Periodici San Paolo - Home Page

Cercare altrove

  
Pascolando tra i generi del romanzo

di Giuseppe Lippi
  


   Letture n.656 aprile 2009 - Home Page

Una feroce caccia al suspense nella selva della narrativa contemporanea, complici Charles Dickens e il celebre opus dei Wu Ming, 54. Per riscoprire alla fonte l’ispirazione del new epic.
   

Tra grandi e piccoli romanzi a volte la differenza è minima: spesso i secondi sono ispirati ai primi e cercano di riprodurne l’ampiezza su una tastiera ridotta. Il numero di pagine o dei personaggi potrà essere più limitato, ma non è una regola fissa; e in definitiva il grande romanzo – David Copperfield, per esempio – potrà ritrovarsi progenitore di una prole di cui è facile (anche se inatteso) identificare l’illustre matrice. Si dice per esempio che il padre di tutti i romanzi a chiave sia Poe: ma la struttura del poliziesco moderno non deve meno allo stile dickensiano, così affollato di personaggi, dialoghi e colpi di scena. Certo non è cosa di tutti i giorni trovare un’opera che riesca a fondere mirabilmente come in Dickens la stringatezza e novità degli avvenimenti con la potenza e l’originalità dei caratteri; ma quello che conta non è ciò che manca, è la traccia che rimane dell’archetipo. E se nel giallo l’influenza, più che direttamente da Dickens, verrà dal suo emulo e collega Wilkie Collins, il risultato non cambierà di molto. L’impronta del grande realismo, la narrazione per scene sorprendenti e dialogate, la riflessione messa pudicamente fra parentesi, il più delle volte, a favore dell’azione, parlano dalla stessa scuola.

Nel secolo che è appena cominciato, la duplice lezione sembra dare luogo a una terza sintesi romanzesca. Il libro dei Wu Ming 54, per esempio, è uscito nel 2002 ma strizza l’occhio a molti classici del passato recente e lontano. Potremmo chiamarlo un David Copperfield all’italiana, tanto è affollato di caratteri, situazioni, imprevisti che ruotano intorno a un personaggio maschile adolescente che va facendosi sempre più uomo. Il David dei WuMing si chiama Robespierre, in omaggio al padre rivoluzionario, e vive nella Bologna del dopoguerra invece che a Londra, ma siccome ci troviamo nel villaggio globale e non più nell’impero britannico del XIX secolo, presto sarà coinvolto in una rete di avvenimenti che hanno origine nella City dei servizi segreti, nella Napoli del contrabbando, nella Jugoslavia di Tito e nella Hollywood di Cary Grant.

La derivazione dickensiana del romanzo è evidente anche nei sentimenti, che sono puri e proletari: la passione rivoluzionaria del padre di Robespierre, Vittorio; il venticello partigiano che ogni tanto, e nonostante tutto, spira nel bar "Aurora"; la fame di ricchezza e riscatto del Sud che passano, ahimé, per la via della droga, fino all’orgoglio tutto postmoderno di un televisore americano che racconta le proprie disavventure in prima persona. In 54 non ci sono personaggi aristocratici, persino Cary Grant è un divo di umili origini che ha una madre maltrattata laggiù in Inghilterra: non a caso vogliono sfruttarne lo charme popolare per fargli interpretare un film sulla Quinta offensiva di Tito. Il film poi non si farà, o meglio si farà parecchi anni dopo con Richard Burton invece che il soave Cary, ma è l’intenzione che conta.

Tutto questo materiale diverte e cattura a vari livelli, e se qualcuno sentisse la mancanza di un cattivo con la C maiuscola in 54, ci pregeremmo di farlo riflettere sul fatto che il ruolo c’è ed è ricoperto, nell’ombra, da quel Lucky Luciano che trama intrighi e ordina violenze dall’esilio napoletano. Luciano, splendido sostituto di Uncle Scrooge e Uriah Heep, è sfaccettato come loro e immancabilmente restituito alla sua genuina umanità (per quanto poco spazio occupi in scena). Come loro, inoltre, è diventato una grande figura artistica, servito da autori del calibro di Rosi e Giancarlo Fusco prima dei Wu Ming. I quali ne fanno un ritratto umbratile ma preciso, approfittando delle poche volte in cui si mostra: quando va all’ippodromo, trucca le corse, incassa i soldi delle scommesse clandestine e riceve persino uno schiaffo. Lo schiaffeggiatore è doppiamente incauto: perché colpisce il don e perché lo fa sotto gli occhi di tutti, ad Agnano. C’è da meravigliarsi che Luciano s’inquieti un pochino? Per fortuna c’è il suo fido esecutore, Steve Cemento, che hanno mandato dall’America per addolcirgli l’esilio: ci penserà lui a regolare il conto. Puro Dickens, e tanto meno adulterato quando si pensi che anche il terribile Steve un debole ce l’ha, un’aspirazione segreta che corre per terra e per mare all’inseguimento di un sogno…

Del poliziesco, 54 conserva la parte un po’ cruda, cioè l’altra faccia del patetico: gli agguati, il ricorso qua e là alle armi da fuoco, la descrizione grottesca dei servizi segreti inglesi e dell’underworld campano. Ci sono i buoni e i cattivi, ma a uscirne male non è né Luciano né l’M.I.6 quanto Ian Fleming, scrittore maltrattatissimo nel libro. A un certo punto viene definito "disgustoso" dal comunista Robespierre, che tuttavia è un fan di Cary Grant e ignora (certo, siamo solo nel 1954) che Fleming avrebbe voluto proprio Grant nella parte di James Bond. Ironia della trama: a Robespierre, detto Pierre, una copia di Casino Royale l’ha passata il divo in persona, incontrato per caso durante una sparatoria su una spiaggia jugoslava (!). E lo snobismo segna un altro punto a suo favore…

Naturalmente, ci sono nel romanzo filoni che Dickens non si sarebbe filati mai: ad esempio quello della filuzzi. Da non confondere con il liscio romagnolo, è questa una danza prettamente emiliana di cui Pierre è il re indiscusso: una specie di febbre del sabato sera che gli piglia incontrollata, purché sia fra i compagni del bar "Aurora" e le ragazze che gli stanno a cuore. Una, in particolare, gli sta a cuore più delle altre, ma è la moglie di un dottore antipatico, pezzo grosso del Pci bolognese. La tresca dura finché dura, poi ci scappa un morto innocente e nel finale ognuno andrà per la sua strada.

Al posto del cockney di Dickens, in 54 vi è una ragnatela di idiomi usati sapientemente. Il romanzone è un tour de force linguistico che alterna il bolognese al napoletano, il siculo all’inglese e via discorrendo. L’unico che parla forbito è il televisore americano, per il resto lingua locale e letteraria si fondono continuamente e danno più di un risultato esilarante, come nell’episodio del ladruncolo napoletano che vuole portare la ragazza al cinema. Nel finale pirotecnico, che avviene sul suolo straniero e per la precisione poco oltre il confine francese, non mancano un tocco da libro Cuore (che Dickens avrebbe approvato non meno di De Amicis) e l’elevazione a eroe dello scugnizzo Salvatore Pagano. Del resto, sono pagine che sarebbero piaciute anche ad Hammett: piombo e sangue, sì, ma con un’idea in testa. Di far trionfare il sol dell’avvenire.

Giuseppe Lippi

   Letture n.656 aprile 2009 - Home Page