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EMILIO LUSSU

A schiena dritta per la democrazia

di Mauro Novelli
      

   Letture n.656 aprile 2009 - Home Page

Ottant’anni dopo la leggendaria evasione da Lipari, la figura e le opere di Lussu continuano a brillare, splendide e inattuali, indicando una via di coraggio, coerenza e rigore a quanti si ostinano a confidare nei valori civili.
  

«Mi era sempre sembrato che, per un uomo d’onore, richiedesse maggior coraggio la diserzione che l’eroismo di guerra». Non è la provocatoria uscita di un anarchico, ma il fermo parere di Emilio Lussu, valoroso capitano della Brigata Sassari, al petto quattro medaglie guadagnate nel fuoco della Grande guerra. Non occorre altro per comprendere le difficoltà che si parano dinanzi a chi voglia inquadrare un personaggio eccezionale, che parrebbe sortito da un romanzo di Salgari. Dalle imprese in divisa all’attività antifascista, dalla clamorosa fuga da Lipari all’esilio francese, dalla guerra di Spagna alla Resistenza. E nel contempo, dall’interventismo democratico all’autonomismo sardo, da Giustizia e Libertà al Partito d’Azione, dal Psi al Psiup, lungo un percorso quanto mai accidentato, nel quale brilla la cristallina coerenza di uno spirito inflessibilmente democratico. Uno spirito che si ritrova nei discorsi conservati negli Atti del Parlamento (dove sedette dal 1921 al 1926, e dal 1945 al 1968), ma anche nella sferzante ironia che accende le pagine scritte durante l’esilio, tra le quali spiccano due vette della memorialistica novecentesca, come Marcia su Roma e dintorni, lucidissima analisi della maniera in cui la malapianta fascista attecchì; e Un anno sull’Altipiano, semplicemente il più bel libro italiano sulla Prima guerra mondiale, come ha scritto Mario Rigoni Stern.

Peraltro, vale la pena di osservare come – prima di trovare posto nello scaffale che ospita i capolavori europei del disincanto, accanto a Il fuoco e Niente di nuovo sul fronte occidentale Un anno sull’Altipiano sia rimasto nella penombra fino agli anni Sessanta, quando le ristampe, prima nei "Coralli" Einaudi, poi negli "Oscar" Mondadori, trovarono lettori indisponibili ad accettare l’accusa di disfattismo che troppo a lungo un malinteso amor patrio aveva rivolto al libro. Di lì a poco fiorirono le edizioni scolastiche, nonostante le perplessità di Lussu, che riteneva le sue rievocazioni troppo scioccanti per un pubblico giovanile, ma – per una volta – rinunciò all’isolana caparbietà che ne contraddistingueva il carattere.

L’importanza della Sardegna per Lussu, in effetti, va ben oltre il mero dato anagrafico, che lo vuole nato nel 1890 in una casa del piccolo borgo di Armungia. Come scrisse in vecchiaia, tra le irsute vallate del Gerrei, solcate dal Flumendosa, ebbe modo di conoscere «gli ultimi avanzi di una comunità patriarcale, senza classi e senza stato», nella quale l’ordine pubblico era garantito da anziani pastori-contadini. Da essi, insieme alla tradizionale balentìa, apprese i valori di egualitarismo e libertà cui rimase sempre fedele, facendone la bussola che guidò le idee politiche maturate durante gli studi, a Roma e Cagliari, dove si distinse nelle manifestazioni a sostegno dell’intervento italiano contro gli Imperi centrali. Ad accenderlo non erano soltanto astratti furori irredentisti, ma la volontà di estendere la democrazia in terra germanica, come rivendicò in un vibrante intervento pronunciato alla Camera, il 24 maggio del 1922: «Non tanto per un palmo di più lontana frontiera abbiamo gettato al vento la nostra giovinezza, ma per uno sconfinato senso e desiderio di libertà e di giustizia».

