![]() |
|
||
|
|
|||
![]() |
Uno dei testi letterari più antichi di cui Paolo è protagonista sono gli Acta Pauli et Theclae, apocrifo greco della fine del II secolo, che in origine insieme ad altri (Lettera dei Corinzi a Paolo, Terza lettera ai Corinzi, Martirio di Paolo) costituiva gli Acta Pauli. Essi possono essere considerati un vero e proprio testo letterario in quanto riprendono la forma tipica dei romanzi ellenistici con le peripezie della giovane e ricca eroina Tecla, ma trasfigurati in forma cristiana. Coeva dovrebbe essere la Passio sancti Pauli dello pseudo Lino.
Di recente l’attenzione è ritornata sulla Corrispondenza tra Paolo e Seneca, tradizionalmente ritenuta un apocrifo del IV secolo, mentre l’autorevole studiosa Marta Sordi ha rimesso in discussione la questione, dopo aver espunto due lettere (quella relativa all’incendio del 64 e l’ultima). Elementi interni a favore dell’autenticità delle restanti sono il fatto che i grecismi sono presenti solo nelle lettere di Paolo, mentre Seneca si impegna a migliorare il difettoso latino del suo corrispondente e che l’epistolario ha il carattere di dialogo fra amici, che fanno riferimento ad altre persone di loro conoscenza e alludono con prudenza a fatti e personaggi pubblici, cosa di cui un falsario non si sarebbe preoccupato. Nell’antica letteratura cristiana Paolo viene esaltato come glorioso martire a Roma da Clemente Romano, che nella Lettera alla comunità cristiana di Corinto (cap. 5-6) (databile intorno al 96) fornisce la più antica testimonianza della persecuzione di Nerone e del martirio degli apostoli Pietro e Paolo, e da Ignazio d’Antiochia che nella sua Lettera ai Romani nomina Pietro e Paolo come personaggi di particolare autorità sui cristiani di Roma, per cui ne attesta indirettamente la presenza; inoltre Paolo viene considerato superiore a molti angeli e arcangeli da Giovanni Crisostomo (Panegirico, 7,3), suo entusiasta ammiratore, autore di circa 250 omelie sulle sue epistole. Risale probabilmente al III secolo la Storia di Pietro e Paolo, di cui abbiamo solo frammenti, composta in greco e latino, per dimostrare che tra i due apostoli esisteva una stretta correlazione. Possediamo pure l’apocrifa Apocalisse di Paolo, non più nell’originale greco, composto tra il 240 e il 250 in Egitto, ma in una rielaborazione successiva (380-388), oltre che in versioni in molte lingue, tra cui traduzioni latine (Visio S. Pauli), redatte tra il IV e il VI sec. Vi si narra come Cristo abbia concesso all’apostolo un viaggio, insieme a un angelo, nel luogo dove stanno i Giusti, quindi nel luminoso paese dei miti di cuore e nella Città di Dio, per fargli poi scorgere nel fiume di fuoco i tormenti dei dannati, e consentirgli di salire infine al Paradiso. A san Paolo sono dedicati anche due capitoli della Legenda aurea (1255-66) di Jacopo da Varagine: il XXVIII, in cui si narra la conversione; e il XC, dove sono riprese tradizioni e leggende di autori patristici e alto-medievali sul santo.
Dante conobbe certamente gli scritti canonici di san Paolo e anche testi apocrifi, come possiamo dedurre da Inferno II, 28-33, dove dice: «Andovvi poi lo Vas d’elezione / per recarne conforto a quella fede / ch’è principio alla via di salvazione. / Ma io, perché venirvi? O chi ’l concede? / Io non Enea, io non Paulo sono; /me degno a ciò né io né altri ‘l crede». Quando il poeta deve decidere se affrontare il viaggio ultraterreno propostogli da Virgilio, si chiede come può essere un semplice mortale, e per di più peccatore, degno di tale impresa, già concessa ai due uomini – Enea e Paolo – che ebbero il compito di restaurare nell’umanità l’ordine politico e quello religioso. Con la preterizione «Io non Enea, io non Paulo sono» Dante però vuol far intendere che egli sarà la sintesi e il superamento di entrambi. San Paolo ritorna nel Paradiso (XVIII, 130-136) quando il poeta ricorda minacciosamente al pontefice Giovanni XXII che i due apostoli Pietro e Paolo, morti per la Chiesa che egli distrugge, sono «ancor vivi», e nella terzina successiva quando fa parlare il papa stesso, che con linguaggio sprezzante e plebeo, dichiara di ignorare entrambi e cita Paolo con il nome popolare di «Polo». Dante fa ancora riferimento all’apostolo nel canto XXI del Paradiso (vv. 127-129) quando dice «venne Cefàs e venne il gran vasello / de lo Spirito Santo, magri e scalzi, / prendendo il cibo da qualunque ostello» nell’intento di contrapporre la Chiesa primitiva, povera e umile, a quella dei suoi tempi, bramosa di denaro e di potere. Invece il Boccaccio nel De casibus virorum illustrium (1373), a proposito di Nerone (l. VII, cap. IV), riprende la tradizione che Pietro e Paolo siano stati messi a morte dall’imperatore a seguito dell’incendio di Roma. In due manoscritti trecenteschi possiamo inoltre leggere la Conversione di san Paolo, una lauda drammatica, che sviluppa il cap. IX (1-18) degli Atti degli Apostoli. Alla tradizione del rapimento di Paolo al terzo cielo ritorna Marsilio Ficino con il suo De raptu Pauli (1476); egli dedicò all’apostolo anche un Commento, rimasto però incompiuto. Di poco posteriore (1480) è la sacra rappresentazione Conversione di san Paolo, attribuita a Raffaele Riario.
