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Romanziere
e divulgatore, ha immaginato un futuro tecnologico coerente e rigoroso, ma
arricchito da una straordinaria apertura sull’infinito. Non meraviglia
che Kubrick l’abbia voluto come sceneggiatore del suo capolavoro.
Grande
autore inglese di fantascienza, divulgatore e inventore, Sir Arthur Clarke
viene generalmente considerato – con Lem, Bradbury, Asimov e pochi altri
– uno degli scrittori che si possono raccomandare a tutti i lettori,
anche quelli che non seguano la science fiction con interesse
specifico. Il perché è presto detto: dotato di una fertilissima
immaginazione che poggia sempre su basi razionali, visionario ma capace di
descrizioni lucide e piane, Clarke ha creato un mondo autonomo in cui l’umanità
è vista, miticamente, sull’orlo di un grande balzo esistenziale: l’abbandono
della terra e la scoperta dello spazio. Non solo, ma la conseguenza
significativa è che nell’universo troverà chi potrà guidarla fuori
dai limiti della precedente esistenza: intelligenze con cui l’uomo si
confronterà per rimodellare la propria immagine. Benché questa tematica
possa sembrare comune a tutto il genere fantascientifico, bisogna
riconoscere che Clarke è uno dei pochi autori in cui suoni
"autentica", cioè fondata su reali conoscenze tecniche e dotata
di uno spessore che non sembra esagerato definire filosofico. In un’epoca
in cui l’umanità muoveva effettivamente i primi passi nello spazio, l’opera
divulgativa di Clarke ha dato una voce sensibile al progetto, sottraendolo
alla pura competenza dei tecnici e restituendolo, per così dire, a un
nuovo umanesimo. Non a caso egli è considerato l’ispiratore di un film
complesso e spiritualmente stimolante come 2001: Odissea nello spazio (diretto
da Stanley Kubrick nel 1968), in cui le aspirazioni e i pericoli della
tecnologia sono messi a confronto con l’intera parabola dell’uomo. Il
romanzo, scritto su commissione del grande regista e con varie, scrupolose
revisioni da parte dello stesso Kubrick, è ciò che ha gettato le fondamenta del film, delineandone lo
sviluppo drammatico. Kubrick ha dichiarato più volte che a spingerlo
verso una simile tematica era stato il problema dell’intelligenza nel
cosmo, che oltre ad affascinarlo personalmente gli sembrava pertinente al
momento in cui l’umanità stava per mettere piede sulla luna. Clarke
aveva già scritto un romanzo decisivo sull’argomento, Le guide del
tramonto (Childhood’s End, 1953), in cui una progredita
civiltà extraterrestre si manifestava all’uomo per aiutarlo a uscire
dall’infanzia; mentre nel racconto La sentinella (The Sentinel,
1948) aveva immaginato che un manufatto lasciato sulle montagne lunari
aspettasse da milioni di anni che qualcuno si accorgesse della sua
esistenza. In un altro racconto, Spedizione sulla terra (Expedition
to Earth, 1953), visitatori dallo spazio raggiungevano un pianeta
preistorico e scoprivano che i suoi primitivi abitanti erano esseri umani
come loro. Purtroppo, il tentativo di farli progredire più rapidamente
sulla strada della conoscenza si rivelava impossibile e solo uno dei
primitivi finiva con l’avere il privilegio di incontrare "gli
dèi" faccia a faccia. Il titolo con cui il racconto era apparso
originariamente, Encounter at Dawn, suona quasi come un presagio di
The Dawn of Man, L’alba dell’uomo di 2001. Lo scrittore
e il grande regista sembravano fatti apposta per incontrarsi a metà
strada.
Del resto Arthur Charles Clarke, scomparso il 19 marzo 2008 a novant’anni
compiuti, aveva lo spazio nel sangue fin dal momento in cui era nato a
Minehead – una piccola città dell’Inghilterra sudoccidentale – il
16 dicembre 1917. Figlio di un agricoltore, alla scuola elementare di
Taunton si era appassionato ben presto alle scienze e alle loro
applicazioni, mentre, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, si era
offerto come volontario nella Raf per occuparsi di radar. A guerra finita
aveva frequentato il King’s College di Londra diplomandosi in matematica
e fisica. Ma la sua vera passione si manifesta alla fine degli anni
Quaranta e da allora è rimasta la sua principale attività: scrivere di
scienza e fantascienza. I primi racconti denotano uno stile asciutto e
tendente al realismo, unito a una fervida immaginazione. La sua non è una
narrativa di finezze stilistiche quanto di efficacia tecnica: la capacità
di rendere credibile quello che non è ancora avvenuto, il possibile. In
questa vena scrive, nel 1948, La sentinella, racconto ideato per un
concorso indetto dalla Bbc che non vince ma che lo segnala tra gli autori
inglesi più originali. Al di là della science fiction, Clarke
applica il suo ingegno alle possibilità dell’imminente era spaziale.
