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Ottant’anni
dopo la leggendaria evasione da Lipari, la figura e le opere di Lussu
continuano a brillare, splendide e inattuali, indicando una via di
coraggio, coerenza e rigore a quanti si ostinano a confidare nei valori
civili.
«Mi era sempre sembrato che, per un uomo d’onore,
richiedesse maggior coraggio la diserzione che l’eroismo di guerra».
Non è la provocatoria uscita di un anarchico, ma il fermo parere di
Emilio Lussu, valoroso capitano della Brigata Sassari, al petto quattro
medaglie guadagnate nel fuoco della Grande guerra. Non occorre altro per
comprendere le difficoltà che si parano dinanzi a chi voglia inquadrare
un personaggio eccezionale, che parrebbe sortito da un romanzo di Salgari.
Dalle imprese in divisa all’attività antifascista, dalla clamorosa fuga
da Lipari all’esilio francese, dalla guerra di Spagna alla Resistenza. E
nel contempo, dall’interventismo democratico all’autonomismo sardo, da
Giustizia e Libertà al Partito d’Azione, dal Psi al Psiup, lungo un
percorso quanto mai accidentato, nel quale brilla la cristallina coerenza
di uno spirito inflessibilmente democratico. Uno spirito che si ritrova
nei discorsi conservati negli Atti del Parlamento (dove sedette dal 1921
al 1926, e dal 1945 al 1968), ma anche nella sferzante ironia che accende
le pagine scritte durante l’esilio, tra le quali spiccano due vette
della memorialistica novecentesca, come Marcia su Roma e dintorni,
lucidissima analisi della maniera in cui la malapianta fascista attecchì;
e Un anno sull’Altipiano, semplicemente il più bel libro
italiano sulla Prima guerra mondiale, come ha scritto Mario Rigoni Stern.
Peraltro,
vale la pena di osservare come – prima di trovare posto nello scaffale
che ospita i capolavori europei del disincanto, accanto a Il fuoco e
Niente di nuovo sul fronte occidentale – Un anno sull’Altipiano
sia rimasto nella penombra fino agli anni Sessanta, quando le
ristampe, prima nei "Coralli" Einaudi, poi negli
"Oscar" Mondadori, trovarono lettori indisponibili ad accettare
l’accusa di disfattismo che troppo a lungo un malinteso amor patrio
aveva rivolto al libro. Di lì a poco fiorirono le edizioni scolastiche,
nonostante le perplessità di Lussu, che riteneva le sue rievocazioni
troppo scioccanti per un pubblico giovanile, ma – per una volta –
rinunciò all’isolana caparbietà che ne contraddistingueva il
carattere.
L’importanza della Sardegna per Lussu, in effetti, va
ben oltre il mero dato anagrafico, che lo vuole nato nel 1890 in una casa
del piccolo borgo di Armungia. Come scrisse in vecchiaia, tra le irsute
vallate del Gerrei, solcate dal Flumendosa, ebbe modo di conoscere «gli
ultimi avanzi di una comunità patriarcale, senza classi e senza stato»,
nella quale l’ordine pubblico era garantito da anziani
pastori-contadini. Da essi, insieme alla tradizionale balentìa,
apprese i valori di egualitarismo e libertà cui rimase sempre fedele,
facendone la bussola che guidò le idee politiche maturate durante gli
studi, a Roma e Cagliari, dove si distinse nelle manifestazioni a sostegno
dell’intervento italiano contro gli Imperi centrali. Ad accenderlo non
erano soltanto astratti furori irredentisti, ma la volontà di estendere
la democrazia in terra germanica, come rivendicò in un vibrante
intervento pronunciato alla Camera, il 24 maggio del 1922: «Non tanto per
un palmo di più lontana frontiera abbiamo gettato al vento la nostra
giovinezza, ma per uno sconfinato senso e desiderio di libertà e di
giustizia».