Quell’anno sull’Altipiano

In qualità di ufficiale di complemento, nella Grande guerra Lussu aveva offerto numerose prove di abilità e coraggio sui principali fronti italiani: dal Carso all’Altopiano dei Sette Comuni, dalla Bainsizza al Piave. Inquadrato nella strenua Brigata Sassari, costituita per lo più da contadini e pastori sardi, dovette tuttavia confrontarsi con una realtà assai distante dagli slogan che avevano infiammato il "maggio radioso" del 1915. La sostanziale estraneità dei fanti agli ideali nazionalisti, e d’altra parte l’assoluto sprezzo manifestato dai comandi nei confronti delle loro vite, suscitarono in Lussu una dolorosa presa di coscienza. Fu questa a indurlo – vent’anni più tardi – a redigere una testimonianza palpitante, del tutto estranea alle ricostruzioni enfatiche e scioviniste accreditate nel frattempo dal fascismo. Si trattava piuttosto di demistificare, di considerare la guerra di trincea per ciò che in primo luogo fu: un immane massacro, a monte di ogni speculazione sulla sua presunta utilità. Un anno sull’Altipiano nacque per un’esigenza di verità, nell’intento di accendere in Italia un barlume della consapevolezza da tempo diffusa tra le opinioni pubbliche degli altri Paesi che avevano pagato un altissimo tributo di sangue.

Nel 1936, quando si pose all’opera, Lussu si trovava in un sanatorio svizzero, in attesa di una difficile operazione ai polmoni, sgomento dinanzi ai trionfi delle dittature in Italia, Germania e Spagna. Nel libro (uscito nel 1938 a Parigi, preceduto dalla traduzione in spagnolo, apparsa a Buenos Aires nel 1937) la fermezza della sua opposizione si coglie innanzitutto sul piano dello stile, indifferente ai pennacchi della retorica bellica allora dilagante, e teso piuttosto a dare un’impressione di asciutto decoro, sorretto da una sintassi lineare, cui Lussu non rinuncia neppure nei momenti più drammatici, sottolineati da efficaci anticipazioni. «Io ho dimenticato molte cose della guerra, ma non dimenticherò mai quel momento», scrive ad esempio con semplicità prima di narrare la morte di un amico durante un momento di riposo, fulminato da un cecchino. All’episodio, accaduto dinanzi ai suoi occhi, non fa seguito alcun commento. Allergico al patetismo, Lussu lascia che la tragedia si sprigioni dai fatti, orchestrando magistralmente l’intollerabile alternanza di stati d’animo che logorò i combattenti, sospesi tra angoscia e stupore di essere ancora vivi.

Allo stesso modo, per restituire al lettore l’incubo della durata immensa di una guerra che era parsa senza fine, scelse di concentrarsi su un anno o poco più, ritagliando il periodo che va dal giugno del 1916 all’estate del 1917. Al trasferimento iniziale dal Carso all’Altopiano di Asiago, dove gli asburgici avevano scatenato la Strafexpedition, fa dunque riscontro nell’ultima pagina l’ordine impartito ai "diavoli rossi" della Sassari di recarsi sul fronte orientale, in previsione della cruenta offensiva della Bainsizza. Di fatto, Un anno sull’Altipiano non si legge per sapere "come va a finire". Tiene più dell’epica e della memorialistica che del romanzo (non a caso Lussu si inalberò, quando alla traduzione tedesca venne apposta la dicitura Roman). D’altra parte alcuni episodi furono condensati o rielaborati, mentre altri nella realtà avvennero prima, o altrove, come hanno fatto notare alcuni storici militari. Ma non è solo per questo che il capolavoro di Lussu andrebbe considerato un ibrido, come del resto suggerisce l’epigrafe, dedicata sì al tema della memoria, ma levata a Baudelaire: «J’ai plus de souvenirs que si j’avais mille ans». Ad avvicinare questa storia di fango e trincee alla narrativa, in particolare, è il diffuso ricorso ai dialoghi, nel corso dei quali le contrapposizioni ideologiche emergono vigorosamente. Accade ad esempio nei confronti tra ufficiali, divisi tra quanti trattano i soldati come ascari e quanti li ritengono cittadini tout court. Tra questi ultimi è il comandante della decima Compagnia, ovvero il medesimo Lussu, che nel capitolo XXV difende – contro un collega incline alla sovversione – le ragioni dell’intervento, al di là della stanchezza e degli orrori: «Perché se così non fosse, alcuni briganti ci avrebbe perennemente in loro arbitrio impunemente solo perché noi abbiamo paura della strage. Che ne sarebbe della civiltà del mondo, se ingiusta violenza si potesse sempre imporre senza resistenza?». Una questione cruciale, e tanto più ai tempi in cui comparve l’opera.

