Festival di Alba 2008, i liceali hanno applaudito A
bout de souffle, il primo film di Godard...
«Bene. Durante una conferenza a Seattle (Washington),
la città della Microsoft, mi hanno obiettato dalla sala che questo che io
dico è tipico dei vecchi europei che lamentano sempre che "una volta
era bello". E io ho risposto: "Può darsi che abbiate ragione,
ma può anche darsi che non abbiate considerato che io 30 anni fa ho preso
un volo con il Concorde e oggi voi di Seattle non siete capaci con la
vostra Boeing di fare un aereo così avanzato come una volta era il
Concorde supersonico. Ora pensateci bene: Godard era un Concorde del
cinema e oggi non si può produrre niente di simile"».
- C’è un autore, Quentin Tarantino, che recupera il
passato con continui rimandi ai film popolari
.
«L’ho trovato una volta interessante. Decostruzione e
ri-costruzione del film assemblando citazioni da altri film si possono
fare, ma ora mi sembra che si ripeta, basta una volta».
- Quindi lei è fiducioso che tutta questa tecnologia
non incida in profondità
.
«Credo che dobbiamo rileggere bene gli articoli scritti
sulla diffusione della discografia quando proliferavano le macchine da
scrivere… sembrava la fine della musica, la fine delle sale da concerto.
È stata invece una democratizzazione enorme della comunicazione a cui
tutti possono partecipare, ma non vuol dire che non esista più l’eccellenza
e che sia scomparsa l’idea di "validità" distintiva.
Pellicola o altri supporti, per me è tutto uguale, niente è nuovo visto
che di High Definition, di televisione al telefono e di televoto si
parlava già nei primi anni ’90 anche in Francia con progetti e
programmi concepiti dalla Thomson con il patrocinio di Mitterrand. Contano
solo le emozioni e la fantasia con cui stabilire un rapporto con il
pubblico».
- Dopo il papa Giovanni Paolo II, oggi qualcuno sente
un’atmosfera di riconsiderazioni, il ritorno a ciò che era prima
del Concilio, come la Messa in latino...
«Io ero molto entusiasta della Messa in latino; era la
Messa della mia infanzia, metteva una parte dell’Europa insieme. Credo
che questi siano tutti segnali mal concepiti. La gente non capisce, sempre
cerca questo gioco tra progressista e conservatore. E non intendeva
neanche Giovanni Paolo II che era sempre chiamato progressista o
conservatore. Ci sono dei problemi che non toccano la profondità della
fede. E qui non si può misurare. Questa è tutta l’organizzazione della
Chiesa, è tutta teologia che mi sembra completamente fuori posto,
dovrebbe essere aggiornata con un linguaggio del tutto diverso».
- Al di là del dibattito che i mass media creano…
«Questo è dovuto perché sono
presi dalla politica; questi problemi non mi toccano minimamente, se il
papa arriva con la bicicletta o con la carrozza o se la Messa è detta in
latino o in cinese; le cose centrali rimangono sempre la felicità dell’uomo
e che cos’è la vita, e le prospettive di vita».
- Quindi lei vede una continuità tra i due papati…
«Sì, ognuno con la sua
personalità e le sue debolezze; io conoscevo abbastanza bene papa
Giovanni Paolo II. Però neanche l’idea del papa può tanto influenzarmi
direttamente. Tutto questo mi lascia indifferente, ma impegnato: il papa,
i vescovi – ci sono state nella storia della Chiesa cose terribili –
tutto questo è un fatto della storia. Se la fede esiste ancora nella sua
forma tradizionale vuol dire che c’è qualcosa (al di là del papa) che
la protegge».
Pier Mario Mignone