Nel clima di restrizioni e incertezze del dopoguerra, egli già concepisce
astronavi e satelliti geostazionari per telecomunicazioni: vale a dire
oggetti che, lanciati in orbita, possano ruotare in sincrono con il
pianeta e diffondere in un emisfero le trasmissioni ricevute dall’emisfero
opposto, superando l’ostacolo della curvatura terrestre. Né si tratta
di semplici fantasie: il progetto del satellite geostazionario è oggi
ufficialmente attribuito a Clarke, che ne ha parlato nei suoi libri di
divulgazione ed è stato candidato al Premio Nobel (1994) per la brillante
idea di quasi cinquant’anni prima. In opere come The Exploration of
Space (1951) e Il volto del futuro (1955, il cui titolo
originale suona appunto The Challenge of the Spaceship: la sfida
dell’astronave) ha sostenuto la fattibilità del volo spaziale; lo
stesso Von Braun si è ispirato ai suoi studi per convincere il presidente
Kennedy a investire nel progetto "Apollo". E tuttavia negli anni
Cinquanta, quando mancavano poco più di tre lustri alle missioni
"Apollo", ben pochi erano disposti a credere alla possibilità
di un viaggio sulla Luna, men che meno sugli altri pianeti del sistema
solare. È vero che alcuni spiriti vacillanti, intimiditi dalla
temerarietà dell’impresa, stentano tuttora a ritenerla autentica e
preferiscono credere alla teoria di un complotto cinematografico che ci
avrebbe mostrato un falso allunaggio, realizzato su un set di Hollywood:
ma, come si dice, «Contro la stupidità neanche gli dèi possono nulla».
È una citazione che Clarke avrebbe senz’altro condiviso: gli scettici
ci sono e ci saranno sempre, come non mancheranno mai gli spiriti
prigionieri che rifiutano di guardare oltre. La cosa lusinghiera, per lui,
è semmai un’altra, e cioè che i fanatici della "teoria del
complotto" ritengono che a filmare il falso allunaggio sia stato
Stanley Kubrick, assistito dagli altri collaboratori di 2001. La
verità è che tagliare il cordone ombelicale con il nostro pianeta per
salire nello spazio richiede un grande coraggio e il nostro autore l’ha
sempre avuto, anche quando a occuparsi di razzi e satelliti erano
pochissimi.
Forse per compensare le delusioni della realtà, negli scettici anni
Cinquanta Clarke pubblica i primi romanzi fantascientifici. Le sabbie
di Marte (The Sands of Mars, 1951) dipinge la storia degli
insediamenti umani sul pianeta rosso; nelle Guide del tramonto (Childhood’s
End, 1953) una progredita civiltà extraterrestre si manifesta all’uomo
per aiutarlo a lasciare le ristrettezze del pianeta madre. La città e
le stelle (The City and the Stars, 1956) è la visione di un
lontano futuro dal sapore wellsiano. Nei Guardiani del mare (1957)
e Le porte dell’oceano (1963) Clarke esplora il misterioso
universo marino, un altro dei suoi temi prediletti, nella convinzione che
da esso potrà venire la salvezza per una terra affamata e sovrappopolata.