Quell’anno sull’Altipiano
In qualità di ufficiale di complemento, nella Grande
guerra Lussu aveva offerto numerose prove di abilità e coraggio sui
principali fronti italiani: dal Carso all’Altopiano dei Sette Comuni,
dalla Bainsizza al Piave. Inquadrato nella strenua Brigata Sassari,
costituita per lo più da contadini e pastori sardi, dovette tuttavia
confrontarsi con una realtà assai distante dagli slogan che avevano
infiammato il "maggio radioso" del 1915. La sostanziale
estraneità dei fanti agli ideali nazionalisti, e d’altra parte l’assoluto
sprezzo manifestato dai comandi nei confronti delle loro vite, suscitarono
in Lussu una dolorosa presa di coscienza. Fu questa a indurlo – vent’anni
più tardi – a redigere una testimonianza palpitante, del tutto estranea
alle ricostruzioni enfatiche e scioviniste accreditate nel frattempo
dal fascismo. Si trattava piuttosto di demistificare, di considerare la
guerra di trincea per ciò che in primo luogo fu: un immane massacro, a
monte di ogni speculazione sulla sua presunta utilità. Un anno sull’Altipiano
nacque per un’esigenza di verità, nell’intento di accendere in
Italia un barlume della consapevolezza da tempo diffusa tra le opinioni
pubbliche degli altri Paesi che avevano pagato un altissimo tributo di
sangue.
Nel 1936, quando si pose all’opera, Lussu si trovava
in un sanatorio svizzero, in attesa di una difficile operazione ai
polmoni, sgomento dinanzi ai trionfi delle dittature in Italia, Germania e
Spagna. Nel libro (uscito nel 1938 a Parigi, preceduto dalla traduzione in
spagnolo, apparsa a Buenos Aires nel 1937) la fermezza della sua
opposizione si coglie innanzitutto sul piano dello stile, indifferente ai
pennacchi della retorica bellica allora dilagante, e teso piuttosto a dare
un’impressione di asciutto decoro, sorretto da una sintassi lineare, cui
Lussu non rinuncia neppure nei momenti più drammatici, sottolineati da
efficaci anticipazioni. «Io ho dimenticato molte cose della guerra, ma
non dimenticherò mai quel momento», scrive ad esempio con semplicità prima
di narrare la morte di un amico durante un momento di riposo,
fulminato da un cecchino. All’episodio, accaduto dinanzi ai suoi occhi,
non fa seguito alcun commento. Allergico al patetismo, Lussu lascia che la
tragedia si sprigioni dai fatti, orchestrando magistralmente l’intollerabile
alternanza di stati d’animo che logorò i combattenti, sospesi tra
angoscia e stupore di essere ancora vivi.
Allo stesso modo, per restituire al lettore l’incubo
della durata immensa di una guerra che era parsa senza fine, scelse di
concentrarsi su un anno o poco più, ritagliando il periodo che va dal
giugno del 1916 all’estate del 1917. Al trasferimento iniziale dal Carso
all’Altopiano di Asiago, dove gli asburgici avevano scatenato la Strafexpedition,
fa dunque riscontro nell’ultima pagina l’ordine impartito ai
"diavoli rossi" della Sassari di recarsi sul fronte orientale,
in previsione della cruenta offensiva della Bainsizza. Di fatto, Un
anno sull’Altipiano non si legge per sapere "come va a
finire". Tiene più dell’epica e della memorialistica che del
romanzo (non a caso Lussu si inalberò, quando alla traduzione tedesca
venne apposta la dicitura Roman). D’altra parte alcuni episodi
furono condensati o rielaborati, mentre altri nella realtà avvennero
prima, o altrove, come hanno fatto notare alcuni storici militari. Ma non
è solo per questo che il capolavoro di Lussu andrebbe considerato un
ibrido, come del resto suggerisce l’epigrafe, dedicata sì al tema della
memoria, ma levata a Baudelaire: «J’ai plus de souvenirs que si j’avais
mille ans». Ad avvicinare questa storia di fango e trincee alla
narrativa, in particolare, è il diffuso ricorso ai dialoghi, nel corso
dei quali le contrapposizioni ideologiche emergono vigorosamente. Accade
ad esempio nei confronti tra ufficiali, divisi tra quanti trattano i
soldati come ascari e quanti li ritengono cittadini tout court. Tra
questi ultimi è il comandante della decima Compagnia, ovvero il medesimo
Lussu, che nel capitolo XXV difende – contro un collega incline alla
sovversione – le ragioni dell’intervento, al di là della stanchezza e
degli orrori: «Perché se così non fosse, alcuni briganti ci avrebbe
perennemente in loro arbitrio impunemente solo perché noi abbiamo paura
della strage. Che ne sarebbe della civiltà del mondo, se ingiusta
violenza si potesse sempre imporre senza resistenza?». Una questione
cruciale, e tanto più ai tempi in cui comparve l’opera.
