Finalmente
la guerra del Vietnam ha il suo romanzo. Lo ha scritto l’americano
Denis Johnson (50 anni, conosciuto in Italia per i racconti Jesus’
Son) con Albero di fumo, un libro complesso, sconvolgente e
straordinario che lascia nel lettore l’impressione (esatta) di aver
letto un capolavoro e, al tempo stesso, una sensazione quasi fisica di
dolore.
In
un arco di tempo che va dal 1963 (morte di Kennedy) al 1983, si
descrivono le vicende di due coppie di personaggi. Da una parte Francis
Xavier Sands, meglio noto come "il colonnello", un pazzo o un
genio della Cia che come un solista impazzito sembra combattere la sua
personale guerra contro il comunismo. Accanto a lui il nipote William
Skip Sands, anima bella giunta al conflitto pieno di ideali, presto
affidato proprio al colonnello.
L’altra coppia di protagonisti è formata dai
fratelli Bill e James Houston: entrambi, dopo esperienze ben diverse in
Vietnam, verranno rispediti negli Usa. E come erano entrati in guerra
per puro caso, o per sfuggire a una vita insensata, così continueranno
a passare di rissa in rissa una volta tornati in patria. Non potendo
citare tutti gli altri personaggi, dobbiamo fare un cenno almeno a Kathy
Jones, vedova di un missionario protestante, amante del giovane Sands,
unica figura positiva in un affresco tragico e sconsolante.
Con un montaggio che sposta continuamente la scena da
un personaggio all’altro, sempre padroneggiando la materia con
maestria, Johnson costruisce uno dei ritratti più veri e profondi della
guerra in Vietnam (in realtà di ogni conflitto, compresi quelli in Irak
e in Afghanistan). Il fallimento e la desolazione a cui andranno
inesorabilmente incontro i personaggi – sospesi fra l’istinto all’autodistruzione
e l’ansia per un’irraggiungibile redenzione – sono lo specchio di
un Paese alla deriva, di una società che ha perso ogni punto di
riferimento e che cerca di mettere a tacere la coscienza con la
violenza.
Paolo Perazzolo