Nella seconda metà degli anni Sessanta è coinvolto a lungo sul set di 2001,
film di cui getta le fondamenta narrative, scrive la sceneggiatura e
pubblica il romanzo omonimo (1968). Grazie al suo prestigio, Arthur Clarke
è ormai considerato l’ispiratore della nuova fantascienza tecnologica,
quella scritta nel dopoguerra e recepita anche dagli altri mezzi di
comunicazione nel decennio successivo. È questa fama di realistico
esploratore del futuro e, insieme, di visionario scientifico a farlo
chiamare al fianco di Stanley Kubrick per scrivere l’Odissea nello
spazio: benché quando il celebre regista lo interpella, nel 1964, la
decisione di fare un film sull’intelligenza extraterrestre sia già
stata presa. Con Le guide del tramonto Clarke aveva già scritto un
notevole romanzo sull’argomento, quasi una parafrasi dei temi mitologici
di 2001. Gli esseri venuti dallo spazio che popolano il romanzo
somigliano alle immagini stereotipate del diavolo, con folte sopracciglia,
corna e zoccoli biforcuti, il che pone l’umanità di fronte al problema
di superare i propri pregiudizi religiosi. Naturalmente, spiega Clarke,
erano state proprio le visite degli extraterrestri a influenzare i nostri
miti: ma le immagini sono dure a morire e l’umanità è chiamata a fare
un duplice sforzo per uscire dallo stadio della sua fanciullezza.
Una volta accettato di scrivere 2001 insieme a Kubrick, Clarke
si assicura che la produzione goda della massima collaborazione negli
ambienti aerospaziali: ha molte conoscenze alla Nasa e affianca degnamente
il regista nell’intento di fare di 2001 un film credibile sotto
ogni punto di vista, addirittura documentario. Lo stile dei due autori non
solo mira a ottenere, con mezzi diversi, lo stesso effetto, ma alterna in
egual misura realismo, precisione tecnica e talento visionario.
Tecnicamente il romanzo di 2001 non è una semplice novelization
del film ma una "sceneggiatura letteraria" scritta prima
delle riprese, il cui scopo era quello di fornire ai cineasti l’ossatura
narrativa e le idee fondamentali su cui basare lo script. In alcuni
aspetti il romanzo si discosta notevolmente dal film finito, non fosse
altro perché preferisce adottare questa o quella delle tante soluzioni
care ai suoi autori e che si sono dovute abbandonare per esigenze di
produzione. Di tali discrepanze la più celebre è quella che riguarda l’ambientazione
dell’ultima parte. In un primo momento Clarke e Kubrick avevano pensato
di far approdare l’astronave "Discovery" nell’orbita di
Giove, ma nel settembre 1965, dopo tre mesi trascorsi a preparare le
scenografie in questo senso, Kubrick aveva optato improvvisamente per
Saturno, lo spettacolare pianeta inanellato. Più avanti, esigenze
tecniche ed economiche lo avevano persuaso che non sarebbe stato possibile
ottenere un’ambientazione soddisfacente nello spazio di Saturno e
Kubrick aveva deciso di tornare
a Giove, il pianeta gigante. Nel romanzo, che di problemi scenografici non
ne ha, viene mantenuta la scelta di Saturno, cosa che Clarke ha sempre
sottolineato con fierezza. Un’altra discrepanza di un certo rilievo si
ha nel finale, quando il Bambino-delle-stelle fa esplodere decine di
testate nucleari orbitanti per liberare la Terra (circostanza che nel film
finito è stata soppressa). Anche il capitolo terrestre ambientato in
Africa è considerevolmente più articolato nella versione romanzata. Dal
punto di vista di Kubrick il romanzo aveva la precedenza su tutto perché,
di fatto, non esisteva ancora un’idea precisa sul contenuto del film e
bisognava gettarne le basi. Inizialmente il regista-produttore avrebbe
voluto che Clarke lavorasse negli uffici della produzione, ma dopo un solo
giorno lo scrittore si trasferì nel suo albergo, il celebre Chelsea Hotel
di Manhattan dove vivevano anche Allen Ginsberg e William S. Burroughs: è
in quel confortevole ambiente, al ritmo di quattro ore lavorative al
giorno per sei giorni la settimana che Clarke ha scritto il romanzo,
consegnandone a Kubrick la prima versione per il Natale 1964. Kubrick era
estremamente soddisfatto del lavoro di Clarke e riteneva di trovarsi
davanti a uno dei più interessanti romanzi di fantascienza che avesse mai
letto. Prima della pubblicazione, tuttavia, il testo subì innumerevoli
revisioni e Kubrick rifiutò di mandarlo alle stampe fino al luglio 1968,
perdendo un primo contratto con gli editori Delacorte e Dell. Clarke si
era personalmente indebitato a causa degli anticipi percepiti e dovette
far fronte ai ripensamenti del suo produttore per circa due anni e mezzo.