Dai
discorsi diretti, inoltre, si comprende quanto l’arroganza, l’impreparazione,
il cinismo dei superiori fossero la miccia di una carica dissacrante che
può trovare un degno corrispettivo solo in certe pagine del Giornale
di guerra e di prigionia redatto da Carlo Emilio Gadda. A demolire le
folli pretese del generale Leone, o le grottesche pignolerie del generale
Piccolomini, è il veleno di un’ironia amara e corrosiva, almeno quanto
l’alcol che scorre a fiumi dalla prima all’ultima pagina. Sia nelle
bottiglie cercate con ansia dagli ufficiali sconvolti, o nelle botti
recate alle truppe prima degli assalti, è il cognac la vera benzina della
guerra. Lo sanno bene i fanti, come si coglie dai loro concitati discorsi,
ascoltati da Lussu in silenzio («Ingrassano bene il porco prima di
ammazzarlo». «Lo ingrassano bene!». «C’ingrassano bene!»).
Stordirsi è l’unica alternativa all’insostenibile consapevolezza
della morte, quando non si scelga il suicidio o la diserzione.
Proprio da ciò, tuttavia, scatta la volontà di
resistenza del narratore, deciso a conservare la propria dignità in un
universo claustrofobico, nell’impatto con rumori, odori, visioni
insostenibili. Non è il coraggio o l’intelligenza a renderlo eroico, ma
questa tenace umanità, che lo spinge a bere soltanto caffè, a leggere
Ariosto tra scoppi di granate e sibili di pallottole, a conservare un
aspetto decente, a vincere la tentazione di abbandonarsi all’inerzia,
alla nostalgia, all’abbrutimento, all’ala della follia che pure lo
sfiora in mezzo ai cadaveri, quando sente il «cervello sciaguattare nella
scatola cranica, come l’acqua agitata in una bottiglia». La scrittura
di Lussu nasce di fronte alla terra di nessuno, al luogo in cui la
violenza si fa norma, ogni morale è sospesa, e l’avversario perde
individualità e diritti. Nasce di fronte al versante più buio e scosceso
della modernità, al cospetto della natura: boschi e montagne impassibili,
da dove giunge di lontano «il guaito della volpe, rauco e stridulo,
simile a un riso sarcastico».
Irriducibile
Le traumatiche esperienze vissute in divisa
determinarono in Lussu una progressiva presa di responsabilità politica,
dalla quale scaturì nel 1921 la scelta di fondare – insieme ad altri
reduci – il Partito Sardo d’Azione: un movimento di matrice
autonomista, teso a coinvolgere i ceti popolari intorno all’obiettivo di
sradicare i residui feudali presenti sull’isola, in nome della
redistribuzione di terre e pascoli, opportunisticamente promessa dai
comandi in guerra e presto finita nel dimenticatoio. Il vento della
sospirata riforma agraria, insieme alla fama di audace combattente,
spinsero Lussu tra i banchi del Parlamento, appena trentenne. Qui tuttavia
si trovò a fare i conti con una situazione di stallo, nella quale andava
emergendo il fascismo. Dopo un’iniziale sottovalutazione del fenomeno,
all’inizio del 1923 i dirigenti sardisti si spinsero al punto di
valutare un’eventuale fusione, alla quale Lussu dopo qualche esitazione
preferì sottrarsi, ritenendo le due fazioni incompatibili. Riconfermato
deputato nel 1924, si distinse anzi tra i più acerrimi nemici di
Mussolini, assumendo un ruolo di primo piano dopo il delitto Matteotti,
quando partecipò all’Aventino.
Bersaglio di aggressioni e intimidazioni, Lussu fu
incarcerato nel 1926 e spedito al confino l’anno successivo, a Lipari,
dove non trovò certo un’atmosfera di vacanza (come qualcuno oggi
vorrebbe far credere), ma condizioni durissime. L’isolamento, le
provocazioni dei sorveglianti, il rischio di umilianti punizioni corporali
non valsero tuttavia a fiaccarne la tempra, tanto che nell’estate del
1929 riuscì a evadere dalle Eolie in motoscafo, per raggiungere Parigi,
dove sfruttò il clamore sollevato dalla fuga per riportare sulle prime
pagine della stampa europea la disperante situazione politica italiana. I
precipizi del totalitarismo furono inoltre denunciati da Lussu in un
libello scritto e pubblicato a caldo, La catena: classico esempio
di memorie dell’esule, pervase di sdegni danteschi, appena velati dal
sarcasmo di certe notazioni sulfuree. Un solo esempio: grazie al duce, «il
Consiglio dei ministri avrebbe potuto tenere seduta in una cabina
telefonica, e sarebbe avanzato dello spazio».
