"Ispirazione":
parola forse un po’ fuori moda quando si parla di poesia e, più in
generale, di creatività letteraria. Eppure per secoli questo concetto
è stato alla base del fare artistico, essendo considerato il punto di
partenza imprescindibile dell’espressione estetica. Ora Alberto
Casadei – docente di Letteratura italiana all’Università di Pisa
– si confronta con questo tema antico, sulla base, però, del
contributo offerto dalle moderne scienze psicologiche e cognitive,
indagandolo sul crinale delle connessioni tra linguaggio e attività
psichica.
In particolare, in questa prospettiva la poesia si
configura come scarto dalle forme consuete del pensiero e dall’uso
quotidiano della lingua. La poesia, soprattutto quella moderna, viene
perciò considerata da Casadei come la forma linguistica più vicina al
funzionamento del cervello, dei cui processi biologici tende a
riprodurre tutta la complessità.
Al punto che l’autore si spinge ad affermare che
forse la poesia è addirittura in grado di allargare i confini
conoscitivi propri della scienza.
Il
libro – organizzato in una sezione introduttiva che offre l’impostazione
teorica della questione, a cui seguono un percorso storico-letterario e
un’indagine sull’attualità dello "stato dell’arte" –
affronta temi complessi e affascinanti, che non hanno mancato di
suscitare interesse nel comitato scientifico di Letture, al quale
Casadei ha spiegato i diversi aspetti del suo lavoro.
Delineando innanzitutto il senso di questo libro, un
saggio "condensato" i cui punti principali l’autore dice di
voler tornare ad affrontare con maggiore distensione in un futuro
prossimo. Sua finalità principale era quella di «ridiscutere lo
statuto della nostra idea di poesia alla luce degli ultimi risultati
della ricerca scientifica». Il tema, di per sé, è piuttosto classico:
come nasce la poesia? da quali esperienze? in base a quali modalità?
Spiega Casadei: «Il punto essenziale è che quando si scrive poesia si
toccano aspetti non solo logico-razionali. Ciò è vero soprattutto
nella poesia moderna, dal Romanticismo in poi, quando sono stati messi
in discussione i fondamenti della poesia classica: l’evidenza dei
significati, la ricostruibilità di un discorso di senso compiuto, ecc.
Per questo mi sono occupato della cosiddetta "oscurità" della
poesia del Novecento, ad esempio nel caso di un autore come Paul Celan,
il cui linguaggio è particolarmente metaforico ed evocativo, molto
spesso in maniera niente affatto immediata e trasparente. Qui la poesia
rappresenta un modo diverso di far lavorare la mente, nella dimensione
del profondo, dell’inconscio».
Ma qual era l’obiettivo finale di questo saggio? «Il
mio voleva essere un tentativo di ridare un senso al linguaggio poetico
nella sua dimensione conoscitiva. È mia ferma convinzione che non solo
la scienza produce conoscenza, ma anche la poesia. Anche un linguaggio
"deformato", per così dire, nella direzione dell’oscurità
può avere una valenza cognitiva, come è avvenuto con Celan o anche con
l’opera di una nostra connazionale, Amelia Rosselli, nel suo lavoro
tra surrealismo e neoavanguardia. In altre parole, il linguaggio poetico
può condurre a una più profonda penetrazione della realtà».
Ferruccio Parazzoli solleva però un problema: quanto
funziona questo discorso in un’epoca, come la nostra, in cui la poesia
va sempre più nella direzione della prosa, avendo rinunciato alle
strutture metriche tradizionali a favore del verso libero? Risponde
Casadei: «Dal mio punto di vista, il discorso non cambia molto in base
alla forma che si utilizza. Il problema per me è come la poesia riesca
a ricostruire un corrispettivo dell’esperienza del singolo, in modi
diversi rispetto alla prosa, come scavo nell’interiorità. La
differenza tra poesia e prosa sta nel fatto che la prima tende a creare
un sistema di relazioni tra le parole (riprese, rimandi, allusioni) la
cui presenza per la seconda non è necessaria. Una volta chiarito
questo, poco importa che il poeta scriva un sonetto o utilizzi una
struttura libera e aperta, purché crei un "sistema" di
parole. Ammesso e non concesso che la poesia contemporanea vada
veramente "verso la prosa"».
Uno dei nodi su cui si sviluppa il libro è quello dei
rapporti tra quelle che l’inglese Charles Percy Snow chiamava, nel
titolo del suo libro del 1959, "le due culture", cioè quella
umanistica e quella scientifica.
Alessandro Zaccuri sottolinea come la frattura
lamentata da Snow sia vera ancora oggi, quando normalmente tendiamo ad
attribuire una sorta di priorità o di egemonia alle scienze
"esatte", che consideriamo più affidabili, se non
incontrovertibili, rispetto alla letteratura, sulla quale grava un’ombra
di aleatorietà legata alla dimensione di soggettività che la
caratterizza.
Questo però è un po’ paradossale, perché la
scienza è valida in quanto passibile di rivedere e riformulare di volta
in volta le proprie ipotesi.
«Invece», aggiunge Zaccuri, «di Achille nei primi
versi dell’Iliade, proprio lì c’è qualcosa di
"vero", di incontrovertibile, da cui impariamo molte cose sull’uomo
di ieri come su quello di oggi: ad esempio che l’ira può essere un
sentimento terribile, capace di rovinare la vita a noi stessi e agli
altri».
E anche Aldo Giobbio ricorda la frase di un grande
economista come Roy Harrod, che agli studenti di Cambridge diceva: «Se
volete capire la realtà, leggete i grandi scrittori. Essi sono persone
con una capacità di comprensione più che umana».
Casadei concorda sul fatto che servano basi nuove su
cui impostare il problema dei rapporti tra scienza e letteratura: «Oggi
c’è una possibilità forte, che andrebbe colta: capire che altre
forme espressive sono in grado di condensare molta più esperienza
rispetto a un discorso comunicativo razionale e scientifico. Parlo,
ovviamente, soprattutto della poesia. Per questo è un peccato che a
scuola gli studenti dell’ultimo anno delle superiori spesso, se va
bene, arrivano a conoscere la poesia del primo Novecento, con uno
scollamento di un secolo rispetto alla produzione attuale».
Parlando di scuola, Marina Verzoletto pone la
questione di come si possa "insegnare l’arte", e dunque
anche la poesia. «Del resto», si chiede, «l’arte può essere
considerata una forma di pensiero? Oppure contano di più altri
elementi, come ad esempio, nel caso della poesia, la musica e il ritmo
delle parole?».
Spiega Casadei: «Il ritmo e la musicalità sono stati
da sempre considerati elementi costitutivi della poesia. Nella poesia
moderna, rispetto a quella del passato, va ricercata una forma di
ritmicità diversa. Nelle poesie di Montale, per fare un caso, c’è
una musica intrinseca che prescinde dalla versificazione tradizionale;
in altri poeti contemporanei questo aspetto è più difficile da
individuare, ma pure è ben presente».
A don Antonio Rizzolo il compito di trarre le
conclusioni della ricca discussione: «Non si attribuisce più, come si
faceva in passato, il compito di insegnare valori e precetti ai lettori.
Del resto lo spazio per la poesia è sempre più risicato, anche a
livello editoriale. Eppure un libro come questo di Casadei, affrontando
la questione da un punto di vista nuovo, ci conferma quanto grande sia l’importanza
conoscitiva della poesia anche per l’uomo contemporaneo».
Roberto Carnero