Tra
grandi e piccoli romanzi a volte la differenza è minima: spesso i secondi
sono ispirati ai primi e cercano di riprodurne l’ampiezza su una
tastiera ridotta. Il numero di pagine o dei personaggi potrà essere più
limitato, ma non è una regola fissa; e in definitiva il grande romanzo
– David Copperfield, per esempio – potrà ritrovarsi
progenitore di una prole di cui è facile (anche se inatteso) identificare
l’illustre matrice. Si dice per esempio che il padre di tutti i romanzi
a chiave sia Poe: ma la struttura del poliziesco moderno non deve meno
allo stile dickensiano, così affollato di personaggi, dialoghi e colpi di
scena. Certo non è cosa di tutti i giorni trovare un’opera che riesca a
fondere mirabilmente come in Dickens la stringatezza e novità degli
avvenimenti con la potenza e l’originalità dei caratteri; ma quello che
conta non è ciò che manca, è la traccia che rimane dell’archetipo. E
se nel giallo l’influenza, più che direttamente da Dickens, verrà dal
suo emulo e collega Wilkie Collins, il risultato non cambierà di molto. L’impronta
del grande realismo, la narrazione per scene sorprendenti e dialogate, la
riflessione messa pudicamente fra parentesi, il più delle volte, a favore
dell’azione, parlano dalla stessa scuola.
Nel
secolo che è appena cominciato, la duplice lezione sembra dare luogo a
una terza sintesi romanzesca. Il libro dei Wu Ming 54, per esempio,
è uscito nel 2002 ma strizza l’occhio a molti classici del passato
recente e lontano. Potremmo chiamarlo un David Copperfield all’italiana,
tanto è affollato di caratteri, situazioni, imprevisti che ruotano
intorno a un personaggio maschile adolescente che va facendosi sempre più
uomo. Il David dei WuMing si chiama Robespierre, in omaggio al padre
rivoluzionario, e vive nella Bologna del dopoguerra invece che a Londra,
ma siccome ci troviamo nel villaggio globale e non più nell’impero
britannico del XIX secolo, presto sarà coinvolto in una rete di
avvenimenti che hanno origine nella City dei servizi segreti, nella Napoli
del contrabbando, nella Jugoslavia di Tito e nella Hollywood di Cary Grant.
La derivazione dickensiana del romanzo è evidente anche
nei sentimenti, che sono puri e proletari: la passione rivoluzionaria del
padre di Robespierre, Vittorio; il venticello partigiano che ogni tanto, e
nonostante tutto, spira nel bar "Aurora"; la fame di ricchezza e
riscatto del Sud che passano, ahimé, per la via della droga, fino all’orgoglio
tutto postmoderno di un televisore americano che racconta le proprie
disavventure in prima persona. In 54 non ci sono personaggi
aristocratici, persino Cary Grant è un divo di umili origini che ha una
madre maltrattata laggiù in Inghilterra: non a caso vogliono sfruttarne
lo charme popolare per fargli interpretare un film sulla Quinta
offensiva di Tito. Il film poi non si farà, o meglio si farà parecchi
anni dopo con Richard Burton invece che il soave Cary, ma è l’intenzione
che conta.
Tutto
questo materiale diverte e cattura a vari livelli, e se qualcuno sentisse
la mancanza di un cattivo con la C maiuscola in 54, ci pregeremmo
di farlo riflettere sul fatto che il ruolo c’è ed è ricoperto, nell’ombra,
da quel Lucky Luciano che trama intrighi e ordina violenze dall’esilio
napoletano. Luciano, splendido sostituto di Uncle Scrooge e Uriah Heep, è
sfaccettato come loro e immancabilmente restituito alla sua genuina
umanità (per quanto poco spazio occupi in scena). Come loro, inoltre, è
diventato una grande figura artistica, servito da autori del calibro di
Rosi e Giancarlo Fusco prima dei Wu Ming. I quali ne fanno un ritratto
umbratile ma preciso, approfittando delle poche volte in cui si mostra:
quando va all’ippodromo, trucca le corse, incassa i soldi delle
scommesse clandestine e riceve persino uno schiaffo. Lo schiaffeggiatore
è doppiamente incauto: perché colpisce il don e perché lo fa sotto gli
occhi di tutti, ad Agnano. C’è da meravigliarsi che Luciano s’inquieti
un pochino? Per fortuna c’è il suo fido esecutore, Steve Cemento, che
hanno mandato dall’America per addolcirgli l’esilio: ci penserà lui a
regolare il conto. Puro Dickens, e tanto meno adulterato quando si pensi
che anche il terribile Steve un debole ce l’ha, un’aspirazione segreta
che corre per terra e per mare all’inseguimento di un sogno…
Del poliziesco, 54 conserva la parte un po’
cruda, cioè l’altra faccia del patetico: gli agguati, il ricorso qua e
là alle armi da fuoco, la descrizione grottesca dei servizi segreti
inglesi e dell’underworld campano. Ci sono i buoni e i cattivi,
ma a uscirne male non è né Luciano né l’M.I.6 quanto Ian Fleming,
scrittore maltrattatissimo nel libro. A un certo punto viene definito
"disgustoso" dal comunista Robespierre, che tuttavia è un fan
di Cary Grant e ignora (certo, siamo solo nel 1954) che Fleming
avrebbe voluto proprio Grant nella parte di James Bond. Ironia della
trama: a Robespierre, detto Pierre, una copia di Casino Royale l’ha
passata il divo in persona, incontrato per caso durante una sparatoria su
una spiaggia jugoslava (!). E lo snobismo segna un altro punto a suo
favore…
Naturalmente, ci sono nel romanzo filoni che Dickens non
si sarebbe filati mai: ad esempio quello della filuzzi. Da non confondere
con il liscio romagnolo, è questa una danza prettamente emiliana di cui
Pierre è il re indiscusso: una specie di febbre del sabato sera che gli
piglia incontrollata, purché sia fra i compagni del bar
"Aurora" e le ragazze che gli stanno a cuore. Una, in
particolare, gli sta a cuore più delle altre, ma è la moglie di un
dottore antipatico, pezzo grosso del Pci bolognese. La tresca dura finché
dura, poi ci scappa un morto innocente e nel finale ognuno andrà per la
sua strada.
Al posto del cockney di Dickens, in 54 vi
è una ragnatela di idiomi usati sapientemente. Il romanzone è un tour
de force linguistico che alterna il bolognese al napoletano, il siculo
all’inglese e via discorrendo. L’unico che parla forbito è il
televisore americano, per il resto lingua locale e letteraria si fondono
continuamente e danno più di un risultato esilarante, come nell’episodio
del ladruncolo napoletano che vuole portare la ragazza al cinema. Nel
finale pirotecnico, che avviene sul suolo straniero e per la precisione
poco oltre il confine francese, non mancano un tocco da libro Cuore (che
Dickens avrebbe approvato non meno di De Amicis) e l’elevazione a eroe
dello scugnizzo Salvatore Pagano. Del resto, sono pagine che sarebbero
piaciute anche ad Hammett: piombo e sangue, sì, ma con un’idea in
testa. Di far trionfare il sol dell’avvenire.
Giuseppe Lippi