Dai discorsi diretti, inoltre, si comprende quanto l’arroganza, l’impreparazione, il cinismo dei superiori fossero la miccia di una carica dissacrante che può trovare un degno corrispettivo solo in certe pagine del Giornale di guerra e di prigionia redatto da Carlo Emilio Gadda. A demolire le folli pretese del generale Leone, o le grottesche pignolerie del generale Piccolomini, è il veleno di un’ironia amara e corrosiva, almeno quanto l’alcol che scorre a fiumi dalla prima all’ultima pagina. Sia nelle bottiglie cercate con ansia dagli ufficiali sconvolti, o nelle botti recate alle truppe prima degli assalti, è il cognac la vera benzina della guerra. Lo sanno bene i fanti, come si coglie dai loro concitati discorsi, ascoltati da Lussu in silenzio («Ingrassano bene il porco prima di ammazzarlo». «Lo ingrassano bene!». «C’ingrassano bene!»). Stordirsi è l’unica alternativa all’insostenibile consapevolezza della morte, quando non si scelga il suicidio o la diserzione.

Proprio da ciò, tuttavia, scatta la volontà di resistenza del narratore, deciso a conservare la propria dignità in un universo claustrofobico, nell’impatto con rumori, odori, visioni insostenibili. Non è il coraggio o l’intelligenza a renderlo eroico, ma questa tenace umanità, che lo spinge a bere soltanto caffè, a leggere Ariosto tra scoppi di granate e sibili di pallottole, a conservare un aspetto decente, a vincere la tentazione di abbandonarsi all’inerzia, alla nostalgia, all’abbrutimento, all’ala della follia che pure lo sfiora in mezzo ai cadaveri, quando sente il «cervello sciaguattare nella scatola cranica, come l’acqua agitata in una bottiglia». La scrittura di Lussu nasce di fronte alla terra di nessuno, al luogo in cui la violenza si fa norma, ogni morale è sospesa, e l’avversario perde individualità e diritti. Nasce di fronte al versante più buio e scosceso della modernità, al cospetto della natura: boschi e montagne impassibili, da dove giunge di lontano «il guaito della volpe, rauco e stridulo, simile a un riso sarcastico».

Irriducibile

Le traumatiche esperienze vissute in divisa determinarono in Lussu una progressiva presa di responsabilità politica, dalla quale scaturì nel 1921 la scelta di fondare – insieme ad altri reduci – il Partito Sardo d’Azione: un movimento di matrice autonomista, teso a coinvolgere i ceti popolari intorno all’obiettivo di sradicare i residui feudali presenti sull’isola, in nome della redistribuzione di terre e pascoli, opportunisticamente promessa dai comandi in guerra e presto finita nel dimenticatoio. Il vento della sospirata riforma agraria, insieme alla fama di audace combattente, spinsero Lussu tra i banchi del Parlamento, appena trentenne. Qui tuttavia si trovò a fare i conti con una situazione di stallo, nella quale andava emergendo il fascismo. Dopo un’iniziale sottovalutazione del fenomeno, all’inizio del 1923 i dirigenti sardisti si spinsero al punto di valutare un’eventuale fusione, alla quale Lussu dopo qualche esitazione preferì sottrarsi, ritenendo le due fazioni incompatibili. Riconfermato deputato nel 1924, si distinse anzi tra i più acerrimi nemici di Mussolini, assumendo un ruolo di primo piano dopo il delitto Matteotti, quando partecipò all’Aventino.

