Periodici San Paolo - Home Page

Quattro chiacchiere con...

  
Paola Capriolo narratrice del mistero

di Claudio Toscani
  


   Letture n.656 aprile 2009 - Home Page

La scrittrice milanese torna al romanzo di poliedrica architettura con Il pianista muto. Una vicenda raccontata a più voci e da più personaggi dà vita a una polifonia controllata grazie a una straordinaria tecnica compositiva.
   

«Nella quieta, abitudinaria comunità di questa clinica ieri ha fatto improvvisamente irruzione il Mistero (concedimi, ti prego, l’uso un po’ enfatico della maiuscola) sotto le spoglie di un imbambolato giovanotto raccolto da una delle nostre infermiere sulla spiaggia vicina».

A parlare è il direttore della casa di cura, ma in realtà si tratta di una lettera a un amico collega: una delle tante linee di lettura di questo vient-de-paraître, alla quale se ne aggiungono altre di varia provenienza in modo da formare un intreccio dal multiplo parallelismo tematico e di trama, per non dire di lessico.

Dopo il recente Ancilla, favola sciolta e lineare, la Capriolo torna con la storia di Nadine, infermiera di colore presso un ospedale psichiatrico, che sulla spiaggia limitrofa alla struttura in cui ha trovato lavoro, assiste un giorno un giovane privo di sensi. Del tutto immemore di sé e della sua condizione, muto e chiuso a ogni rapporto esterno, il ragazzo è uno straordinario pianista. Mozart, Liszt, Chopin, Schumann, gli sono del tutto familiari e giornalmente lui intrattiene un suo pubblico tra estasiato e stranito.

In parte impersonale, in parte epistolare e in parte testimoniale, muovendosi tra evocazioni, perdimenti, nevrosi, paure, ma anche chiare circostanze e nascenti stati d’animo, il romanzo annovera: un punto di vista extradiegetico (come si dice, cioè esterno); le confessioni di alcuni pazienti; le lettere del direttore psichiatrico; diversi ricordi di personaggi a prima vista estranei ma che il lettore saprà collegare con le "stazioni" narrative del romanzo, senza bisogno di chiarimenti o suggerimenti. Figure portanti, in ogni modo, sono tra le altre: un ex deportato nei Lager, un’attempata contessa, una madre che in preda a un raptus ha ucciso il proprio bambino, uno schizoide, ecc. Uscito da una straordinaria tecnica compositiva, il libro è anche un giallo: tra incanto e mistero, simbolismo e sensitività, musica e scrittura, analisi e psicanalisi.

Tra musica e scrittura, in particolare, scatta un’avvincente treccia concettuale: entrambe rivelazioni di bellezza e richiami profondi di conoscenza e sensibilità, esse concorrono, nell’aura di enigmatico incanto che traggono a sé di frase in frase, a comporre una romanzesca e romantica realtà rimanendo fantasticamente intangibili. In questo sospeso contesto tra azioni e immaginazioni, fa Copertina del libro.capolino anche un risvolto di cristiana pietà, come quando il direttore, costretto a licenziare la ragazza Nadine per una sua inosservanza alle regole (ha condotto il pianista muto fuori dalla clinica tre le mille empie sonorità del mondo), si ricorda del Natale imminente e si rammarica del provvedimento preso proprio «...mentre tutti si accingono a celebrare più o meno ipocritamente la nascita di Colui che perdonò dalla croce». La Capriolo ha risposto ad alcune nostre domande.

  • Narratrice del mistero (corregga pure la definizione), può dirci perché in questo suo Il pianista muto (Bompiani, 2009, pagg. 222, euro 17,00) lei ha tentato di fondere due solitamente incompatibili inafferrabilità: scrittura e musica?

«Perché "incompatibili"? Scrittura letteraria e musica, ciascuna a suo modo, sono entrambe linguaggi dell’anima: mezzi espressivi con cui tentiamo di articolare quel mistero (in questo senso non correggo affatto la definizione) che si cela in ciascuno di noi. Così nel mio romanzo ognuno dei personaggi che sentono suonare il pianista muto vede se stesso e il proprio destino illuminati all’improvviso dalla musica, come da un raggio di luce vivida: con un’intensità che nessun linguaggio razionale sarebbe in grado di raggiungere».

  • È convinta che non si possa creare un romanzo che viva delle categorie del simbolo, dell’enigma, del mistero, appunto, se non in declinazione romantica?

«Non del tutto. E infatti nel mio romanzo la grande tradizione musicale ed espressiva del romanticismo è posta continuamente in contatto, o addirittura in contrasto, con l’antiromanticismo delle grandi tragedie novecentesche. Penso soprattutto alla vicenda di Rosenthal, un sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, che è senz’altro uno dei personaggi più importanti del libro».

  • La tecnica compositiva del libro prevede una narrazione impersonale che incornicia dentro sé una corrispondenza epistolare, degli interventi esterni e sedute analitiche su singolari nevrosi, ma pur prevedendo eventi ed esperienze, il libro resta sospeso in una sua aura d’inattingibilità, di soluzione aperta, d’ignoto sviluppo, di senso sospeso. Perché lei tende a non comunicare attraverso la trama?

«Vede, se mi si può definire una "narratrice del mistero" è precisamente per questo: perché mi interessa essenzialmente esplorare certe zone oscure e inafferrabili dell’esperienza umana. Una storia di cui io stessa, come autrice, conoscessi razionalmente tutti i risvolti e le implicazioni, forse non sentirei neppure il bisogno di raccontarla».

  • Oltre a porre su interagente piano estetico letteratura e musica (un’anima dell’altra e viceversa), lei convoca i personaggi del libro in una clinica psichiatrica. Che cosa pensa dei rapporti tra nevrosi e cultura, tra follia e creatività? E di un eventuale esito terapeutico d’incontro?

«Il rapporto è molto stretto: per averne la prova basterebbe una semplice indagine statistica sulle biografie degli artisti (Gottfried Benn ha tentato qualcosa del genere in certi suoi saggi) e del resto, già Platone non aveva definito l’estro poetico una "divina follia"? Quanto all’esito terapeutico, ho i miei dubbi. La nevrosi, la malattia, vengono certamente superate e trascese in ogni opera degna di questo nome, ma spesso soltanto lì, senza ricadute positive sulla vita dell’autore».

  • Se non l’unico, il più evidente richiamo religioso del libro è il noto grido di giobbico strazio dell’internato in un Lager verso il Dio dal biblico silenzio. È concepibile l’idea che Quella risposta sia venuta, certo dopo, ma per intanto, dalla storia?

«No: la storia semmai è la domanda di Giobbe. È un lungo grido di dolore, un tormento in attesa di redenzione, o se preferisce dirla con Joyce, un incubo dal quale tentiamo invano di svegliarci. Però è vero anche che la storia umana, se non può mai essere realizzazione del bene, dovrebbe essere almeno uno sforzo continuo verso il meglio o il meno peggio».

  • In copertina, alla figura che il lettore associa al titolo, al Pianista muto, di fatto, sono nascosti gli occhi e se c’è un significato particolare, non l’ho pensato. Lei?

«L’immagine di copertina è un bellissimo quadro di un pittore contemporaneo, Lino Frongia. Non so quale significato avesse in mente l’artista; per me quel ramo davanti agli occhi equivale in un certo modo al "mutismo" del mio pianista: è il segno del mistero, per riprendere le sue parole, o la traccia visibile di una sospensione del senso».

Claudio Toscani

   Letture n.656 aprile 2009 - Home Page