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Io, Paolo

  
UOMO INQUIETO
APOSTOLO INSUPERABILE

  


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Ebreo per religione, greco per lingua, romano per cittadinanza: Saulo nato a Tarso, nell’odierna Turchia, è l’uomo scelto da Dio per annunciare a tutta l’umanità il messaggio di salvezza di Cristo. Nei duemila anni che ci separano dalla sua nascita, la letteratura, l’arte, la musica e poi il cinema hanno proposto numerosi ritratti della personalità straripante di San Paolo.


    
   
   

Identikit dell'Apostolo delle genti

SCRITTORE SOLO
PER NECESSITÀ DI FEDE

di Giuseppe Pulcinelli

  
P
aolo non è nato per fare lo scrittore. Nella sua formazione di giudeo osservante e di discepolo di rabbini aveva sicuramente imparato a leggere i testi sacri – soprattutto nel greco della Settanta – e a spiegarli, non a scriverne commenti; d’altronde a quel tempo l’atto materiale di scrivere era mestiere degli scrivani di professione, dei quali anche Paolo si servì nel redigere le sue lettere sotto dettatura (cfr. Rm 16,22). Da parte sua, egli faceva addirittura fatica a impugnare la penna: «Vedete con che grossi caratteri vi scrivo, di mia mano» (Gal 6,11). Per quanto ne sappiamo, ha iniziato a produrre scritti soltanto in età avanzata, a circa cinquant’anni, quasi venti da quando era diventato cristiano; e non perché improvvisamente avesse sentito questa vocazione: lui infatti era ben consapevole di essere chiamato da Dio a evangelizzare i pagani, non a diventare autore di scritti epistolari di tenore teologico. Già questo lascia intendere che i suoi scritti non sono nati per il desiderio impellente di mettere nero su bianco delle intuizioni personali, né sono frutto di speculazioni fatte a tavolino: egli usa questo mezzo di comunicazione essenzialmente come supporto del suo lavoro apostolico, per rendersi presente nelle comunità dove ritiene necessario – e a volte urgente – far arrivare il suo pensiero, per indicare le soluzioni a problemi concreti di varia natura, per insegnare, motivare, correggere, rimproverare, consolare, incoraggiare, ecc.

Sostanzialmente si tratta dunque di scritti di circostanza – con la parziale eccezione della Lettera ai Romani – che non hanno la pretesa di mettere nero su bianco una dottrina teologica valida per tutti i tempi e tutte le comunità: Paolo non prevedeva certo che la sua corrispondenza avrebbe avuto una risonanza tale da venire addirittura inclusa nel canone degli scritti sacri e normativi di tutto il cristianesimo, tant’è vero che aspettava come imminente la fine dei tempi (cfr. 1Ts 4,16-17).

I suoi sono di fatto i primi scritti in assoluto della letteratura cristiana, che significativamente inizia proprio con il genere letterario più colloquiale che esiste, quello epistolare, piuttosto che quello del trattato. Messe a confronto con i modelli dell’epistolografia antica, le lettere di Paolo presentano somiglianze soltanto per alcuni aspetti formali, come la presenza nello stesso ordine degli elementi costitutivi del prescritto-apertura (mittente, destinatario, saluti) e del postscritto-chiusura (auguri e saluti): tuttavia già in essi si nota una straordinaria espansione riguardante sia i titoli del mittente che la forma degli auguri, arricchiti di ringraziamenti e benedizioni a sfondo teologico.

Nicolas Tournier, San Paolo scrive una Lettera.
Nicolas Tournier, San Paolo scrive una Lettera.

Ma altre sono le caratteristiche di originalità che distinguono le lettere paoline, ancor prima che per i contenuti: anzitutto la lunghezza media supera di molto quella delle altre lettere antiche che conosciamo, come, ad esempio, quelle di Cicerone e Seneca. C’è poi il fatto di essere scritte per un determinato gruppo di persone – la più "privata" è il biglietto scritto a Filemone – e destinate a essere lette pubblicamente nell’assemblea. Infine, emerge il carattere autoritativo del mittente che gli deriva dal suo essere riconosciuto come apostolo, fondatore e guida delle comunità.

Forte della sua formazione rabbinica-farisaica, Paolo fa largo uso delle Scritture ebraiche e del metodo di interpretazione praticato dai rabbini, come il midrash o le regole di Hillel. Rispetto a essi tuttavia la sua prospettiva esegetica è illuminata soprattutto dall’esperienza dell’incontro con Cristo: è a partire da questo nuovo punto fermo che egli rilegge e reinterpreta tutte le Scritture di Israele.

Nei suoi scritti si avverte una buona conoscenza dell’arte del ben parlare – che veniva insegnata nelle scuole greche – con il frequente uso delle figure e degli espedienti retorici (la metafora, l’allegoria, la metonimia, l’iperbole, l’ironia...); proprio per il loro intento principale di voler persuadere i destinatari riguardo a verità dottrinali e a comportamenti da tenere, e il fatto di essere destinate a essere lette ad alta voce nell’assemblea, le lettere paoline si avvicinano per molti versi al discorso orale, che allora veniva preparato seguendo le precise regole della retorica antica.

