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ARTHUR C. CLARKE

Il cantore del 2001 tra tecnologia e poesia

di Giuseppe Lippi
      

   Letture n.650 ottobre 2008 - Home Page

Romanziere e divulgatore, ha immaginato un futuro tecnologico coerente e rigoroso, ma arricchito da una straordinaria apertura sull’infinito. Non meraviglia che Kubrick l’abbia voluto come sceneggiatore del suo capolavoro.
  

Grande autore inglese di fantascienza, divulgatore e inventore, Sir Arthur Clarke viene generalmente considerato – con Lem, Bradbury, Asimov e pochi altri – uno degli scrittori che si possono raccomandare a tutti i lettori, anche quelli che non seguano la science fiction con interesse specifico. Il perché è presto detto: dotato di una Arthur C. Clarkefertilissima immaginazione che poggia sempre su basi razionali, visionario ma capace di descrizioni lucide e piane, Clarke ha creato un mondo autonomo in cui l’umanità è vista, miticamente, sull’orlo di un grande balzo esistenziale: l’abbandono della terra e la scoperta dello spazio. Non solo, ma la conseguenza significativa è che nell’universo troverà chi potrà guidarla fuori dai limiti della precedente esistenza: intelligenze con cui l’uomo si confronterà per rimodellare la propria immagine. Benché questa tematica possa sembrare comune a tutto il genere fantascientifico, bisogna riconoscere che Clarke è uno dei pochi autori in cui suoni "autentica", cioè fondata su reali conoscenze tecniche e dotata di uno spessore che non sembra esagerato definire filosofico. In un’epoca in cui l’umanità muoveva effettivamente i primi passi nello spazio, l’opera divulgativa di Clarke ha dato una voce sensibile al progetto, sottraendolo alla pura competenza dei tecnici e restituendolo, per così dire, a un nuovo umanesimo. Non a caso egli è considerato l’ispiratore di un film complesso e spiritualmente stimolante come 2001: Odissea nello spazio (diretto da Stanley Kubrick nel 1968), in cui le aspirazioni e i pericoli della tecnologia sono messi a confronto con l’intera parabola dell’uomo. Il romanzo, scritto su commissione del grande regista e con varie, scrupolose revisioni da parte dello stesso Kubrick, è ciò che ha gettato le fondamenta del film, delineandone lo sviluppo drammatico. Kubrick ha dichiarato più volte che a spingerlo verso una simile tematica era stato il problema dell’intelligenza nel cosmo, che oltre ad affascinarlo personalmente gli sembrava pertinente al momento in cui l’umanità stava per mettere piede sulla luna. Clarke aveva già scritto un romanzo decisivo sull’argomento, Le guide del tramonto (Childhood’s End, 1953), in cui una progredita civiltà extraterrestre si manifestava all’uomo per aiutarlo a uscire dall’infanzia; mentre nel racconto La sentinella (The Sentinel, 1948) aveva immaginato che un manufatto lasciato sulle montagne lunari aspettasse da milioni di anni che qualcuno si accorgesse della sua esistenza. In un altro racconto, Spedizione sulla terra (Expedition to Earth, 1953), visitatori dallo spazio raggiungevano un pianeta preistorico e scoprivano che i suoi primitivi abitanti erano esseri umani come loro. Purtroppo, il tentativo di farli progredire più rapidamente sulla strada della conoscenza si rivelava impossibile e solo uno dei primitivi finiva con l’avere il privilegio di incontrare "gli dèi" faccia a faccia. Il titolo con cui il racconto era apparso originariamente, Encounter at Dawn, suona quasi come un presagio di The Dawn of Man, L’alba dell’uomo di 2001. Lo scrittore e il grande regista sembravano fatti apposta per incontrarsi a metà strada.