Bersaglio di aggressioni e intimidazioni, Lussu fu incarcerato nel 1926 e spedito al confino l’anno successivo, a Lipari, dove non trovò certo un’atmosfera di vacanza (come qualcuno oggi vorrebbe far credere), ma condizioni durissime. L’isolamento, le provocazioni dei sorveglianti, il rischio di umilianti punizioni corporali non valsero tuttavia a fiaccarne la tempra, tanto che nell’estate del 1929 riuscì a evadere dalle Eolie in motoscafo, per raggiungere Parigi, dove sfruttò il clamore sollevato dalla fuga per riportare sulle prime pagine della stampa europea la disperante situazione politica italiana. I precipizi del totalitarismo furono inoltre denunciati da Lussu in un libello scritto e pubblicato a caldo, La catena: classico esempio di memorie dell’esule, pervase di sdegni danteschi, appena velati dal sarcasmo di certe notazioni sulfuree. Un solo esempio: grazie al duce, «il Consiglio dei ministri avrebbe potuto tenere seduta in una cabina telefonica, e sarebbe avanzato dello spazio».

I medesimi toni pervadono Marcia su Roma e dintorni, un lavoro ben più vasto e articolato, pubblicato nel 1933 a Parigi, ma subito diffuso clandestinamente in Italia grazie ai militanti di Giustizia e Libertà, il movimento fondato da Lussu con Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli. Per raccontare il modo in cui il fascismo prese il sopravvento, Lussu vi adotta una prospettiva personale, lasciando sfilare gli eventi vissuti a Roma e in Sardegna nel decennio che va dal 1919 al 1929, senza fingere un’obiettività inverosimile: «Chi dà un colpo di sciabola, non proverà evidentemente le stesse impressioni di chi lo riceve. Non per tanto il colpo di sciabola sarà sempre un colpo di sciabola». La metafora si attaglia bene alla maniera coupé dell’opera, che dà rilievo a intermezzi gnomici («La tragedia, spesso, non è nel battersi ma nel non potersi battere» ), immagini icastiche (Mussolini, durante il discorso del 25 giugno 1922, «così in alto, sembrava un avvoltoio accovacciato su una rupe») e stoccate impareggiabili. Come quella riservata a D’Annunzio, venuto a conoscenza della mancata concessione di Fiume all’Italia: «Debitore, poeta e guerriero si fusero in uno: egli decise l’impresa».

La brevità a effetto, ben più degli arzigogoli retorici, era particolarmente adatta a colpire il pubblico internazionale cui Lussu intendeva rivolgersi nel libro (presto tradotto in francese, inglese, portoghese), scritto in primo luogo per mettere in guardia le democrazie sopravvissute sino ad allora, perché non ripetessero gli errori compiuti in Italia. Se il consolidarsi della dittatura poteva apparire in qualche misura inevitabile, in virtù dei saldi accordi stretti con la monarchia, l’esercito e il Vaticano, non così la presa del potere da parte delle camicie nere, che avevano approfittato dell’eccessiva confusione, debolezza, litigiosità che allignavano negli apparati pubblici. Un discorso a parte è riservato all’attitudine al trasformismo, mascherato da "crisi di coscienza", e alle responsabilità dei troppi che si rivelarono inferiori ai compiti loro assegnati. A cominciare dal re, protagonista di un momento memorabile, allorché le associazioni dei combattenti gli chiesero il ripristino delle libertà costituzionali per sentirsi rispondere, dopo un attimo di silenzio: «Mia figlia, stamattina, ha ucciso due quaglie».

Il biasimo sarcastico, occorre notare, oltrepassa la sfera delle autorità statali, per dardeggiare quanti temevano i bolscevichi sino a credere che avrebbero socializzato anche le donne; e ancor più il rassegnato attendismo degli aventiniani, speranzosi – alle voci sull’ulcera del duce – che i microbi compissero l’opera da loro temuta. Il Lussu degli anni Trenta si era invece ormai convinto dell’improcrastinabile necessità di combattere il fascismo con le armi. Arrivò dunque a comporre un vero e proprio manuale sull’argomento, Teoria dell’insurrezione (pubblicato a Parigi nel 1936), nel quale passa in rassegna i moti dell’Otto-Novecento, con particolare attenzione all’Ottobre russo, traendone spunti per le azioni da realizzarsi. Scettico sull’ipotesi di una spontanea presa di coscienza antifascista delle masse, Lussu crede piuttosto nell’azione suscitatrice di un’avanguardia risoluta, che a suo parere avrebbe dovuto recuperare alla causa proletaria tanto l’universo contadino quanto la piccola borghesia, in nome dei diritti dell’individuo. È questo, in effetti, il totem libertario per il quale Lussu si batté sino all’ultimo, recisamente convinto che «all’infuori della democrazia non v’è socialismo, ma terrore permanente».

