«Nella
quieta, abitudinaria comunità di questa clinica ieri ha fatto
improvvisamente irruzione il Mistero (concedimi, ti prego, l’uso un po’
enfatico della maiuscola) sotto le spoglie di un imbambolato giovanotto
raccolto da una delle nostre infermiere sulla spiaggia vicina».
A parlare è il direttore della casa di cura, ma in
realtà si tratta di una lettera a un amico collega: una delle tante linee
di lettura di questo vient-de-paraître, alla quale se ne
aggiungono altre di varia provenienza in modo da formare un intreccio dal
multiplo parallelismo tematico e di trama, per non dire di lessico.
Dopo il recente Ancilla, favola sciolta e
lineare, la Capriolo torna con la storia di Nadine, infermiera di colore
presso un ospedale psichiatrico, che sulla spiaggia limitrofa alla
struttura in cui ha trovato lavoro, assiste un giorno un giovane privo di
sensi. Del tutto immemore di sé e della sua condizione, muto e chiuso a
ogni rapporto esterno, il ragazzo è uno straordinario pianista. Mozart,
Liszt, Chopin, Schumann, gli sono del tutto familiari e giornalmente lui
intrattiene un suo pubblico tra estasiato e stranito.
In parte impersonale, in parte epistolare e in parte
testimoniale, muovendosi tra evocazioni, perdimenti, nevrosi, paure, ma
anche chiare circostanze e nascenti stati d’animo, il romanzo annovera:
un punto di vista extradiegetico (come si dice, cioè esterno); le
confessioni di alcuni pazienti; le lettere del direttore psichiatrico;
diversi ricordi di personaggi a prima vista estranei ma che il lettore
saprà collegare con le "stazioni" narrative del romanzo, senza
bisogno di chiarimenti o suggerimenti. Figure portanti, in ogni modo, sono
tra le altre: un ex deportato nei Lager, un’attempata contessa,
una madre che in preda a un raptus ha ucciso il proprio bambino, uno
schizoide, ecc. Uscito da una straordinaria tecnica compositiva, il libro
è anche un giallo: tra incanto e mistero, simbolismo e sensitività,
musica e scrittura, analisi e psicanalisi.
Tra musica e scrittura, in particolare, scatta un’avvincente
treccia concettuale: entrambe rivelazioni di bellezza e richiami profondi
di conoscenza e sensibilità, esse concorrono, nell’aura di enigmatico
incanto che traggono a sé di frase in frase, a comporre una romanzesca e
romantica realtà rimanendo fantasticamente intangibili. In questo sospeso
contesto tra azioni e immaginazioni, fa
capolino
anche un risvolto di cristiana pietà, come quando il direttore, costretto
a licenziare la ragazza Nadine per una sua inosservanza alle regole (ha
condotto il pianista muto fuori dalla clinica tre le mille empie sonorità
del mondo), si ricorda del Natale imminente e si rammarica del
provvedimento preso proprio «...mentre tutti si accingono a celebrare
più o meno ipocritamente la nascita di Colui che perdonò dalla croce».
La Capriolo ha risposto ad alcune nostre domande.
- Narratrice del mistero (corregga pure la
definizione), può dirci perché in questo suo Il pianista muto (Bompiani,
2009, pagg. 222, euro 17,00) lei ha tentato di fondere due solitamente
incompatibili inafferrabilità: scrittura e musica?
«Perché "incompatibili"? Scrittura
letteraria e musica, ciascuna a suo modo, sono entrambe linguaggi dell’anima:
mezzi espressivi con cui tentiamo di articolare quel mistero (in questo
senso non correggo affatto la definizione) che si cela in ciascuno di noi.
Così nel mio romanzo ognuno dei personaggi che sentono suonare il
pianista muto vede se stesso e il proprio destino illuminati all’improvviso
dalla musica, come da un raggio di luce vivida: con un’intensità che
nessun linguaggio razionale sarebbe in grado di raggiungere».
- È convinta che non si possa creare un romanzo che
viva delle categorie del simbolo, dell’enigma, del mistero, appunto,
se non in declinazione romantica?
«Non del tutto. E infatti nel mio romanzo la grande
tradizione musicale ed espressiva del romanticismo è posta continuamente
in contatto, o addirittura in contrasto, con l’antiromanticismo delle
grandi tragedie novecentesche. Penso soprattutto alla vicenda di Rosenthal,
un sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, che è senz’altro uno
dei personaggi più importanti del libro».
- La tecnica compositiva del libro prevede una
narrazione impersonale che incornicia dentro sé una corrispondenza
epistolare, degli interventi esterni e sedute analitiche su singolari
nevrosi, ma pur prevedendo eventi ed esperienze, il libro resta
sospeso in una sua aura d’inattingibilità, di soluzione aperta, d’ignoto
sviluppo, di senso sospeso. Perché lei tende a non comunicare
attraverso la trama?
«Vede, se mi si può definire una "narratrice del
mistero" è precisamente per questo: perché mi interessa
essenzialmente esplorare certe zone oscure e inafferrabili dell’esperienza
umana. Una storia di cui io stessa, come autrice, conoscessi razionalmente
tutti i risvolti e le implicazioni, forse non sentirei neppure il bisogno
di raccontarla».
- Oltre a porre su interagente piano estetico
letteratura e musica (un’anima dell’altra e viceversa), lei
convoca i personaggi del libro in una clinica psichiatrica. Che cosa
pensa dei rapporti tra nevrosi e cultura, tra follia e creatività? E
di un eventuale esito terapeutico d’incontro?
«Il rapporto è molto stretto: per averne la prova
basterebbe una semplice indagine statistica sulle biografie degli artisti
(Gottfried Benn ha tentato qualcosa del genere in certi suoi saggi) e del
resto, già Platone non aveva definito l’estro poetico una "divina
follia"? Quanto all’esito terapeutico, ho i miei dubbi. La nevrosi,
la malattia, vengono certamente superate e trascese in ogni opera degna di
questo nome, ma spesso soltanto lì, senza ricadute positive sulla vita
dell’autore».
- Se non l’unico, il più evidente richiamo religioso
del libro è il noto grido di giobbico strazio dell’internato in un Lager
verso il Dio dal biblico silenzio. È concepibile l’idea che
Quella risposta sia venuta, certo dopo, ma per intanto, dalla storia?
«No: la storia semmai è la domanda di Giobbe. È un
lungo grido di dolore, un tormento in attesa di redenzione, o se
preferisce dirla con Joyce, un incubo dal quale tentiamo invano di
svegliarci. Però è vero anche che la storia umana, se non può mai
essere realizzazione del bene, dovrebbe essere almeno uno sforzo continuo
verso il meglio o il meno peggio».
- In copertina, alla figura che il lettore associa al
titolo, al Pianista muto, di fatto, sono nascosti gli occhi e se c’è
un significato particolare, non l’ho pensato. Lei?
«L’immagine di copertina è un bellissimo quadro di
un pittore contemporaneo, Lino Frongia. Non so quale significato avesse in
mente l’artista; per me quel ramo davanti agli occhi equivale in un
certo modo al "mutismo" del mio pianista: è il segno del
mistero, per riprendere le sue parole, o la traccia visibile di una
sospensione del senso».
Claudio Toscani