Arthur C. ClarkeDel resto Arthur Charles Clarke, scomparso il 19 marzo 2008 a novant’anni compiuti, aveva lo spazio nel sangue fin dal momento in cui era nato a Minehead – una piccola città dell’Inghilterra sudoccidentale – il 16 dicembre 1917. Figlio di un agricoltore, alla scuola elementare di Taunton si era appassionato ben presto alle scienze e alle loro applicazioni, mentre, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, si era offerto come volontario nella Raf per occuparsi di radar. A guerra finita aveva frequentato il King’s College di Londra diplomandosi in matematica e fisica. Ma la sua vera passione si manifesta alla fine degli anni Quaranta e da allora è rimasta la sua principale attività: scrivere di scienza e fantascienza. I primi racconti denotano uno stile asciutto e tendente al realismo, unito a una fervida immaginazione. La sua non è una narrativa di finezze stilistiche quanto di efficacia tecnica: la capacità di rendere credibile quello che non è ancora avvenuto, il possibile. In questa vena scrive, nel 1948, La sentinella, racconto ideato per un concorso indetto dalla Bbc che non vince ma che lo segnala tra gli autori inglesi più originali. Al di là della science fiction, Clarke applica il suo ingegno alle possibilità dell’imminente era spaziale. Nel clima di restrizioni e incertezze del dopoguerra, egli già concepisce astronavi e satelliti geostazionari per telecomunicazioni: vale a dire oggetti che, lanciati in orbita, possano ruotare in sincrono con il pianeta e diffondere in un emisfero le trasmissioni ricevute dall’emisfero opposto, superando l’ostacolo della curvatura terrestre. Né si tratta di semplici fantasie: il progetto del satellite geostazionario è oggi ufficialmente attribuito a Clarke, che ne ha parlato nei suoi libri di divulgazione ed è stato candidato al Premio Nobel (1994) per la brillante idea di quasi cinquant’anni prima. In opere come The Exploration of Space (1951) e Il volto del futuro (1955, il cui titolo originale suona appunto The Challenge of the Spaceship: la sfida dell’astronave) ha sostenuto la fattibilità del volo spaziale; lo stesso Von Braun si è ispirato ai suoi studi per convincere il presidente Kennedy a investire nel progetto "Apollo". E tuttavia negli anni Cinquanta, quando mancavano poco più di tre lustri alle missioni "Apollo", ben pochi erano disposti a credere alla possibilità di un viaggio sulla Luna, men che meno sugli altri pianeti del sistema solare. È vero che alcuni spiriti vacillanti, intimiditi dalla temerarietà dell’impresa, stentano tuttora a ritenerla autentica e preferiscono credere alla teoria di un complotto cinematografico che ci avrebbe mostrato un falso allunaggio, realizzato su un set di Hollywood: ma, come si dice, «Contro la stupidità neanche gli dèi possono nulla». È una citazione che Clarke avrebbe senz’altro condiviso: gli scettici ci sono e ci saranno sempre, come non mancheranno mai gli spiriti prigionieri che rifiutano di guardare oltre. La cosa lusinghiera, per lui, è semmai un’altra, e cioè che i fanatici della "teoria del complotto" ritengono che a filmare il falso allunaggio sia stato Stanley Kubrick, assistito dagli altri collaboratori di 2001. La verità è che tagliare il cordone ombelicale con il nostro pianeta per salire nello spazio richiede un grande coraggio e il nostro autore l’ha sempre avuto, anche quando a occuparsi di razzi e satelliti erano pochissimi.

Forse per compensare le delusioni della realtà, negli scettici anni Cinquanta Clarke pubblica i primi romanzi fantascientifici. Le sabbie di Marte (The Sands of Mars, 1951) dipinge la storia degli insediamenti umani sul pianeta rosso; nelle Guide del tramonto (Childhood’s End, 1953) una progredita civiltà extraterrestre si manifesta all’uomo per aiutarlo a lasciare le ristrettezze del pianeta madre. La città e le stelle (The City and the Stars, 1956) è la visione di un lontano futuro dal sapore wellsiano. Nei Guardiani del mare (1957) e Le porte dell’oceano (1963) Clarke esplora il misterioso universo marino, un altro dei suoi temi prediletti, nella convinzione che da esso potrà venire la salvezza per una terra affamata e sovrappopolata. Nella seconda metà degli anni Sessanta è coinvolto a lungo sul set di 2001, film di cui getta le fondamenta narrative, scrive la sceneggiatura e pubblica il romanzo omonimo (1968). Grazie al suo prestigio, Arthur Clarke è ormai considerato l’ispiratore della nuova fantascienza tecnologica, quella scritta nel dopoguerra e recepita anche dagli altri mezzi di comunicazione nel decennio successivo. È questa fama di realistico esploratore del futuro e, insieme, di visionario scientifico a farlo chiamare al fianco di Stanley Kubrick per scrivere l’Odissea nello spazio: benché quando il celebre regista lo interpella, nel 1964, la decisione di fare un film sull’intelligenza extraterrestre sia già stata presa. Con Le guide del tramonto Clarke aveva già scritto un notevole romanzo sull’argomento, quasi una parafrasi dei temi mitologici di 2001. Gli esseri venuti dallo spazio che popolano il romanzo somigliano alle immagini stereotipate del diavolo, con folte sopracciglia, corna e zoccoli biforcuti, il che pone l’umanità di fronte al problema di superare i propri pregiudizi religiosi. Naturalmente, spiega Clarke, erano state proprio le visite degli extraterrestri a influenzare i nostri miti: ma le immagini sono dure a morire e l’umanità è chiamata a fare un duplice sforzo per uscire dallo stadio della sua fanciullezza.

