Dall’autunno
scorso al centro delle polemiche con il lungometraggio Le ragioni dell’aragosta
appena uscito in dvd con libro annesso – polemiche rinfocolate dal
suo recente intervento "esplosivo" da una piazza romana, durante
il quale ha offeso pure Benedetto XVI – Sabina Guzzanti è un
personaggio che frequenta diversi linguaggi espressivi (teatro, cinema,
televisione), coltivando anche un rapporto singolarissimo con il libro
stampato: pur rifiutando l’etichetta di scrittrice, la regista,
interprete, cabarettista o più semplicemente "buffona", per
usare sempre un’espressione dai lei fagocitata, vanta, con quest’ultimo,
ben cinque diversi libri al proprio attivo: il primo Mi consenta una
riflessione (anche se non è il mio ramo) edito da Baldini e Castoldi
è la trascrizione di un recital di successo; il secondo Diario
di Sabna Guzz pubblicato nella collana Stile Libero di Einaudi (nella
nuova edizione con il video Una ragazza terra e sapone) è forse l’unica
vera prova narrativa, dove il racconto, al contempo, innocente e
sarcastico è affidato a un alter ego, appunto il personaggio Sabna
Guzz.
E poi – come racconta in un’intervista che di
proposito ruota attorno ai temi della letteratura, della scrittura, della
lettura – arrivano i cofanetti (libro + dvd) che raccolgono parole e
immagini audiovisive, spaziando tra spettacoli da rivedere e testi di
approfondimento.

- È appena uscito in libreria il suo ultimo film in
dvd assieme al libro che ne racconta gli antefatti. Non è nuova a
questo tipo di imprese editoriali...
«Si tratta infatti del terzo cofanetto, Le ragioni
dell’aragosta (BURsenzafiltro, Rizzoli, 2007) mentre, dal punto di
vista delle pubblicazioni, si tratta in effetti del mio quinto volume. Dal
primo ho preso da tempo le distanze, mentre il secondo è una sorta di
scrittura diaristica un po’ particolare che mi convince ancora».
- I primi due cofanetti, sempre di BURsenzafiltro,
possono ritenersi un tentativo (riuscito) di far dialogare parola
scritta e immagine audiovisiva?
«Sì, Repertorio RaiOt aveva appunto da un lato
il video tratto dall’omonimo spettacolo, dall’altro il libro con il
testo di uno show politico fondato su informazioni vere, non
manipolate dai media, con una parte dedicata all’approfondimento
delle mie battute politiche su argomenti di cui si sapeva poco, temi
riguardanti ad esempio Andreotti, Mentana o Dell’Utri. Viva Zapatero contiene,
oltre il film, un volume in due parti: una lunga intervista con Luca
Brandirali, dove parlo del lungometraggio quale oggetto cinematografico:
costruzione, montaggio, regia. E poi una critica della critica, in cui
faccio un’operazione satirica su come i giornali avevano commentato il
film, per mostrare il tipo di censura sia prima sia dopo l’uscita in
sala: quasi tutti hanno cercato di scriverne male o in termini riduttivi
per sminuire il fenomeno».
- E Le ragioni dell’aragosta?
«Il cofanetto contiene sia il film sia un libro,
simile, come struttura, al precedente, che ha però, in aggiunta, una
scelta degli incontri con il pubblico, con le idee più interessanti
emerse dal dibattito, che tra l’altro spesso inserisco nel mio blog».
- Il film può essere letto come una metafora sull’impegno
nell’arte?
«Sì e più in generale andrebbe visto allargato all’impegno
di tutte le persone comuni. L’impegno nella vita! E non a caso non è un
film sui divi, alla Bono degli U2, che "si impegnano" a farsi
belli con l’Onu o l’Unicef. L’esperienza dei sei attori di Avanzi
che hanno recitato ne Le ragioni dell’aragosta è più vicina
alla gente comune, perché loro non sono star».
- Ma questi attori sono in parte paragonabili ai
pirandelliani Sei personaggi in cerca d’autore?
«Più
che pirandelliano il mio film è anche metafora politica, dove dico che
"così è (se vi pare)", per me, una storia, una
rappresentazione. Racconto insomma come sia la relazione fra
rappresentazione e realtà, cosa sia la finzione, quali siano i confini in
apparenza labili (ma molto ben tracciati) tra finzione e mondo reale,
perché quando si rappresenta qualcosa, in fondo si presenta se stessi».
- Ma questo è molto pirandelliano!
«Forse sì, ad esempio ne Le ragioni dell’aragosta
l’uso che faccio di immagini di repertorio e di riprese dal vero fa
sì che i due piani si confondano, ma fa prendere consapevolezza (a me e
al pubblico) del fatto che non ci sia consapevolezza di cosa sia una
rappresentazione».
- Lei è considerata un’autrice-attrice satirica o
burlesca; ma come cambia la sua comicità a seconda dei linguaggi
artistici o mediali in cui si esprime?
«A teatro o al cinema non uso la maschera, passo dal
tono di conversazione a un personaggio. In tivù invece è meglio essere
mascherati, ad esempio quando faccio un’imitazione, perché non ci sono
a disposizione le due ore del palcoscenico o della pellicola; in tre
minuti, uno sketch televisivo ha maggior potenza e incisività con
il travestimento».
- Che peso dunque ha per lei la scrittura? Che mezzo
è?
«Per me personalmente, a differenza della scrittura in
letteratura e poesia, la scrittura nel teatro e nel cinema è uno
strumento, non è l’oggetto o il fine. È proprio una cosa pratica che
mi serve ad appuntare i pensieri. Scrivere però mi aiuta a organizzare il
pensiero, ad avere una traccia solida che si solidifica sempre più col
"taglia e incolla", qualcosa che man mano serve a formare una
struttura che poi deve essere compattata; e poi, una volta che è
compatta, mi permette di giocare, improvvisare, inventare. È il lavoro,
la scrittura, sicuramente, benché io sia abituata a recitare e
improvvisare di sana pianta, senza scrittura, ossia aprire bocca e non
sapere quello che sto per dire. Per esempio la parte finale del film, in
cui imito Berlusconi, l’ho inventata lì per lì; ma questa è solo un’altra
modalità, perché, poi, quando devo fare un film o uno spettacolo intero
a teatro, la scrittura ci vuole, "purtroppo", è faticosa, ma ci
vuole!».
- Sappiamo che tra i suoi libri preferiti ci sono
quelli del filosofo Zygmunt Bauman...
«Ho letto molti suoi testi recenti, l’ho anche
intervistato a Modena al Festival della Filosofia, è un autore che fa un’analisi
molto illuminante della società contemporanea, a cominciare dall’analisi
della continuità nella cosiddetta società liquida; il suo discorso sull’identità
è un argomento su cui mi piacerebbe lavorare in futuro».
- E i suoi autori teatrali preferiti? Qualcuno l’ha
definita "brechtiana"...
«Semmai mi definirei proustiana, per il discorso sulla
memoria, anche se ho letto tutta la Recerche nella traduzione di
Natalia Ginzburg che lei stessa aveva rinnegato e che forse non dà l’idea
esatta della bellezza e della complessità di questo scrittore. Tornando a
Bertolt Brecht, mi piace molto, ma ne diffido. Trovo molto più attuale e
interessante la drammaturgia di Samuel Beckett».
Guido Michelone