Nell’età moderna i testi di Paolo diventano di grande importanza nel dibattito teologico all’interno della Chiesa, promosso dai Riformatori; in particolare l’interpretazione delle Lettere paoline costituisce il terreno di scontro tra Lutero ed Erasmo. Ad appropriarsi della figura di Paolo saranno quindi la teologia e la politica più che la letteratura; solo il drammaturgo olandese Joost van den Vondel mette in scena la conversione dell’apostolo in Pietro e Paolo (1641). L’interesse letterario per san Paolo riprende nell’Ottocento per l’attenzione che lo storicismo riserva anche al cristianesimo primitivo, come testimoniano I fatti degli Apostoli (1821) di Antonio Cesari. In questo periodo Paolo e Nerone si trasformano in contrapposti geni romantici nelle opere di Angelstern (Paulus, 1836) e di Wiese (Paulus, 1836; De Apostel Paulus, 1851), quando, anche in Italia, viene composta da Antonino Gazzoletti una tragedia cristiana (Paolo, apostolo delle genti, 1857), molto apprezzata dal Manzoni. Successivamente Paolo entrerà in uno dei grandi romanzi focalizzati sulle persecuzioni ai cristiani da parte di Nerone, Quo vadis? (1895) dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz. Pietro e Paolo hanno forte rilievo nella vicenda, anche se la ricostruzione della loro personalità è piuttosto di maniera. Nel 1905 Giovanni Pascoli compose il poemetto in latino Agape, i cui personaggi sono desunti dalla Lettera ai Romani (16, 1-7). A partire dagli inizi del Novecento si hanno importanti rielaborazioni moderne del personaggio di Paolo nella trilogia Verso Damasco (1898-1904) del drammaturgo svedese August Strindberg, nel testo teatrale Saul de Tarse (1913) dello scrittore lituano, ma attivo in Francia, Oscar V. de L. Milosz, nel dramma Paulo fra gli Ebrei (1926) dello scrittore austriaco Franz Werfel e nel romanzo L’apostolo (1943) di Scholem Asch, ebreo-polacco di lingua jiddish. Nello stesso periodo è venuta intensificandosi anche la ricostruzione storiografica con opere come Paolo di Tarso apostolo delle genti (1922) di Adolfo Omodeo. Quest’interesse ha portato alla realizzazione di ampie biografie romanzate: Il conquistatore di Cristo di Daniel Rops del 1951, La spada santa di Jan Dobrawczynski del 1957 e Il leone di Dio di Taylor Caldwell del 1970. Ricordiamo ancora il San Paolo (1977) di Pier Paolo Pasolini che documenta quanto lo scrittore e regista abbia intensamente lavorato al progetto di un film su questo personaggio nel 1968, stendendo un abbozzo di sceneggiatura, in cui l’intera vicenda di Paolo era trasposta ai nostri giorni, anche se poi per varie ragioni non si giunse alla realizzazione del film. Recenti testi dimostrano che Paolo ha esercitato forte attrazione sul pensiero contemporaneo. Infatti hanno dialogato con i suoi scritti filosofi e letterati: Mario Luzi ha corredato di un suo saggio Le lettere, pubblicate nel 1990 nella traduzione di Carlo Carena, e a Paolo ha dedicato versi intensi («Qui, in queste acque / il principe degli apostoli Paolo / colò a picco e riemerse – dice uno da una zattera / quando siamo a poche miglia dall’isola, / uno con una voce non sua, / un’eco – penso – / sfatta, mucida, che potremmo raggiungere / discendendo in apnea / nell’entrotempo cristiano. Omai» (da Graffito dell’eterna zarina, III).
|
||
![]() |