Copertina del volumeUna volta accettato di scrivere 2001 insieme a Kubrick, Clarke si assicura che la produzione goda della massima collaborazione negli ambienti aerospaziali: ha molte conoscenze alla Nasa e affianca degnamente il regista nell’intento di fare di 2001 un film credibile sotto ogni punto di vista, addirittura documentario. Lo stile dei due autori non solo mira a ottenere, con mezzi diversi, lo stesso effetto, ma alterna in egual misura realismo, precisione tecnica e talento visionario. Tecnicamente il romanzo di 2001 non è una semplice novelization del film ma una "sceneggiatura letteraria" scritta prima delle riprese, il cui scopo era quello di fornire ai cineasti l’ossatura narrativa e le idee fondamentali su cui basare lo script. In alcuni aspetti il romanzo si discosta notevolmente dal film finito, non fosse altro perché preferisce adottare questa o quella delle tante soluzioni care ai suoi autori e che si sono dovute abbandonare per esigenze di produzione. Di tali discrepanze la più celebre è quella che riguarda l’ambientazione dell’ultima parte. In un primo momento Clarke e Kubrick avevano pensato di far approdare l’astronave "Discovery" nell’orbita di Giove, ma nel settembre 1965, dopo tre mesi trascorsi a preparare le scenografie in questo senso, Kubrick aveva optato improvvisamente per Saturno, lo spettacolare pianeta inanellato. Più avanti, esigenze tecniche ed economiche lo avevano persuaso che non sarebbe stato possibile ottenere un’ambientazione soddisfacente nello spazio di Saturno e Kubrick aveva deciso di tornare a Giove, il pianeta gigante. Nel romanzo, che di problemi scenografici non ne ha, viene mantenuta la scelta di Saturno, cosa che Clarke ha sempre sottolineato con fierezza. Un’altra discrepanza di un certo rilievo si ha nel finale, quando il Bambino-delle-stelle fa esplodere decine di testate nucleari orbitanti per liberare la Terra (circostanza che nel film finito è stata soppressa). Anche il capitolo terrestre ambientato in Africa è considerevolmente più articolato nella versione romanzata. Dal punto di vista di Kubrick il romanzo aveva la precedenza su tutto perché, di fatto, non esisteva ancora un’idea precisa sul contenuto del film e bisognava gettarne le basi. Inizialmente il regista-produttore avrebbe voluto che Clarke lavorasse negli uffici della produzione, ma dopo un solo giorno lo scrittore si trasferì nel suo albergo, il celebre Chelsea Hotel di Manhattan dove vivevano anche Allen Ginsberg e William S. Burroughs: è in quel confortevole ambiente, al ritmo di quattro ore lavorative al giorno per sei giorni la settimana che Clarke ha scritto il romanzo, consegnandone a Kubrick la prima versione per il Natale 1964. Kubrick era estremamente soddisfatto del lavoro di Clarke e riteneva di trovarsi davanti a uno dei più interessanti romanzi di fantascienza che avesse mai letto. Prima della pubblicazione, tuttavia, il testo subì innumerevoli revisioni e Kubrick rifiutò di mandarlo alle stampe fino al luglio 1968, perdendo un primo contratto con gli editori Delacorte e Dell. Clarke si era personalmente indebitato a causa degli anticipi percepiti e dovette far fronte ai ripensamenti del suo produttore per circa due anni e mezzo. Finalmente il libro uscì (qualche mese dopo la prima del film) per i tipi della New American Library e in Italia per Longanesi, con una prefazione di Mario Monti. Intanto, mentre lavoravano alle riscritture del libro, Clarke e Kubrick avevano intrapreso la fase di sceneggiatura vera e propria. I due s’incontravano frequentemente e discutevano il progetto, quindi Clarke si ritirava a scrivere. Anche in questo caso, una prima stesura dello script completo venne consegnata dallo scrittore inglese per il Natale ’65, quando ormai la troupe si era trasferita in Inghilterra e le riprese stavano per cominciare.

