Una
linea nera. Sottile e forte. Che collega l’eversione di destra con i
servizi segreti e con pezzi dell’apparato dello Stato. Studioso del
fascismo ed esperto di terrorismo nero, Mimmo Franzinelli spiega quelle
trame in un volume (La sottile linea nera, Rizzoli, pagg. 474, euro
20,00) che prende in considerazione i cinque anni che andarono dalla
strage di piazza Fontana, del 12 dicembre 1969, a quella di piazza della
Loggia del 28 maggio 1974. Un lavoro documentato, di stringente attualità
nell’anno in cui si ricordano i 40 anni dalla bomba esplosa a Milano e
in cui, a Brescia, si riapre il processo per la strage che colpì la
città 35 anni or sono.
- Nel suo libro si parla di linea nera e non di
strategia della tensione. Perché?
«È un’espressione che non mi convince. Strategia
della tensione sa troppo di dietrologia, di un progetto chiaro, definito
che trova una sua
attuazione.
Invece il titolo del mio libro dice di una linea sottile, esile, che si
dispiega in modo anche contraddittorio e attraverso fasi alterne. Ma una
linea che resiste. C’è anche un aspetto che mi ha molto interessato ed
è il ruolo del caso, dell’imprevisto. Accanto ad alcuni attentati
riusciti ce ne sono diversi altri falliti e, a volte, falliti per delle
inezie: uno sbaglio nella collocazione del timer, un malfunzionamento
della miccia. Molte stragi sono state evitate per un soffio. E poi ho
cercato di ricostruire una situazione che era aperta a vari sbocchi e che
aveva un punto centrale nel rapporto tra alcuni neofascisti e i capi dei
servizi segreti».
- Quale tipo di rapporto è riuscito a documentare?
«Mi è sembrato un rapporto molto più mosso e
movimentato – e anche difficile da interpretare – rispetto a quella
versione molto semplicistica di un servizio segreto che utilizza, come un
burattinaio, la manovalanza fascista. Ho cercato di ricostruire non il
progetto, ma i progetti che c’erano nella destra radicale. Parlo di
progetti perché ciò che voleva Ordine nuovo era diverso da ciò che
voleva Avanguardia nazionale, per esempio. E poi mi sono posto una domanda
che credo sia focale: figure molto note come quella di Guido Giannettini
erano davvero agenti dei servizi segreti? Mi sono convinto, nel corso
della mia ricerca, che c’erano personaggi che si percepivano come
militanti politici e che quindi si rapportavano in tale veste con i
servizi segreti e forse si infiltravano in essi. C’era questo gioco
duplice, molto rischioso, e che l’Italia ha pagato caro: cioè dei
servizi segreti che cercavano di infiltrarsi dentro l’estremismo nero, e
un estremismo nero che, a sua volta, si rapportava in modo utilitaristico
con i servizi. Le strategie erano diverse perché è indubbio che i
servizi segreti non progettassero le stragi, ma certamente cercavano di
cavalcare questi personaggi che poi le stragi le facevano, anche con lo
scopo di mettere i capi dei servizi segreti di fronte a fatti compiuti».
- C’è poi anche tutto il capitolo dei depistaggi.
«Indagando il rapporto tra i servizi segreti e le
stragi, mi sono chiesto proprio questo: perché tutti questi depistaggi e
perché l’ostinata protezione di questi neofascisti che erano in
contatto con i servizi segreti? Torniamo a Giannettini che è la figura
chiave. È indagato nei processi per strage, ma protetto nella fuga all’estero,
condannato e poi assolto. È tutto poco chiaro quel che avviene attorno a
lui. Dalla strage del 1969 Giannettini viene a lungo protetto sinché, nel
1974, il nuovo ministro della Difesa, Giulio Andreotti, decide che sia
opportuno ammettere la sua affiliazione al Sid (Servizio informazione
difesa) sempre negata in precedenza».
- Anche leggendo il suo libro si ha l’impressione che
si sappiano molte cose, quasi tutto. Ma poi non cambia nulla. Perché?
«Per rispondere darei un’occhiata al calendario:
siamo nel 2009. Queste vicende le vedo remote e vicine. Remote, perché
sono passate decine di anni. Ma sono anche vicine perché chi, come me, in
quegli anni era adolescente vive queste cose come parte del suo vissuto.
Siamo stati in un certo senso traumatizzati. In quegli anni vi era una
richiesta di conoscenza e di verità da parte della società italiana, la
magistratura indagava, in certi casi con intelligenza in altri con miopia.
E poi sono intervenuti questi depistaggi. Tutto questo è per dire che a
un certo punto questa sete, questa angoscia di verità è stata delusa.
Per piazza Fontana è ufficiale la non esistenza di una verità
giudiziale, per piazza della Loggia è in corso il processo.
Personalmente, e nel libro lo faccio trasparire, sono molto pessimista sul
fatto che si possa arrivare a qualcosa. È dunque successo che a un certo
punto sia subentrata la delusione. In assenza di una verità giudiziale si
è ritenuto, da parte dell’opinione pubblica, che non c’è una
verità, cioè che tutte le verità sono possibili, tutte le ipotesi sono
interscambiabili. C’è in giro una quantità di libri dove c’è tutto
e il contrario di tutto. È un approdo molto deludente, ma un dato di
fatto».
- Del processo per piazza della Loggia quasi non si
parla. È un’impressione che il terrorismo di destra non desti
attenzione?
«Per Brescia credo sia determinante questa grossa
delusione che ha avuto la città. A un certo punto sono stati individuati
mandanti e responsabili, ma poi sono stati scarcerati e prosciolti. Questo
ha lasciato il segno in termini di disincanto. Oggi Brescia mi dà l’impressione
di una città distratta che non si vuole più appassionare. Voglio però
ricordare che in città c’è una struttura, la Casa della memoria,
guidata da Manlio Milani, che lavora molto anche senza clamori. Un lavoro
lodevole perché non è di tipo retorico, politico o partitico, ma un
lavoro sulla cultura per capire come nasce e si diffonde la cultura della
violenza».
- L’Italia farà mai i conti con gli anni di piombo?
«È difficile e c’è il rischio che si arrivi all’oblio.
Dietro la ricerca che ho fatto per il mio libro c’è proprio una
tensione cognitiva e una coscienza civile che vogliono evitare che si
arrivi alla dimenticanza. Occorre cercare di spiegare perché è avvenuto
tutto quello che è accaduto. Io credo che bisogna tenere conto del fatto
che si era in un momento di forti cambiamenti, di grossi traumi, nel pieno
della guerra fredda. Ci sono stati contraccolpi e pesanti connivenze a
livello istituzionale. Oggi, però, siamo in ben altra fase e dunque si
potrebbe arrivare a una situazione di conoscenza. Inoltre chi, pur avendo
partecipato alle stragi o frequentato quelle aree, è stato assolto non
può più essere incriminato neppure se si autodenunciasse. Spero che,
magari sul punto di morte, qualcuno di questi terroristi trovi un barlume
di dignità per restituire ai parenti delle vittime, alla società e alle
vittime stesse quella verità che è dovuta. Capisco che è un’ipotesi
che può sembrare remota, ma di fronte al fallimento della soluzione
giudiziaria c’è da sperare solo nella coscienza».
Annachiara Valle