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Quattro chiacchiere con...

  
Il nostro passato percorso
da una linea nera

di Annachiara Valle
  


   Letture n.656 aprile 2009 - Home Page

Esperto di terrorismo eversivo, Mimmo Franzinelli documenta in un saggio le connessioni intercorse tra le organizzazioni armate neofasciste, schegge impazzite dei servizi segreti italiani e parti dell’apparato statale.
   

Una linea nera. Sottile e forte. Che collega l’eversione di destra con i servizi segreti e con pezzi dell’apparato dello Stato. Studioso del fascismo ed esperto di terrorismo nero, Mimmo Franzinelli spiega quelle trame in un volume (La sottile linea nera, Rizzoli, pagg. 474, euro 20,00) che prende in considerazione i cinque anni che andarono dalla strage di piazza Fontana, del 12 dicembre 1969, a quella di piazza della Loggia del 28 maggio 1974. Un lavoro documentato, di stringente attualità nell’anno in cui si ricordano i 40 anni dalla bomba esplosa a Milano e in cui, a Brescia, si riapre il processo per la strage che colpì la città 35 anni or sono.

  • Nel suo libro si parla di linea nera e non di strategia della tensione. Perché?

«È un’espressione che non mi convince. Strategia della tensione sa troppo di dietrologia, di un progetto chiaro, definito che trova una sua Copertina del libro.attuazione. Invece il titolo del mio libro dice di una linea sottile, esile, che si dispiega in modo anche contraddittorio e attraverso fasi alterne. Ma una linea che resiste. C’è anche un aspetto che mi ha molto interessato ed è il ruolo del caso, dell’imprevisto. Accanto ad alcuni attentati riusciti ce ne sono diversi altri falliti e, a volte, falliti per delle inezie: uno sbaglio nella collocazione del timer, un malfunzionamento della miccia. Molte stragi sono state evitate per un soffio. E poi ho cercato di ricostruire una situazione che era aperta a vari sbocchi e che aveva un punto centrale nel rapporto tra alcuni neofascisti e i capi dei servizi segreti».

  • Quale tipo di rapporto è riuscito a documentare?

«Mi è sembrato un rapporto molto più mosso e movimentato – e anche difficile da interpretare – rispetto a quella versione molto semplicistica di un servizio segreto che utilizza, come un burattinaio, la manovalanza fascista. Ho cercato di ricostruire non il progetto, ma i progetti che c’erano nella destra radicale. Parlo di progetti perché ciò che voleva Ordine nuovo era diverso da ciò che voleva Avanguardia nazionale, per esempio. E poi mi sono posto una domanda che credo sia focale: figure molto note come quella di Guido Giannettini erano davvero agenti dei servizi segreti? Mi sono convinto, nel corso della mia ricerca, che c’erano personaggi che si percepivano come militanti politici e che quindi si rapportavano in tale veste con i servizi segreti e forse si infiltravano in essi. C’era questo gioco duplice, molto rischioso, e che l’Italia ha pagato caro: cioè dei servizi segreti che cercavano di infiltrarsi dentro l’estremismo nero, e un estremismo nero che, a sua volta, si rapportava in modo utilitaristico con i servizi. Le strategie erano diverse perché è indubbio che i servizi segreti non progettassero le stragi, ma certamente cercavano di cavalcare questi personaggi che poi le stragi le facevano, anche con lo scopo di mettere i capi dei servizi segreti di fronte a fatti compiuti».

  • C’è poi anche tutto il capitolo dei depistaggi.

«Indagando il rapporto tra i servizi segreti e le stragi, mi sono chiesto proprio questo: perché tutti questi depistaggi e perché l’ostinata protezione di questi neofascisti che erano in contatto con i servizi segreti? Torniamo a Giannettini che è la figura chiave. È indagato nei processi per strage, ma protetto nella fuga all’estero, condannato e poi assolto. È tutto poco chiaro quel che avviene attorno a lui. Dalla strage del 1969 Giannettini viene a lungo protetto sinché, nel 1974, il nuovo ministro della Difesa, Giulio Andreotti, decide che sia opportuno ammettere la sua affiliazione al Sid (Servizio informazione difesa) sempre negata in precedenza».

  • Anche leggendo il suo libro si ha l’impressione che si sappiano molte cose, quasi tutto. Ma poi non cambia nulla. Perché?

«Per rispondere darei un’occhiata al calendario: siamo nel 2009. Queste vicende le vedo remote e vicine. Remote, perché sono passate decine di anni. Ma sono anche vicine perché chi, come me, in quegli anni era adolescente vive queste cose come parte del suo vissuto. Siamo stati in un certo senso traumatizzati. In quegli anni vi era una richiesta di conoscenza e di verità da parte della società italiana, la magistratura indagava, in certi casi con intelligenza in altri con miopia. E poi sono intervenuti questi depistaggi. Tutto questo è per dire che a un certo punto questa sete, questa angoscia di verità è stata delusa. Per piazza Fontana è ufficiale la non esistenza di una verità giudiziale, per piazza della Loggia è in corso il processo. Personalmente, e nel libro lo faccio trasparire, sono molto pessimista sul fatto che si possa arrivare a qualcosa. È dunque successo che a un certo punto sia subentrata la delusione. In assenza di una verità giudiziale si è ritenuto, da parte dell’opinione pubblica, che non c’è una verità, cioè che tutte le verità sono possibili, tutte le ipotesi sono interscambiabili. C’è in giro una quantità di libri dove c’è tutto e il contrario di tutto. È un approdo molto deludente, ma un dato di fatto».

  • Del processo per piazza della Loggia quasi non si parla. È un’impressione che il terrorismo di destra non desti attenzione?

«Per Brescia credo sia determinante questa grossa delusione che ha avuto la città. A un certo punto sono stati individuati mandanti e responsabili, ma poi sono stati scarcerati e prosciolti. Questo ha lasciato il segno in termini di disincanto. Oggi Brescia mi dà l’impressione di una città distratta che non si vuole più appassionare. Voglio però ricordare che in città c’è una struttura, la Casa della memoria, guidata da Manlio Milani, che lavora molto anche senza clamori. Un lavoro lodevole perché non è di tipo retorico, politico o partitico, ma un lavoro sulla cultura per capire come nasce e si diffonde la cultura della violenza».

  • L’Italia farà mai i conti con gli anni di piombo?

«È difficile e c’è il rischio che si arrivi all’oblio. Dietro la ricerca che ho fatto per il mio libro c’è proprio una tensione cognitiva e una coscienza civile che vogliono evitare che si arrivi alla dimenticanza. Occorre cercare di spiegare perché è avvenuto tutto quello che è accaduto. Io credo che bisogna tenere conto del fatto che si era in un momento di forti cambiamenti, di grossi traumi, nel pieno della guerra fredda. Ci sono stati contraccolpi e pesanti connivenze a livello istituzionale. Oggi, però, siamo in ben altra fase e dunque si potrebbe arrivare a una situazione di conoscenza. Inoltre chi, pur avendo partecipato alle stragi o frequentato quelle aree, è stato assolto non può più essere incriminato neppure se si autodenunciasse. Spero che, magari sul punto di morte, qualcuno di questi terroristi trovi un barlume di dignità per restituire ai parenti delle vittime, alla società e alle vittime stesse quella verità che è dovuta. Capisco che è un’ipotesi che può sembrare remota, ma di fronte al fallimento della soluzione giudiziaria c’è da sperare solo nella coscienza».

Annachiara Valle

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