Da un punto di vista letterario, 2001: A Space Odyssey è in perfetta linea con altri due romanzi di Arthur Clarke, uno precedente e l’altro seguente l’esperienza di 2001: le già ricordate Guide del tramonto e Incontro con Rama (Rendez-vous with Rama, 1973). Nel primo l’incontro con gli extraterrestri avviene frontalmente, per scoprire che si tratta di una razza antichissima e dall’aspetto poco rassicurante; nel secondo avviene per mezzo di un gigantesco manufatto abbandonato nello spazio quale banco di prova per l’umanità. Come romanzo, 2001 anticipa il fascino del film senza voler gareggiare formalmente con esso. A volte eccede in spiegazioni perché adotta un linguaggio più tradizionalmente narrativo, ma Clarke ha sufficiente esperienza per ammantare il suo lavoro di spessore mitico e spessore scientifico, il che gli consente di salvaguardare lo straordinario realismo che Kubrick si prefiggeva di raggiungere nella pellicola. Il suo punto più controverso è, probabilmente, il finale in cui Clarke sente il bisogno di delucidare gli interrogativi sulle intenzioni degli extraterrestri, ma occorre ricordare che il lavoro di Clarke era innanzitutto un lavoro di chiarificazione per Kubrick e se stesso, e corrisponde alla fase di concezione di un’avventura straordinaria. All’odissea di 2001 Arthur C. Clarke ha dedicato una larga fetta della sua vita creativa e nel 1972 ha pubblicato il libro di ricordi The Lost Worlds of 2001. Si tratta, in sostanza, di un diario della lavorazione con generosi estratti dalle prime stesure del romanzo e della sceneggiatura, quelle che si allontanano maggiormente dalla versione definitiva. Tanto nel libro quanto nel film, l’evoluzione dell’uomo è messa in relazione con la comparsa di tre misteriosi oggetti: grandi lastre nere e levigate che sembrano fatte di un unico blocco di pietra o minerale (di qui il nome generico di monoliti). Una spedizione scientifica viene mandata a investigare, ma il calcolatore dell’astronave si ribella e solo un uomo, il comandante David Bowman, riuscirà a scoprire il mistero finale, trasformandosi in un essere nuovo e straordinario.

Dopo Incontro con Rama in cui, come si è detto, si trovano echi di 2001, Clarke torna a un’intensa attività letteraria pubblicando Terra imperiale (Imperial Earth, 1975) e Le fontane del paradiso (Fountains of Paradise, 1979), due nuovi importanti romanzi. L’ultimo, in particolare, presenta con abbondanza di particolari un’altra invenzione di Clarke, vicina per genialità a quella del satellite geostazionario: l’ascensore spaziale. Costruito all’equatore, l’ascensore collegherà la Terra con una piattaforma spaziale in orbita geosincrona e sarà contenuto in una struttura alta almeno 50 km, la cosiddetta torre-àncora. In tal modo non sarà più necessario sprecare enormi risorse di combustibile e razzi vettori per lanciare uomini e strumenti in orbita, ma si potrà spedirli lassù... facendoli salire in ascensore. Nei trent’anni successivi Clarke ci ha dato ben tre romanzeschi seguiti di 2001, un progetto del quale, letterariamente, si era ormai appropriato: 2010 Odissea due (2010: Odyssey Two, 1982), 2061 Odissea tre (2061: Odyssey Three, 1987) e 3001 Odissea finale (3001: The Final Odyssey, 1997). Dal primo è stato tratto un discusso film del 1984 di Peter Hyams, 2010 l’anno del contatto, che riprende alcuni stilemi di 2001 senza aggiungere nulla di sostanzialmente nuovo. Questi libri ruotano intorno alla razza dei costruttori di monoliti e ai suoi tentativi di far evolvere e poi distruggere l’umanità, a favore di altre intelligenze che nel frattempo si saranno sviluppate nel sistema solare. I racconti si mantengono al passo con la realtà scientifica: le lune di Giove, la vita nel sistema solare, i computer di nuova generazione diventano il fulcro delle fantasie razionali di Arthur Clarke un decennio dopo l’altro.