I
medesimi toni pervadono Marcia su Roma e dintorni, un lavoro ben
più vasto e articolato, pubblicato nel 1933 a Parigi, ma subito diffuso
clandestinamente in Italia grazie ai militanti di Giustizia e Libertà, il
movimento fondato da Lussu con Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli. Per
raccontare il modo in cui il fascismo prese il sopravvento, Lussu vi
adotta una prospettiva personale, lasciando sfilare gli eventi vissuti a
Roma e in Sardegna nel decennio che va dal 1919 al 1929, senza fingere un’obiettività
inverosimile: «Chi dà un colpo di sciabola, non proverà evidentemente
le stesse impressioni di chi lo riceve. Non per tanto il colpo di sciabola
sarà sempre un colpo di sciabola». La metafora si attaglia bene alla
maniera coupé dell’opera, che dà rilievo a intermezzi gnomici («La
tragedia, spesso, non è nel battersi ma nel non potersi battere» ),
immagini icastiche (Mussolini, durante il discorso del 25 giugno 1922, «così
in alto, sembrava un avvoltoio accovacciato su una rupe») e stoccate
impareggiabili. Come quella riservata a D’Annunzio, venuto a conoscenza
della mancata concessione di Fiume all’Italia: «Debitore, poeta e
guerriero si fusero in uno: egli decise l’impresa».
La brevità a effetto, ben più degli arzigogoli
retorici, era particolarmente adatta a colpire il pubblico internazionale
cui Lussu intendeva rivolgersi nel libro (presto tradotto in francese,
inglese, portoghese), scritto in primo luogo per mettere in guardia le
democrazie sopravvissute sino ad allora, perché non ripetessero gli
errori compiuti in Italia. Se il consolidarsi della dittatura poteva
apparire in qualche misura inevitabile, in virtù dei saldi accordi
stretti con la monarchia, l’esercito e il Vaticano, non così la presa
del potere da parte delle camicie nere, che avevano approfittato dell’eccessiva
confusione, debolezza, litigiosità che allignavano negli apparati
pubblici. Un discorso a parte è riservato all’attitudine al
trasformismo, mascherato da "crisi di coscienza", e alle
responsabilità dei troppi che si rivelarono inferiori ai compiti loro
assegnati. A cominciare dal re, protagonista di un momento memorabile,
allorché le associazioni dei combattenti gli chiesero il ripristino delle
libertà costituzionali per sentirsi rispondere, dopo un attimo di
silenzio: «Mia figlia, stamattina, ha ucciso due quaglie».
Il
biasimo sarcastico, occorre notare, oltrepassa la sfera delle autorità
statali, per dardeggiare quanti temevano i bolscevichi sino a credere che
avrebbero socializzato anche le donne; e ancor più il rassegnato
attendismo degli aventiniani, speranzosi – alle voci sull’ulcera del
duce – che i microbi compissero l’opera da loro temuta. Il Lussu degli
anni Trenta si era invece ormai convinto dell’improcrastinabile
necessità di combattere il fascismo con le armi. Arrivò dunque a
comporre un vero e proprio manuale sull’argomento, Teoria dell’insurrezione
(pubblicato a Parigi nel 1936), nel quale passa in rassegna i moti
dell’Otto-Novecento, con particolare attenzione all’Ottobre russo,
traendone spunti per le azioni da realizzarsi. Scettico sull’ipotesi di
una spontanea presa di coscienza antifascista delle masse, Lussu crede
piuttosto nell’azione suscitatrice di un’avanguardia risoluta, che a
suo parere avrebbe dovuto recuperare alla causa proletaria tanto l’universo
contadino quanto la piccola borghesia, in nome dei diritti dell’individuo.
È questo, in effetti, il totem libertario per il quale Lussu si batté
sino all’ultimo, recisamente convinto che «all’infuori della
democrazia non v’è socialismo, ma terrore permanente».