Finalmente il libro uscì (qualche mese dopo la prima del film) per i tipi
della New American Library e in Italia per Longanesi, con una prefazione
di Mario Monti. Intanto, mentre lavoravano alle riscritture del libro,
Clarke e Kubrick avevano intrapreso la fase di sceneggiatura vera e
propria. I due s’incontravano frequentemente e discutevano il progetto,
quindi Clarke si ritirava a scrivere. Anche in questo caso, una prima
stesura dello script completo venne consegnata dallo scrittore
inglese per il Natale ’65, quando ormai la troupe si era trasferita in
Inghilterra e le riprese stavano per cominciare.
Da un punto di vista letterario, 2001: A Space Odyssey è in
perfetta linea con altri due romanzi di Arthur Clarke, uno precedente e l’altro
seguente l’esperienza di 2001: le già ricordate Guide del
tramonto e Incontro con Rama (Rendez-vous with Rama,
1973). Nel primo l’incontro con gli extraterrestri avviene frontalmente,
per scoprire che si tratta di una razza antichissima e dall’aspetto poco
rassicurante; nel secondo avviene per mezzo di un gigantesco manufatto
abbandonato nello spazio quale banco di prova per l’umanità. Come
romanzo, 2001 anticipa il fascino del film senza voler gareggiare
formalmente con esso. A volte eccede in spiegazioni perché adotta un
linguaggio più tradizionalmente narrativo, ma Clarke ha sufficiente
esperienza per ammantare il suo lavoro di spessore mitico e spessore
scientifico, il che gli consente di salvaguardare lo straordinario
realismo che Kubrick si prefiggeva di raggiungere nella pellicola. Il suo
punto più controverso è, probabilmente, il finale in cui Clarke sente il
bisogno di delucidare gli interrogativi sulle intenzioni degli
extraterrestri, ma occorre ricordare che il lavoro di Clarke era
innanzitutto un lavoro di chiarificazione per Kubrick e se stesso, e
corrisponde alla fase di concezione di un’avventura straordinaria. All’odissea
di 2001 Arthur C. Clarke ha dedicato una larga fetta della sua vita
creativa e nel 1972 ha pubblicato il libro di ricordi The Lost Worlds
of 2001. Si tratta, in sostanza, di un diario della lavorazione con
generosi estratti dalle prime stesure del romanzo e della sceneggiatura,
quelle che si allontanano maggiormente dalla versione definitiva. Tanto
nel libro quanto nel film, l’evoluzione dell’uomo è messa in
relazione con la comparsa di tre misteriosi oggetti: grandi lastre nere e
levigate che sembrano fatte di un unico blocco di pietra o minerale (di
qui il nome generico di monoliti). Una spedizione scientifica viene
mandata a investigare, ma il calcolatore dell’astronave si ribella e
solo un uomo, il comandante David Bowman, riuscirà a scoprire il mistero
finale, trasformandosi in un essere nuovo e straordinario.
Dopo Incontro con Rama in cui, come si è detto, si trovano echi
di 2001, Clarke torna a un’intensa attività letteraria
pubblicando Terra imperiale (Imperial Earth, 1975) e Le
fontane del paradiso (Fountains of Paradise, 1979), due nuovi
importanti romanzi. L’ultimo, in particolare, presenta con abbondanza di
particolari un’altra invenzione di Clarke, vicina per genialità a
quella del satellite geostazionario: l’ascensore spaziale. Costruito all’equatore,
l’ascensore collegherà la Terra con una piattaforma spaziale in orbita
geosincrona e sarà contenuto in una struttura alta almeno 50 km, la
cosiddetta torre-àncora. In tal modo non sarà più necessario sprecare
enormi risorse di combustibile e razzi vettori per lanciare uomini e
strumenti in orbita, ma si potrà spedirli lassù... facendoli salire in
ascensore. Nei trent’anni successivi Clarke ci ha dato ben tre
romanzeschi seguiti di 2001, un progetto del quale,
letterariamente, si era ormai appropriato: 2010 Odissea due (2010:
Odyssey Two, 1982), 2061 Odissea tre (2061: Odyssey Three,
1987) e 3001 Odissea finale (3001: The Final Odyssey, 1997).
