La
"nuova epica italiana" di cui il collettivo Wu Ming parla non
è un filone letterario né un genere narrativo. Si tratta piuttosto,
secondo gli autori, di un «campo di forze» che attrae e interconnette
testi molto diversi sul piano formale, accomunati però da grande
passione civile, dalla riscrittura in chiave "fictional" di
importanti pagine della Storia d’Italia e da un intento
dichiaratamente formativo: abituare i lettori a giocare con le memorie
collettive, per immaginare l’indicibile. Non si tratta
necessariamente di dar corpo a trame "cospirative":
"indicibili" possono essere anche i sentimenti dei malvagi
oppure un angolo d’osservazione inusitato, che rifugga dall’identificazione
con i protagonisti.
A differenza di quanto accaduto nella
"web-community", i critici si sono occupati poco e
svogliatamente di questo libro. Per lo più, hanno obiettato cose del
tipo: «I Wu Ming forzano le affinità tra opere inconfrontabili»; e
ancora: «A ben vedere, analizzano quasi esclusivamente i loro libri,
più Gomorra e Romanzo criminale».
In realtà, NIE ha il pregio di individuare una
produzione che è «figlia della crisi» – visto che parte nei primi
anni ’90 e s’intensifica dopo l’11 settembre – e rifiuta o
minimizza il tipico autocompiacimento della scrittura postmoderna (la
mescolanza di alto e basso, i giochi linguistici fini a se stessi),
tornando a manifestare fiducia nel ruolo sociale degli intellettuali e
nel potere salvifico e fondativo della parola.
La nuova epica italiana sfida le nostre identità
deboli e smaschera la «libertà di cartone» dei cittadini-consumatori,
puntando ad ambientazioni, trame e passioni non omologate dal marketing
editoriale.
In questo senso, se pure NIE dovesse risultare
inattendibile sul piano della critica o della storia della letteratura
(e noi non lo pensiamo affatto), andrebbe comunque apprezzato e
incoraggiato come "manifesto" e auspicio.
Gian Paolo Parenti