Uomini e cinghiali
Nella seconda metà degli anni Trenta Lussu prese parte
alla guerra civile spagnola, arruolandosi nelle Brigate Internazionali
nonostante la salute malferma. Allo scoppio del conflitto mondiale andò
intensificando le attività cospirative, agendo col nome in codice di
Mister Mills in mille angoli d’Europa, tra perquisizioni, inganni e
sparizioni rocambolesche, di cui scrisse più tardi in Diplomazia
clandestina (le medesime peripezie furono narrate a caldo e con verve
dalla moglie, la scrittrice marchigiana Joyce Salvadori, in
Fronti e frontiere). Dopo avere sperato invano di organizzare una
rivolta popolare in Sardegna, con la collaborazione degli inglesi, Lussu
rientrò in Italia nell’estate del 1943 per stabilirsi a Roma, dove
assistette all’ignominiosa fuga del re e partecipò alla Resistenza
nelle file di G.L., poi confluita nel Partito d’Azione, di cui divenne
un leader. Come tale, fu ministro con Parri e con De Gasperi nell’immediato
dopoguerra, quando finalmente le sue opere principali furono stampate in
Italia, dove si guadagnarono l’ammirazione di lettori del calibro di
Benedetto Croce, Luigi Russo, Eugenio Montale.
Non per questo negli anni successivi Lussu si lasciò
tentare dall’attività letteraria. Preferì piuttosto concentrarsi nel
ruolo di senatore del Partito Socialista, guardando sempre con attenzione
alle vicende della sua regione, perplesso dinanzi all’oblio sulla
questione sociale e alla deriva separatista del Partito Sardo d’Azione,
che lo ricambiò con un astio non ancora spento. Ci fu persino chi giunse
a rimproverargli di non essere Grazia Deledda: di non avere cioè posto i
luoghi natii e il loro patrimonio di abitudini e mentalità al centro
delle sue opere. Senonché si può rammentare un testo breve, l’unico
racconto d’invenzione composto da Lussu, che fa eccezione. Alludo a Il
cinghiale del diavolo, scritto negli anni Trenta ma pubblicato solo
nel 1967, nel quale rievoca le battute di caccia cui partecipò da ragazzo
e le storie di incanti udite nelle pause intorno al fuoco. Certo sarebbe
eccessivo legare a doppio filo l’intera condotta di una vita alle regole
apprese nella società rurale ove Lussu ebbe la ventura di crescere.
Eppure resta difficile sottrarsi alla suggestione del rimando, quando si
pensi alla scena più celebre di Un anno sull’Altipiano. La scena
del capitolo XIX in cui, non visto, il capitano Lussu riesce ad
avvicinarsi alle trincee nemiche, abbastanza per sparare a colpo sicuro a
un nemico, ignaro. «Tirare così, a pochi passi, su un uomo… come su un
cinghiale!». Sarebbe un dovere. Ma ripone il fucile.
Mauro Novelli
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Un’imprevista
primavera
Negli
ultimi anni la fortuna di Emilio Lussu ha conosciuto una
sorprendente impennata, tanto in Italia quanto all’estero, dove
sono da registrare le traduzioni in ebraico e giapponese di Un
anno sull’Altipiano, che nel frattempo conosce regolari
ristampe nei principali Paesi occidentali, al pari di Marcia su
Roma e dintorni (di cui andrà citata almeno la versione
introdotta da Antonio Tabucchi, comparsa nel 2002 presso le
Éditions du Félin a Parigi, dove nel 1933 uscì la princeps).
In campo nazionale occorre in primo
luogo menzionare l’importante iniziativa della casa editrice
cagliaritana Aìsara, che ha impostato un’edizione in sei volumi
di Tutte le opere di Lussu. Al momento è comparso il primo
tomo, Da Armungia al Sardismo 1890-1926: quasi seicento
pagine, ottimamente curate da Gian Giacomo Ortu, nelle quali ha
trovato posto – insieme ai due lavori fondamentali composti
durante l’esilio (disponibili singolarmente presso Einaudi) – Il
cinghiale del diavolo, che ha conosciuto una versione illustrata
(Su sirboni de s’aremigu, Condaghes 2008) e una ristampa
approntata dai tipi di Ilisso, cui si deve inoltre una recente
edizione di Un anno sull’Altipiano, con prefazione di
Alberto Asor Rosa.