Con Stanley Kubrick sul set di 2001: Odissea nello spazio.
Con Stanley Kubrick sul set di 2001: Odissea nello spazio.

Nel 2000 la regina gli conferisce il titolo di Knight Bachelor per i suoi meriti letterari e scientifici, e proprio a partire da quell’anno Sir Arthur rinnova il suo vigore narrativo, inaugurando una serie di romanzi scritti a quattro mani con Stephen Baxter, nuovo astro della fantascienza inglese. I titoli sono Luce del passato (Light of Other Days, 2000), L’occhio del tempo (2004) e L’occhio del sole (2006). Sempre nel 2000 i suoi affascinanti racconti brevi erano stati raccolti nel volume inglese The Collected Stories of Arthur C. Clarke. Undici anni prima lo stesso editore, Gollancz, gli aveva pubblicato un gustoso libro di memorie: Astounding Days: A Science Fictional Autobiography (1989). Ma il romanziere di 2001 ha un’altra singolare distinzione: aver introdotto la fantascienza in Italia per ben due volte, come un novello Jules Verne. Nel primo numero della prima rivista di science fiction pubblicata nel nostro Paese, Scienza fantastica (Roma, 1952), la copertina era dedicata al racconto d’apertura Spedizione di soccorso. Una storia di Clarke tra le prime da lui scritte, ma il cui abile svolgimento regge bene ancora oggi. Nel racconto, una spedizione venuta da un lontano sistema solare sa che il nostro pianeta verrà distrutto dall’imminente esplosione del sole e invia una scialuppa sul mondo condannato per vedere se sia possibile salvare qualche nobile rappresentante dell’umanità. I soccorritori si trovano ben presto nei guai quando, saliti a bordo di una navetta pneumatica terrestre che viaggia in speciali gallerie scavate sotto il mare, vi rimangono intrappolati e ritengono di non fare in tempo a uscirne prima che il sole diventi una nova. Il percorso della navetta è completamente automatizzato e gli stranieri contano i minuti che mancano alla loro fine, creando notevole suspense anche nel lettore terrestre. Alla fine riescono a salvarsi e a essere recuperati dalla nave madre, che li riporta nello spazio. Sulla terra non è stato possibile trovare nessun essere umano, vivo o morto, e la spedizione di soccorso sembra un fallimento; ma ecco che, allontanatisi quanto basta dal nostro sistema in agonia, i "salvatori" vedono un immenso grappolo di luci nel buio stellato: sono gli esseri umani che hanno abbandonato in massa il pianeta morente, pur avendo a disposizione solo i loro primitivi, lentissimi razzi chimici. Questi terrestri sono proprio duri, pensano i tentacolati alien. Sopravviveranno di sicuro...

Sempre nel ’52, ma qualche mese più tardi, escono in edicola "I romanzi di Urania" diretti da Giorgio Monicelli e pubblicati a Milano da Mondadori. Il primo numero è Le sabbie di Marte di Arthur Clarke, romanzo uscito l’anno prima in Inghilterra e che racconta le audaci imprese dei coloni terrestri sul pianeta rosso. La memorabile copertina, disegnata da Kurt Caesar, mostra una città sotto vetro nelle immense distese marziane e un’astronave lucente che la sorvola. È nata ufficialmente l’era della fantascienza in Italia, ed è nata con uno scrittore realistico e visionario allo stesso tempo: un Verne dell’età spaziale che sa toccare una corda profonda del nostro immaginario.