Uomini e cinghiali

Nella seconda metà degli anni Trenta Lussu prese parte alla guerra civile spagnola, arruolandosi nelle Brigate Internazionali nonostante la salute malferma. Allo scoppio del conflitto mondiale andò intensificando le attività cospirative, agendo col nome in codice di Mister Mills in mille angoli d’Europa, tra perquisizioni, inganni e sparizioni rocambolesche, di cui scrisse più tardi in Diplomazia clandestina (le medesime peripezie furono narrate a caldo e con verve dalla moglie, la scrittrice marchigiana Joyce Salvadori, in Fronti e frontiere). Dopo avere sperato invano di organizzare una rivolta popolare in Sardegna, con la collaborazione degli inglesi, Lussu rientrò in Italia nell’estate del 1943 per stabilirsi a Roma, dove assistette all’ignominiosa fuga del re e partecipò alla Resistenza nelle file di G.L., poi confluita nel Partito d’Azione, di cui divenne un leader. Come tale, fu ministro con Parri e con De Gasperi nell’immediato dopoguerra, quando finalmente le sue opere principali furono stampate in Italia, dove si guadagnarono l’ammirazione di lettori del calibro di Benedetto Croce, Luigi Russo, Eugenio Montale.

Non per questo negli anni successivi Lussu si lasciò tentare dall’attività letteraria. Preferì piuttosto concentrarsi nel ruolo di senatore del Partito Socialista, guardando sempre con attenzione alle vicende della sua regione, perplesso dinanzi all’oblio sulla questione sociale e alla deriva separatista del Partito Sardo d’Azione, che lo ricambiò con un astio non ancora spento. Ci fu persino chi giunse a rimproverargli di non essere Grazia Deledda: di non avere cioè posto i luoghi natii e il loro patrimonio di abitudini e mentalità al centro delle sue opere. Senonché si può rammentare un testo breve, l’unico racconto d’invenzione composto da Lussu, che fa eccezione. Alludo a Il cinghiale del diavolo, scritto negli anni Trenta ma pubblicato solo nel 1967, nel quale rievoca le battute di caccia cui partecipò da ragazzo e le storie di incanti udite nelle pause intorno al fuoco. Certo sarebbe eccessivo legare a doppio filo l’intera condotta di una vita alle regole apprese nella società rurale ove Lussu ebbe la ventura di crescere. Eppure resta difficile sottrarsi alla suggestione del rimando, quando si pensi alla scena più celebre di Un anno sull’Altipiano. La scena del capitolo XIX in cui, non visto, il capitano Lussu riesce ad avvicinarsi alle trincee nemiche, abbastanza per sparare a colpo sicuro a un nemico, ignaro. «Tirare così, a pochi passi, su un uomo… come su un cinghiale!». Sarebbe un dovere. Ma ripone il fucile.

Mauro Novelli
   

Un’imprevista primavera

Negli ultimi anni la fortuna di Emilio Lussu ha conosciuto una sorprendente impennata, tanto in Italia quanto all’estero, dove sono da registrare le traduzioni in ebraico e giapponese di Un anno sull’Altipiano, che nel frattempo conosce regolari ristampe nei principali Paesi occidentali, al pari di Marcia su Roma e dintorni (di cui andrà citata almeno la versione introdotta da Antonio Tabucchi, comparsa nel 2002 presso le Éditions du Félin a Parigi, dove nel 1933 uscì la princeps).

In campo nazionale occorre in primo luogo menzionare l’importante iniziativa della casa editrice cagliaritana Aìsara, che ha impostato un’edizione in sei volumi di Tutte le opere di Lussu. Al momento è comparso il primo tomo, Da Armungia al Sardismo 1890-1926: quasi seicento pagine, ottimamente curate da Gian Giacomo Ortu, nelle quali ha trovato posto – insieme ai due lavori fondamentali composti durante l’esilio (disponibili singolarmente presso Einaudi) – Il cinghiale del diavolo, che ha conosciuto una versione illustrata (Su sirboni de s’aremigu, Condaghes 2008) e una ristampa approntata dai tipi di Ilisso, cui si deve inoltre una recente edizione di Un anno sull’Altipiano, con prefazione di Alberto Asor Rosa.

