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Recensioni.Il libro del mese.

   
E il "sacro furore" si fece verso

di Roberto Carnero


   Letture n.656 aprile 2009 - Home Page Alberto Casadei,
Poesia e ispirazione,
Luca Sossella Editore, 2009, pagg. 96, euro 10,00.
  

"Ispirazione": parola forse un po’ fuori moda quando si parla di poesia e, più in generale, di creatività letteraria. Eppure per secoli questo concetto è stato alla base del fare artistico, essendo considerato il punto di partenza imprescindibile dell’espressione estetica. Ora Alberto Casadei – docente di Letteratura italiana all’Università di Pisa – si confronta con questo tema antico, sulla base, però, del contributo offerto dalle moderne scienze psicologiche e cognitive, indagandolo sul crinale delle connessioni tra linguaggio e attività psichica.

In particolare, in questa prospettiva la poesia si configura come scarto dalle forme consuete del pensiero e dall’uso quotidiano della lingua. La poesia, soprattutto quella moderna, viene perciò considerata da Casadei come la forma linguistica più vicina al funzionamento del cervello, dei cui processi biologici tende a riprodurre tutta la complessità.

Al punto che l’autore si spinge ad affermare che forse la poesia è addirittura in grado di allargare i confini conoscitivi propri della scienza.

Copertina del libro.Il libro – organizzato in una sezione introduttiva che offre l’impostazione teorica della questione, a cui seguono un percorso storico-letterario e un’indagine sull’attualità dello "stato dell’arte" – affronta temi complessi e affascinanti, che non hanno mancato di suscitare interesse nel comitato scientifico di Letture, al quale Casadei ha spiegato i diversi aspetti del suo lavoro.

Delineando innanzitutto il senso di questo libro, un saggio "condensato" i cui punti principali l’autore dice di voler tornare ad affrontare con maggiore distensione in un futuro prossimo. Sua finalità principale era quella di «ridiscutere lo statuto della nostra idea di poesia alla luce degli ultimi risultati della ricerca scientifica». Il tema, di per sé, è piuttosto classico: come nasce la poesia? da quali esperienze? in base a quali modalità? Spiega Casadei: «Il punto essenziale è che quando si scrive poesia si toccano aspetti non solo logico-razionali. Ciò è vero soprattutto nella poesia moderna, dal Romanticismo in poi, quando sono stati messi in discussione i fondamenti della poesia classica: l’evidenza dei significati, la ricostruibilità di un discorso di senso compiuto, ecc. Per questo mi sono occupato della cosiddetta "oscurità" della poesia del Novecento, ad esempio nel caso di un autore come Paul Celan, il cui linguaggio è particolarmente metaforico ed evocativo, molto spesso in maniera niente affatto immediata e trasparente. Qui la poesia rappresenta un modo diverso di far lavorare la mente, nella dimensione del profondo, dell’inconscio».

Ma qual era l’obiettivo finale di questo saggio? «Il mio voleva essere un tentativo di ridare un senso al linguaggio poetico nella sua dimensione conoscitiva. È mia ferma convinzione che non solo la scienza produce conoscenza, ma anche la poesia. Anche un linguaggio "deformato", per così dire, nella direzione dell’oscurità può avere una valenza cognitiva, come è avvenuto con Celan o anche con l’opera di una nostra connazionale, Amelia Rosselli, nel suo lavoro tra surrealismo e neoavanguardia. In altre parole, il linguaggio poetico può condurre a una più profonda penetrazione della realtà».

Ferruccio Parazzoli solleva però un problema: quanto funziona questo discorso in un’epoca, come la nostra, in cui la poesia va sempre più nella direzione della prosa, avendo rinunciato alle strutture metriche tradizionali a favore del verso libero? Risponde Casadei: «Dal mio punto di vista, il discorso non cambia molto in base alla forma che si utilizza. Il problema per me è come la poesia riesca a ricostruire un corrispettivo dell’esperienza del singolo, in modi diversi rispetto alla prosa, come scavo nell’interiorità. La differenza tra poesia e prosa sta nel fatto che la prima tende a creare un sistema di relazioni tra le parole (riprese, rimandi, allusioni) la cui presenza per la seconda non è necessaria. Una volta chiarito questo, poco importa che il poeta scriva un sonetto o utilizzi una struttura libera e aperta, purché crei un "sistema" di parole. Ammesso e non concesso che la poesia contemporanea vada veramente "verso la prosa"».

Uno dei nodi su cui si sviluppa il libro è quello dei rapporti tra quelle che l’inglese Charles Percy Snow chiamava, nel titolo del suo libro del 1959, "le due culture", cioè quella umanistica e quella scientifica.

Alessandro Zaccuri sottolinea come la frattura lamentata da Snow sia vera ancora oggi, quando normalmente tendiamo ad attribuire una sorta di priorità o di egemonia alle scienze "esatte", che consideriamo più affidabili, se non incontrovertibili, rispetto alla letteratura, sulla quale grava un’ombra di aleatorietà legata alla dimensione di soggettività che la caratterizza.

Questo però è un po’ paradossale, perché la scienza è valida in quanto passibile di rivedere e riformulare di volta in volta le proprie ipotesi.

«Invece», aggiunge Zaccuri, «di Achille nei primi versi dell’Iliade, proprio lì c’è qualcosa di "vero", di incontrovertibile, da cui impariamo molte cose sull’uomo di ieri come su quello di oggi: ad esempio che l’ira può essere un sentimento terribile, capace di rovinare la vita a noi stessi e agli altri».

E anche Aldo Giobbio ricorda la frase di un grande economista come Roy Harrod, che agli studenti di Cambridge diceva: «Se volete capire la realtà, leggete i grandi scrittori. Essi sono persone con una capacità di comprensione più che umana».

Casadei concorda sul fatto che servano basi nuove su cui impostare il problema dei rapporti tra scienza e letteratura: «Oggi c’è una possibilità forte, che andrebbe colta: capire che altre forme espressive sono in grado di condensare molta più esperienza rispetto a un discorso comunicativo razionale e scientifico. Parlo, ovviamente, soprattutto della poesia. Per questo è un peccato che a scuola gli studenti dell’ultimo anno delle superiori spesso, se va bene, arrivano a conoscere la poesia del primo Novecento, con uno scollamento di un secolo rispetto alla produzione attuale».

Parlando di scuola, Marina Verzoletto pone la questione di come si possa "insegnare l’arte", e dunque anche la poesia. «Del resto», si chiede, «l’arte può essere considerata una forma di pensiero? Oppure contano di più altri elementi, come ad esempio, nel caso della poesia, la musica e il ritmo delle parole?».

Spiega Casadei: «Il ritmo e la musicalità sono stati da sempre considerati elementi costitutivi della poesia. Nella poesia moderna, rispetto a quella del passato, va ricercata una forma di ritmicità diversa. Nelle poesie di Montale, per fare un caso, c’è una musica intrinseca che prescinde dalla versificazione tradizionale; in altri poeti contemporanei questo aspetto è più difficile da individuare, ma pure è ben presente».

A don Antonio Rizzolo il compito di trarre le conclusioni della ricca discussione: «Non si attribuisce più, come si faceva in passato, il compito di insegnare valori e precetti ai lettori. Del resto lo spazio per la poesia è sempre più risicato, anche a livello editoriale. Eppure un libro come questo di Casadei, affrontando la questione da un punto di vista nuovo, ci conferma quanto grande sia l’importanza conoscitiva della poesia anche per l’uomo contemporaneo».

Roberto Carnero

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