Ma Clarke non è stato soltanto questo. Accusato da alcuni lettori di essere uno scrittore fin troppo tecnico e "freddo", è in realtà capace di grandi esiti fantastici. Basta pensare, per tutti, ai Nove miliardi di nomi di Dio, un racconto del 1953 in cui postula l’esistenza di un computer capace di calcolare tutti i nomi della divinità. Commissionato da un gruppo di monaci tibetani, il calcolatore esaurisce il suo compito in breve tempo e le stelle, in cielo, cominciano a spegnersi: ormai l’universo non è più necessario, ha esaurito il suo scopo...

In un altro celebre racconto, Strada buia (1950), un uomo percorre una lunga strada tenebrosa, temendo a ogni passo ciò che può aspettarlo in fondo. E laggiù c’è veramente qualcosa di agghiacciante, capace di materializzare i peggiori incubi. Del resto, il Clarke autore fantastico ha al suo attivo un’ottima raccolta di storie collegate: All’insegna del Cervo Bianco (1957), in cui gli avventori dell’omonimo pub londinese si raccontano episodi ai confini della realtà. Come volevasi dimostrare, è stato tutt’altro che uno scrittore tecnico e freddamente razionale. La sua produzione varia e complessa, la sua inesaurible immaginazione e il suo interesse per la ricerca fanno di Sir Arthur Clarke non solo un maestro della fantascienza, ma un uomo le cui idee hanno forgiato il nostro presente e forse influenzeranno il nostro futuro.

Giuseppe Lippi
   

Una biografia tra tempo e spazio

1917 Arthur Clarke nasce a Minehead, nell’Inghilterra sudoccidentale. 
1921
Nasce il fratello Frederick William. 
1923
Comincia a frequentare le scuole, appassionandosi alle scienze. 
Copertina del volume 1939-44
Si arruola volontario nella Raf. 
1946
Frequenta il King’s College di Londra, diplomandosi in matematica e fisica. 
1947-50
È presidente della Società interplanetaria britannica. 
1948
Scrive il racconto La sentinella per un concorso indetto dalla Bbc. 
1950
Esce Interplanetary Flight: An Introduction to Astronautics
1951
Pubblica il saggio The Exploration of Space e il romanzo Le sabbie di Marte
1953
Sposa Marilyn Mayfield, che rimarrà sua moglie fino al 1964. Scrive i racconti Spedizione sulla terra, I nove miliardi di nomi di Dio e il romanzo Le guide del tramonto. È di nuovo presidente della Società interplanetaria britannica. 
1955
Pubblica il saggio Il volto del futuro
1956
Un nuovo romanzo: La città e le stelle. Poco dopo si trasferisce a Ceylon, l’attuale Sri-Lanka. Qui Clarke vivrà per il resto dei suoi giorni, eccezion fatta per i viaggi di lavoro in Occidente e le visite al fratello Fred che vive in Inghilterra.
1957 Nell’anno in cui s’inaugura ufficialmente l’era spaziale, Clarke esce col romanzo I guardiani del mare
1963
Le porte dell’oceano, un nuovo romanzo marino. 
1964
Stanley Kubrick lo chiama a New York in aprile. In maggio, Clarke firma il contratto per scrivere il romanzo che diventerà 2001: Odissea nello spazio e la sceneggiatura che ne sarà ricavata. La prima stesura del romanzo è finita per Natale. 
1965
Comincia il lavoro di sceneggiatura, in collaborazione con Kubrick. Si apportano numerose revisioni al romanzo, un lavoro che continuerà fino al 1966. Nel dicembre ’65, pochi giorni prima che comincino le riprese, la sceneggiatura-base di 2001 può dirsi completata. 
1966
La lavorazione di 2001 avviene in Inghilterra, negli studi di Borehamwood. Clarke è spesso sul set. 
1967
Vola in America per tranquillizzare i dirigenti della Mgm, preoccupati dello slittamento nei tempi di lavorazione. La pubblicazione del romanzo 2001: Odissea nello spazio è rinviata per volontà di Kubrick e Clarke è costretto a cambiare editore. Intanto esce la raccolta da lui curata The Coming of the Space Age, con le testimonianze degli scienziati e degli astronauti che hanno reso possibile l’era spaziale. 
1968
2001 debutta in aprile negli Usa, il romanzo uscirà qualche mese più tardi. Clarke pubblica un altro saggio importante: The Promise of Space
1972
Pubblicazione di The Lost Worlds of 2001
1973
Esce il romanzo Incontro con Rama
1975
Pubblica il nuovo romanzo Terra imperiale
1979
Pubblica Le fontane del paradiso, l’ultimo dei grandi romanzi autonomi. 
1982
Rimette mano a quello che diventerà il "ciclo di 2001", pubblicando il primo dei tre seguiti del fortunato romanzo: 2010: Odissea due
1987
Pubblica 2061: Odissea tre
1989
Esce il volume di memorie Astounding Days: A Science Fictional Autobiography. In collaborazione con Gentry Lee scrive il romanzo Culla.
1994 Per il suo progetto del satellite geostazionario destinato alle telecomunicazioni (un’idea del 1945 che gli viene ora ufficialmente riconosciuta), è candidato al Premio Nobel. 
1997
Con 3001: Odissea finale si conclude la serie iniziata trent’anni prima. 
1998
Voci riguardanti un suo coinvolgimento in un caso di pedofilia, poi smentite, ritardano l’attribuzione del titolo di baronetto, che finalmente gli verrà conferito nel 2000. 
1999
Seconda candidatura al Nobel, questa volta per la letteratura. 
2000
Scrive Luce del passato, prima delle fruttuose collaborazioni con l’astro nascente della fantascienza inglese Stephen Baxter. I suoi racconti brevi vengono raccolti nel volume The Collected Stories of Arthur C. Clarke. La regina lo nomina Knight Bachelor per meriti letterari e scientifici, conferendogli il titolo di Sir. 
2004
L’occhio del tempo, con Stephen Baxter. 
2006
L’occhio del sole, con Stephen Baxter. 
2007
Compie novant’anni in dicembre. 
2008
Muore a Colombo, Sri-Lanka, il 19 marzo.