Finalmente reperibile in libreria, dopo una lunga latitanza, è anche Teoria dell’insurrezione, pubblicata con prefazione di Valerio Evangelisti da Gwynplaine nel 2008; mentre l’anno precedente Aragno ha ripescato La difesa di Roma di G.L., 9-10 settembre (a cura di Renzo Ronconi, con una testimonianza di Vittorio Foa), uscito anonimo a Roma nel 1943, come opuscolo di propaganda clandestina. Cruciali, per comprendere l’ottica politica di Lussu negli anni della Resistenza, sono pure i discorsi pronunciati in Sardegna nel 1944, raccolti da Adriano Vargiu (Iskra, 2006). Sugli anni della cospirazione rimane imprescindibile lo studio di Manlio Brigaglia, Emilio Lussu e "Giustizia e Libertà". Dall’evasione di Lipari al ritorno in Italia, fresco di ristampa presso le Edizioni Della Torre.

Una serie di "riflessioni, testimonianze, memorie" su Lussu sono state raccolte da Eugenio Orrù e Nereide Rudas in L’uomo dell’Altipiano (Tema, 2003). Altri rilevanti contributi figurano in un volume dal titolo Lussu: trent’anni dopo (Alfa, 2006). Alla ricorrenza del 2005 si deve inoltre l’organizzazione di due importanti convegni, il primo tenutosi a Sassari (Emilio Lussu 1975-2005. La scrittura, la memoria, l’identità), il secondo a Grenoble (Emilio Lussu. Politique, histoire, littérature et cinéma; gli Atti sono comparsi presso Alpes, nel 2007).

In ambito cinematografico, vale la pena di ricordare che a Un anno sull’Altipiano guardò Mario Monicelli nel girare uno dei suoi capolavori, La Grande Guerra (1960), con Alberto Sordi e Vittorio Gassman. Dieci anni più tardi, dal libro di Lussu Francesco Rosi trasse – insieme a Tonino Guerra e Raffaele La Capria – la sceneggiatura per Uomini contro, un film con Gian Maria Volontè di cui firmò la regia, guadagnandosi una denuncia per vilipendio dell’esercito, oltre a una serie di traversie distributive (ne è stato ricavato un dvd, uscito con L’Espresso e per Minerva Classic). A detta di Rosi, Lussu avrebbe invece negato i diritti dell’opera a Stanley Kubrick, forse temendo una trasposizione troppo violenta e spettacolare.

Quanto al materiale disponibile in Rete, si possono segnalare le pagine Web del Centro Studi Emilio Lussu (http://www.emiliolussu.it), nato nel 2003 all’interno dell’associazione culturale "I Sardi", nell’intento di recuperare e valorizzare le idee politiche dello scrittore. Per un primo avvicinamento alla sua figura resta consigliabile la lettura della biografia dedicatagli da Giuseppe Fiori, Il cavaliere dei Rossomori (ristampata da Einaudi nel 2000), non priva di venature agiografiche ma senz’altro godibile e puntigliosamente documentata.

   