Finalmente reperibile in libreria,
dopo una lunga latitanza, è anche Teoria dell’insurrezione,
pubblicata con prefazione di Valerio Evangelisti da Gwynplaine nel
2008; mentre l’anno precedente Aragno ha ripescato La difesa di
Roma di G.L., 9-10 settembre (a cura di Renzo Ronconi, con una
testimonianza di Vittorio Foa), uscito anonimo a Roma nel 1943, come
opuscolo di propaganda clandestina. Cruciali, per comprendere l’ottica
politica di Lussu negli anni della Resistenza, sono pure i discorsi
pronunciati in Sardegna nel 1944, raccolti da Adriano Vargiu (Iskra,
2006). Sugli anni della cospirazione rimane imprescindibile lo
studio di Manlio Brigaglia, Emilio Lussu e "Giustizia e
Libertà". Dall’evasione di Lipari al ritorno in Italia,
fresco di ristampa presso le Edizioni Della Torre.

Una serie di "riflessioni,
testimonianze, memorie" su Lussu sono state raccolte da Eugenio
Orrù e Nereide Rudas in L’uomo dell’Altipiano (Tema,
2003). Altri rilevanti contributi figurano in un volume dal titolo Lussu:
trent’anni dopo (Alfa, 2006). Alla ricorrenza del 2005 si deve
inoltre l’organizzazione di due importanti convegni, il primo
tenutosi a Sassari (Emilio Lussu 1975-2005. La scrittura, la
memoria, l’identità), il secondo a Grenoble (Emilio Lussu.
Politique, histoire, littérature et cinéma; gli Atti sono
comparsi presso Alpes, nel 2007).
In ambito cinematografico, vale la
pena di ricordare che a Un anno sull’Altipiano guardò
Mario Monicelli nel girare uno dei suoi capolavori, La Grande
Guerra (1960), con Alberto Sordi e Vittorio Gassman. Dieci anni
più tardi, dal libro di Lussu Francesco Rosi trasse – insieme a
Tonino Guerra e Raffaele La Capria – la sceneggiatura per Uomini
contro, un film con Gian Maria Volontè di cui firmò la regia,
guadagnandosi una denuncia per vilipendio dell’esercito, oltre a
una serie di traversie distributive (ne è stato ricavato un dvd,
uscito con L’Espresso e per Minerva Classic). A detta di
Rosi, Lussu avrebbe invece negato i diritti dell’opera a Stanley
Kubrick, forse temendo una trasposizione troppo violenta e
spettacolare.
Quanto al materiale disponibile in
Rete, si possono segnalare le pagine Web del Centro Studi Emilio
Lussu (http://www.emiliolussu.it),
nato nel 2003 all’interno dell’associazione culturale
"I Sardi", nell’intento di recuperare e valorizzare le
idee politiche dello scrittore. Per un primo avvicinamento alla sua
figura resta consigliabile la lettura della biografia dedicatagli da
Giuseppe Fiori, Il cavaliere dei Rossomori (ristampata da
Einaudi nel 2000), non priva di venature agiografiche ma senz’altro
godibile e puntigliosamente documentata.
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Vita di un capitano
1890
Emilio Lussu nasce ad
Armungia, tra le colline della Sardegna sudorientale, da Giuannicu,
proprietario terriero, e Lucia Mereu, figlia di ambulanti
cagliaritani, sposata contro il parere della famiglia. Emilio cresce
con il fratello maggiore Peppino, tra scorribande all’ombra di un
nuraghe, storie di caccia e balentìas.
1902 Collegio salesiano a Lanusei.
1907-1910 Frequenta il liceo Mamiani di Roma, con risultati
alterni. Ottiene la licenza da privatista al Dettori di Cagliari,
per poi iscriversi alla locale Facoltà di giurisprudenza.
1911-1912 A Torino, allievo del corso ufficiali, presso il
92° reggimento di fanteria.
1915-1917 Fresco di laurea, nel maggio del 1915 parte per il
fronte con la Brigata Sassari, da poco costituita. Combatte sul
Carso, sullo Zebio, sulla Bainsizza, ottenendo svariate promozioni e
medaglie al valore.
1918 Il 28 gennaio è seriamente ferito al Col del Rosso.
Trascorre quattro mesi a Milano, ricoverato in un ospedale militare.