Dal primo è stato tratto un discusso film del 1984 di Peter Hyams, 2010
l’anno del contatto, che riprende alcuni stilemi di 2001 senza
aggiungere nulla di sostanzialmente nuovo. Questi libri ruotano intorno
alla razza dei costruttori di monoliti e ai suoi tentativi di far evolvere
e poi distruggere l’umanità, a favore di altre intelligenze che nel
frattempo si saranno sviluppate nel sistema solare. I racconti si
mantengono al passo con la realtà scientifica: le lune di Giove, la vita
nel sistema solare, i computer di nuova generazione diventano il fulcro
delle fantasie razionali di Arthur Clarke un decennio dopo l’altro.

Con Stanley Kubrick sul set
di 2001: Odissea nello spazio.
Nel 2000 la regina gli conferisce il titolo di Knight Bachelor per
i suoi meriti letterari e scientifici, e proprio a partire da quell’anno
Sir Arthur rinnova il suo vigore narrativo, inaugurando una serie di
romanzi scritti a quattro mani con Stephen Baxter, nuovo astro della
fantascienza inglese. I titoli sono Luce del passato (Light of
Other Days, 2000), L’occhio del tempo (2004) e L’occhio
del sole (2006). Sempre nel 2000 i suoi affascinanti racconti brevi
erano stati raccolti nel volume inglese The Collected Stories of Arthur
C. Clarke. Undici anni prima lo stesso editore, Gollancz, gli aveva
pubblicato un gustoso libro di memorie: Astounding Days: A Science
Fictional Autobiography (1989). Ma il romanziere di 2001 ha un’altra
singolare distinzione: aver introdotto la fantascienza in Italia per ben
due volte, come un novello Jules Verne. Nel primo numero della prima
rivista di science fiction pubblicata nel nostro Paese, Scienza
fantastica (Roma, 1952), la copertina era dedicata al racconto d’apertura
Spedizione di soccorso. Una storia di Clarke tra le prime da lui
scritte, ma il cui abile svolgimento regge bene ancora oggi. Nel racconto,
una spedizione venuta da un lontano sistema solare sa che il nostro
pianeta verrà distrutto dall’imminente esplosione del sole e invia una
scialuppa sul mondo condannato per vedere se sia possibile salvare qualche
nobile rappresentante dell’umanità. I soccorritori si trovano ben
presto nei guai quando, saliti a bordo di una navetta pneumatica terrestre
che viaggia in speciali gallerie scavate sotto il mare, vi rimangono
intrappolati e ritengono di non fare in tempo a uscirne prima che il sole
diventi una nova. Il percorso della navetta è completamente automatizzato
e gli stranieri contano i minuti che mancano alla loro fine, creando
notevole suspense anche nel lettore terrestre. Alla fine riescono a
salvarsi e a essere recuperati dalla nave madre, che li riporta nello
spazio. Sulla terra non è stato possibile trovare nessun essere umano,
vivo o morto, e la spedizione di soccorso sembra un fallimento; ma ecco
che, allontanatisi quanto basta dal nostro sistema in agonia, i
"salvatori" vedono un immenso grappolo di luci nel buio
stellato: sono gli esseri umani che hanno abbandonato in massa il pianeta
morente, pur avendo a disposizione solo i loro primitivi, lentissimi razzi
chimici. Questi terrestri sono proprio duri, pensano i tentacolati alien.
Sopravviveranno di sicuro...
Sempre nel ’52, ma qualche mese più tardi, escono in edicola "I
romanzi di Urania" diretti da Giorgio Monicelli e pubblicati a Milano
da Mondadori. Il primo numero è Le sabbie di Marte di Arthur
Clarke, romanzo uscito l’anno prima in Inghilterra e che racconta le
audaci imprese dei coloni terrestri sul pianeta rosso. La memorabile
copertina, disegnata da Kurt Caesar, mostra una città sotto vetro nelle
immense distese marziane e un’astronave lucente che la sorvola. È nata
ufficialmente l’era della fantascienza in Italia, ed è nata con uno
scrittore realistico e visionario allo stesso tempo: un Verne dell’età
spaziale che sa toccare una corda profonda del nostro immaginario.
Ma Clarke non è stato soltanto questo. Accusato da alcuni lettori di
essere uno scrittore fin troppo tecnico e "freddo", è in
realtà capace di grandi esiti fantastici. Basta pensare, per tutti, ai Nove
miliardi di nomi di Dio, un racconto del 1953 in cui postula l’esistenza
di un computer capace di calcolare tutti i nomi della divinità.