Vita di un capitano

1890 Emilio Lussu nasce ad Armungia, tra le colline della Sardegna sudorientale, da Giuannicu, proprietario terriero, e Lucia Mereu, figlia di ambulanti cagliaritani, sposata contro il parere della famiglia. Emilio cresce con il fratello maggiore Peppino, tra scorribande all’ombra di un nuraghe, storie di caccia e balentìas.
1902 Collegio salesiano a Lanusei.
1907-1910 Frequenta il liceo Mamiani di Roma, con risultati alterni. Ottiene la licenza da privatista al Dettori di Cagliari, per poi iscriversi alla locale Facoltà di giurisprudenza.
1911-1912 A Torino, allievo del corso ufficiali, presso il 92° reggimento di fanteria.
1915-1917 Fresco di laurea, nel maggio del 1915 parte per il fronte con la Brigata Sassari, da poco costituita. Combatte sul Carso, sullo Zebio, sulla Bainsizza, ottenendo svariate promozioni e medaglie al valore.
1918 Il 28 gennaio è seriamente ferito al Col del Rosso. Trascorre quattro mesi a Milano, ricoverato in un ospedale militare. A fine maggio torna in prima linea per difendere la linea del Piave.
1919-1920 A settembre, congedato, rientra in Sardegna, dove si impegna nelle associazioni di combattenti, schierandosi con piglio giacobino accanto a minatori, operai e contadini.
1921-1922 È tra i fondatori del Partito Sardo d’Azione, con il quale entra in Parlamento, sedendo all’estrema sinistra. Si spende per l’autonomia e per i diritti del proletariato rurale. Vota contro il governo Facta. Avverso al fascismo, si salva per miracolo da un’aggressione, rimediando una commozione cerebrale.
1923 Partecipa alle trattative in vista di un’eventuale fusione tra sardisti e camicie nere, attratto da una serie di concessioni abilmente ventilate, ma deve presto ricredersi. In maggio a Roma presenta le dimissioni da deputato, che vengono respinte.
1924-1925 Rieletto a Montecitorio, dopo il delitto Matteotti partecipa all’Aventino, predicando invano forme di lotta più efficaci.
1926 Le pressioni dei fascisti si fanno insostenibili. Il 31 ottobre rischia il linciaggio, quando un gruppo di facinorosi tenta di irrompere nella sua casa di Cagliari. Viene arrestato per avere sparato a uno squadrista, che muore.
1927 Trascorre lunghi mesi in una cella malsana, dove si ammala ai polmoni. Al processo contro ogni previsione gli si riconosce la circostanza di legittima difesa. È assolto, ma l’indomani viene condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a cinque anni di confino a Lipari, in quanto reo di attività sovversive.
1929 In estate riesce a evadere in motoscafo dall’isola, insieme a Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti. Raggiungono Tunisi e di qui la Francia, dove danno vita a "Giustizia e Libertà". A Parigi scrive di getto La catena.
1930-1934 Anni di esilio, tra viaggi in incognito, complotti e mille difficoltà. Tra le poche fonti di reddito, i diritti per Marcia su Roma e dintorni, che esce nel 1933 a Parigi.
1935-1936 I malanni ai polmoni lo costringono a ricoverarsi in un sanatorio svizzero, dove viene operato. Durante la degenza scrive Teoria dell’insurrezione e Un anno sull’Altipiano.
1937 Raggiunge la Spagna, per aggregarsi alla Brigata Garibaldi. Rientra a Parigi alla notizia dell’assassinio dei fratelli Rosselli.
1938 Rivede Joyce Salvadori, conosciuta nel 1933 a Ginevra. Diverrà la compagna di una vita.
1940 Poco prima dell’occupazione nazista lascia Parigi per Marsiglia, dove si adopera per organizzare la fuga di antifascisti e perseguitati.
1941-1942 Viaggia clandestinamente in Portogallo, a Malta, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti. Accarezza l’idea di predisporre un’insurrezione popolare in Sardegna.
1943 In agosto rientra finalmente in Italia, per partecipare alla Resistenza.
1944 Sposa Joyce a Roma. Nasce il figlio Giovanni. In estate rimette piede in Sardegna, dove destano sconcerto le sue posizioni antiseparatiste.
1945 Ministro dell’Assistenza postbellica nel governo Parri. Ministro per i Rapporti con la Consulta nel successivo governo De Gasperi.
1946-1947 Nel Partito d’Azione difende posizioni filosocialiste, che causano l’uscita del gruppo liberalrepubblicano capitanato da Ugo La Malfa. Si batte senza successo per orientare in senso federalista la Costituzione.
1948-1968 Tramontato il Partito d’Azione, dà vita al Partito Sardo d’Azione Socialista, con cui entra nel Psi. Sotto le insegne dei socialisti viene eletto più volte senatore. Ostile all’intesa con la Dc, nel 1964 partecipa alla scissione da cui nasce il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria.
1972 Contrario alla confluenza del Psiup nel Partito Comunista, si ritira definitivamente dall’attività politica.
1975 Muore a Roma. Dispone che il corpo venga cremato e le ceneri disperse nel Tirreno. Una lapide oggi lo ricorda, insieme a Joyce, al Cimitero degli Inglesi.

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