   

Odissea tra opere introvabili

Nonostante la sua fama, non sono molti i titoli di Arthur C. Clarke presenti nelle librerie italiane. Anche tra questi ultimi, si vedrà che è possibile reperire soltanto alcuni romanzi e raccolte di racconti, ma praticamente nessuno dei numerosi saggi di divulgazione o anticipazione scientifica.

Tra i titoli ancora presenti in scaffale ricordiamo 2001: Odissea nello spazio (in più di una edizione) e la raccolta La sentinella, da non perdere assolutamente. 2001 è la versione letteraria dell’opera di Kubrick, la quale è antiletteraria in modo assoluto; ma Clarke non si perde d’animo di fronte alle difficoltà della descrizione e cerca di appianare le asperità, i dubbi provocati dal film. Per far questo entra nel cuore del mistero, dandocene una versione convincente e personale. L’Odissea nello spazio è effettivamente uno dei suoi migliori romanzi, e sarà utile leggerlo insieme ai racconti della Sentinella, che contengono la genesi dell’ambizioso progetto.

Sempre nel campo del romanzo, con un pizzico di fortuna si può ordinare l’interessante Culla del 1989, scritto in collaborazione con Gentry Lee. Fra i successi più recenti sono disponibili L’occhio del tempo e L’occhio del sole, scritti a quattro mani con Stephen Baxter: ma il lettore che voglia conoscere l’opera di Clarke con un minimo di completezza dovrà rivolgersi al mercato del collezionismo e del libro usato, perché la maggior parte dei suoi capolavori – e dei testi di divulgazione – sono ormai fuori catalogo.

Nel campo della narrativa mette conto due volumi omnibus della Mondadori che contengono rispettivamente i romanzi Le guide del tramonto, Polvere di Luna, Incontro con Rama e Ombre sulla Luna, La città e le stelle, Terra imperiale (nella collezione "Massimi della fantascienza").

Il volto del futuro in edizione Sugar è forse il miglior testo di divulgazione sull’avvenire dei voli spaziali. Intanto, qualche buona notizia dall’estero: è appena uscito in Inghilterra e America il nuovo romanzo di Clarke, The Last Theorem, scritto in collaborazione con Frederik Pohl. È attesa per l’inizio del 2009 l’uscita di Firstborn, terzo volume del ciclo scritto in collaborazione con Stephen Baxter. Imminenti anche le ristampe inglesi di Incontro con Rama (uscita prevista nel 2009) e Le guide del tramonto (2010).

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