Commissionato da un gruppo di monaci tibetani, il calcolatore esaurisce il
suo compito in breve tempo e le stelle, in cielo, cominciano a spegnersi:
ormai l’universo non è più necessario, ha esaurito il suo scopo...
In un altro celebre racconto, Strada buia (1950), un uomo
percorre una lunga strada tenebrosa, temendo a ogni passo ciò che può
aspettarlo in fondo. E laggiù c’è veramente qualcosa di agghiacciante,
capace di materializzare i peggiori incubi. Del resto, il Clarke autore
fantastico ha al suo attivo un’ottima raccolta di storie collegate: All’insegna
del Cervo Bianco (1957), in cui gli avventori dell’omonimo pub
londinese si raccontano episodi ai confini della realtà. Come volevasi
dimostrare, è stato tutt’altro che uno scrittore tecnico e freddamente
razionale. La sua produzione varia e complessa, la sua inesaurible
immaginazione e il suo interesse per la ricerca fanno di Sir Arthur Clarke
non solo un maestro della fantascienza, ma un uomo le cui idee hanno
forgiato il nostro presente e forse influenzeranno il nostro futuro.
Giuseppe Lippi
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Una
biografia tra tempo e spazio
1917 Arthur
Clarke nasce a Minehead, nell’Inghilterra sudoccidentale.
1921 Nasce il fratello Frederick William.
1923 Comincia a frequentare le scuole, appassionandosi alle
scienze.
1939-44 Si arruola volontario nella Raf.
1946 Frequenta il King’s College di Londra, diplomandosi in
matematica e fisica.
1947-50 È presidente della Società interplanetaria
britannica.
1948 Scrive il racconto La sentinella per un concorso
indetto dalla Bbc.
1950 Esce Interplanetary Flight: An Introduction to
Astronautics.
1951 Pubblica il saggio The Exploration of Space e il
romanzo Le sabbie di Marte.
1953 Sposa Marilyn Mayfield, che rimarrà sua moglie fino al
1964. Scrive i racconti Spedizione sulla terra, I nove
miliardi di nomi di Dio e il romanzo Le guide del tramonto.
È di nuovo presidente della Società interplanetaria
britannica.
1955 Pubblica il saggio Il volto del futuro.
1956 Un nuovo romanzo: La città e le stelle. Poco dopo
si trasferisce a Ceylon, l’attuale Sri-Lanka. Qui Clarke vivrà
per il resto dei suoi giorni, eccezion fatta per i viaggi di lavoro
in Occidente e le visite al fratello Fred che vive in Inghilterra.
1957 Nell’anno in cui s’inaugura ufficialmente l’era
spaziale, Clarke esce col romanzo I guardiani del mare.
1963 Le porte dell’oceano, un nuovo romanzo
marino.
1964 Stanley Kubrick lo chiama a New York in aprile. In maggio,
Clarke firma il contratto per scrivere il romanzo che diventerà 2001:
Odissea nello spazio e la sceneggiatura che ne sarà ricavata.
La prima stesura del romanzo è finita per Natale.
1965 Comincia il lavoro di sceneggiatura, in collaborazione con
Kubrick. Si apportano numerose revisioni al romanzo, un lavoro che
continuerà fino al 1966. Nel dicembre ’65, pochi giorni prima che
comincino le riprese, la sceneggiatura-base di 2001 può
dirsi completata.
1966 La lavorazione di 2001 avviene in Inghilterra, negli
studi di Borehamwood. Clarke è spesso sul set.
1967 Vola in America per tranquillizzare i dirigenti della Mgm,
preoccupati dello slittamento nei tempi di lavorazione. La
pubblicazione del romanzo 2001: Odissea nello spazio è
rinviata per volontà di Kubrick e Clarke è costretto a cambiare
editore. Intanto esce la raccolta da lui curata The Coming of the
Space Age, con le testimonianze degli scienziati e degli
astronauti che hanno reso possibile l’era spaziale.
1968 2001 debutta in aprile negli Usa, il romanzo uscirà
qualche mese più tardi. Clarke pubblica un altro saggio importante:
The Promise of Space. 