A fine maggio torna in prima linea per difendere la linea del Piave.
1919-1920 A settembre, congedato, rientra in Sardegna, dove
si impegna nelle associazioni di combattenti, schierandosi con
piglio giacobino accanto a minatori, operai e contadini.
1921-1922 È tra i fondatori del Partito Sardo d’Azione,
con il quale entra in Parlamento, sedendo all’estrema sinistra. Si
spende per l’autonomia e per i diritti del proletariato rurale.
Vota contro il governo Facta. Avverso al fascismo, si salva per
miracolo da un’aggressione, rimediando una commozione cerebrale.
1923 Partecipa alle trattative in vista di un’eventuale
fusione tra sardisti e camicie nere, attratto da una serie di
concessioni abilmente ventilate, ma deve presto ricredersi. In
maggio a Roma presenta le dimissioni da deputato, che vengono
respinte.
1924-1925 Rieletto a Montecitorio, dopo il delitto Matteotti
partecipa all’Aventino, predicando invano forme di lotta più
efficaci.
1926 Le pressioni dei fascisti si fanno insostenibili. Il 31
ottobre rischia il linciaggio, quando un gruppo di facinorosi tenta
di irrompere nella sua casa di Cagliari. Viene arrestato per avere
sparato a uno squadrista, che muore.
1927 Trascorre lunghi mesi in una cella malsana, dove si
ammala ai polmoni. Al processo contro ogni previsione gli si
riconosce la circostanza di legittima difesa. È assolto, ma l’indomani
viene condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a
cinque anni di confino a Lipari, in quanto reo di attività
sovversive.
1929 In estate riesce a evadere in motoscafo dall’isola,
insieme a Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti. Raggiungono
Tunisi e di qui la Francia, dove danno vita a "Giustizia e
Libertà". A Parigi scrive di getto La catena.
1930-1934 Anni di esilio, tra viaggi in incognito,
complotti e mille difficoltà. Tra le poche fonti di reddito, i
diritti per Marcia su Roma e dintorni, che esce nel 1933 a
Parigi.
1935-1936 I malanni ai polmoni lo costringono a ricoverarsi
in un sanatorio svizzero, dove viene operato. Durante la degenza
scrive Teoria dell’insurrezione e Un anno sull’Altipiano.
1937 Raggiunge la Spagna, per aggregarsi alla Brigata
Garibaldi. Rientra a Parigi alla notizia dell’assassinio dei
fratelli Rosselli.
1938 Rivede Joyce Salvadori, conosciuta nel 1933 a Ginevra.
Diverrà la compagna di una vita.
1940 Poco prima dell’occupazione nazista lascia Parigi per
Marsiglia, dove si adopera per organizzare la fuga di antifascisti e
perseguitati.
1941-1942 Viaggia clandestinamente in Portogallo, a Malta, in
Gran Bretagna, negli Stati Uniti. Accarezza l’idea di predisporre
un’insurrezione popolare in Sardegna.
1943 In agosto rientra finalmente in Italia, per partecipare
alla Resistenza.
1944 Sposa Joyce a Roma. Nasce il figlio Giovanni. In estate
rimette piede in Sardegna, dove destano sconcerto le sue posizioni
antiseparatiste.
1945 Ministro dell’Assistenza postbellica nel governo Parri.
Ministro per i Rapporti con la Consulta nel successivo governo De
Gasperi.
1946-1947 Nel Partito d’Azione difende posizioni
filosocialiste, che causano l’uscita del gruppo
liberalrepubblicano capitanato da Ugo La Malfa. Si batte senza
successo per orientare in senso federalista la Costituzione.
1948-1968 Tramontato il Partito d’Azione, dà vita al
Partito Sardo d’Azione Socialista, con cui entra nel Psi. Sotto le
insegne dei socialisti viene eletto più volte senatore. Ostile all’intesa
con la Dc, nel 1964 partecipa alla scissione da cui nasce il Partito
Socialista Italiano di Unità Proletaria.
1972 Contrario alla confluenza del Psiup nel Partito
Comunista, si ritira definitivamente dall’attività politica.
1975 Muore a Roma. Dispone che il corpo venga cremato e le
ceneri disperse nel Tirreno. Una lapide oggi lo ricorda, insieme a
Joyce, al Cimitero degli Inglesi.
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