Giotto, San Paolo, 1290 circa.
Giotto, San Paolo, 1290 circa.

Il suo stile e il suo linguaggio, tuttavia, si distaccano dalle elevatezze del greco classico (che invece troviamo, ad esempio, in un suo contemporaneo filosofo ebreo, Filone Alessandrino), mentre rispecchiano l’immediatezza e la vivacità della lingua parlata, che evita ricercatezze e saccenterie per far valere piuttosto la forza dell’argomentazione in grado di parlare all’intelligenza, e il potere evocante delle frasi dense e delle antitesi che hanno la capacità di destare stupore; potremmo applicare al suo modo di scrivere ciò che Paolo stesso dichiara in una sua lettera riguardo al suo modo di parlare: «Quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza [...]. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1Cor 2,1.4-5). Se egli per umiltà si definisce «profano nell’arte del parlare» (2Cor 11,6), tuttavia non mancano brani del suo epistolario che raggiungono alti livelli letterari e perfino poetici (cfr. l’inno all’amore di Dio di Rm 8,31-39 o quello all’amore cristiano di 1Cor 13).

Nel Nuovo Testamento ben tredici lettere rivendicano esplicitamente la paternità dell’apostolo. Un caso a parte è la Lettera agli Ebrei, in passato attribuita a Paolo: in realtà non si nominano né mittente né destinatari; inoltre più che una lettera ha le caratteristiche di un’omelia. Di queste tredici, per ragioni stilistiche e teologiche, soltanto sette vengono attribuite con certezza a lui, e perciò sono dette "protopaoline": 1Ts, 1-2Cor, Fil, Fm, Gal, Rm. Le restanti lettere vengono attribuite con diverso grado di incertezza a discepoli posteriori, secondo il diffuso fenomeno della pseudepigrafia (l’attribuire cioè lo scritto a un personaggio famoso non con l’intenzione di produrre un falso, bensì per rendergli omaggio), sono le "deuteropaoline": Col, Ef, 2Ts, 1-2Tm, Tt. Di queste, le ultime tre sono anche dette "pastorali", in quanto indirizzate ai responsabili di comunità cristiane e incentrate sull’ordinamento ecclesiastico interno. Naturalmente questa distinzione non intacca minimamente la qualità ispirata e canonica di tutte queste lettere.

Sappiamo che ben presto vennero scambiate tra le varie comunità (cfr. Col 4,16; Gal 1,1) e raccolte insieme. L’autore della seconda Lettera di Pietro le menziona dando quindi per scontato che la comunità a cui si rivolge già le conosca e le abbia raccolte; mettendo in guardia da una loro falsa interpretazione, implicitamente riconosce loro un grande valore, anche perché in qualche modo le paragona addirittura alle Scritture ebraiche: «La magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza, come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; così egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina» (2Pt 3,15-16).

Le prime testimonianze esterne di una raccolta almeno incipiente – che costituiranno poi il corpus paulinum – risalgono a Clemente Romano, che nel 96 d.C. dimostra di conoscere 1Cor, Rm, probabilmente Ef ed Eb. Nel 110 Ignazio d’Antiochia testimonia l’esistenza almeno di Rm, 1Cor, Ef; d’altronde già nel 140 d.C. Marcione nel suo Apostolikon elenca ben dieci lettere dell’apostolo: Gal, 1-2Cor, Rm 1-2Ts, Laodicesi (sicuramente si tratta di Ef), Col, Fil, e Fm, cioè tutte tranne le pastorali. Ciò permette di dedurre che molte – se non tutte – delle lettere paoline già alla fine del I secolo devono essere state ben conosciute sia dalle Chiese d’Oriente che d’Occidente. 

Da alcuni accenni interni agli scritti veniamo a sapere anche che la raccolta in nostro possesso non è completa: Paolo ha scritto altre lettere che purtroppo sono andate perse (cfr. 1Cor 5,9; 2Cor 2,4; 7,8; Col 4,16). La fissazione nel canone la si avrà soltanto alla fine del IV secolo con il Concilio di Ippona (393) e quello di Cartagine (397), dove si nominano quattordici lettere, essendo stata inclusa anche Eb. Riguardo al canone attuale della Bibbia, va ricordato che la successione delle lettere paoline così come le troviamo nel Nuovo Testamento non segue l’ordine cronologico, ma quello basato sulla loro lunghezza: si comincia quindi dalla più estesa (Rm) per finire con la più corta (Fm). Se si fosse seguita la classificazione temporale, avremmo avuto questa sequenza: 1Ts (scritta nel 50), 1Cor, 2Cor, Fil, Fm, Gal e Rm, scritta probabilmente nel 58 d.C.

Giuseppe Pulcinelli

Segue: Formidabile oggetto per la letteratura

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