1972 Pubblicazione di The Lost Worlds of 2001.
1973 Esce il romanzo Incontro con Rama.
1975 Pubblica il nuovo romanzo Terra imperiale.
1979 Pubblica Le fontane del paradiso, l’ultimo dei
grandi romanzi autonomi.
1982 Rimette mano a quello che diventerà il "ciclo di
2001", pubblicando il primo dei tre seguiti del fortunato
romanzo: 2010: Odissea due.
1987 Pubblica 2061: Odissea tre.
1989 Esce il volume di memorie Astounding Days: A Science
Fictional Autobiography. In collaborazione con Gentry Lee scrive
il romanzo Culla.
1994 Per
il suo progetto del satellite geostazionario destinato alle
telecomunicazioni (un’idea del 1945 che gli viene ora
ufficialmente riconosciuta), è candidato al Premio Nobel.
1997 Con 3001: Odissea finale si conclude la serie
iniziata trent’anni prima.
1998 Voci riguardanti un suo coinvolgimento in un caso di
pedofilia, poi smentite, ritardano l’attribuzione del titolo di
baronetto, che finalmente gli verrà conferito nel 2000.
1999 Seconda candidatura al Nobel, questa volta per la
letteratura.
2000 Scrive Luce del passato, prima delle fruttuose
collaborazioni con l’astro nascente della fantascienza inglese
Stephen Baxter. I suoi racconti brevi vengono raccolti nel volume The
Collected Stories of Arthur C. Clarke. La regina lo nomina
Knight Bachelor per meriti letterari e scientifici, conferendogli il
titolo di Sir.
2004 L’occhio del tempo, con Stephen Baxter.
2006 L’occhio del sole, con Stephen Baxter.
2007 Compie novant’anni in dicembre.
2008 Muore a Colombo, Sri-Lanka, il 19 marzo.
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Odissea
tra opere introvabili
Nonostante la sua fama, non sono
molti i titoli di Arthur C. Clarke presenti nelle librerie italiane.
Anche tra questi ultimi, si vedrà che è possibile reperire
soltanto alcuni romanzi e raccolte di racconti, ma praticamente
nessuno dei numerosi saggi di divulgazione o anticipazione
scientifica.
Tra i titoli ancora presenti in
scaffale ricordiamo 2001: Odissea nello spazio (in più di
una edizione) e la raccolta La sentinella, da non perdere
assolutamente. 2001 è la versione letteraria dell’opera di
Kubrick, la quale è antiletteraria in modo assoluto; ma Clarke non
si perde d’animo di fronte alle difficoltà della descrizione e
cerca di appianare le asperità, i dubbi provocati dal film. Per far
questo entra nel cuore del mistero, dandocene una versione
convincente e personale. L’Odissea nello spazio è
effettivamente uno dei suoi migliori romanzi, e sarà utile leggerlo
insieme ai racconti della Sentinella, che contengono la
genesi dell’ambizioso progetto.
Sempre nel campo del romanzo, con
un pizzico di fortuna si può ordinare l’interessante Culla del
1989, scritto in collaborazione con Gentry Lee. Fra i successi più
recenti sono disponibili L’occhio del tempo e L’occhio
del sole, scritti a quattro mani con Stephen Baxter: ma il
lettore che voglia conoscere l’opera di Clarke con un minimo di
completezza dovrà rivolgersi al mercato del collezionismo e del
libro usato, perché la maggior parte dei suoi capolavori – e dei
testi di divulgazione – sono ormai fuori catalogo.
Nel campo della narrativa mette
conto due volumi omnibus della Mondadori che contengono
rispettivamente i romanzi Le guide del tramonto, Polvere
di Luna, Incontro con Rama e Ombre sulla Luna, La
città e le stelle, Terra imperiale (nella collezione
"Massimi della fantascienza").
Il volto del futuro in
edizione Sugar è forse il miglior testo di divulgazione sull’avvenire
dei voli spaziali. Intanto, qualche buona notizia dall’estero: è
appena uscito in Inghilterra e America il nuovo romanzo di Clarke, The
Last Theorem, scritto in collaborazione con Frederik Pohl. È
attesa per l’inizio del 2009 l’uscita di Firstborn, terzo
volume del ciclo scritto in collaborazione con Stephen Baxter.
Imminenti anche le ristampe inglesi di Incontro con Rama (uscita
prevista nel 2009) e Le guide del tramonto (2010).
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