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a cura di Luca Gallesi e Paolo Pegoraro
  


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Intervista ad Armando Torno

«MANCA IL CORAGGIO
DELLA CULTURA»

di Luca Gallesi

  
G
iornalista e scrittore, Armando Torno lavora alle pagine di cultura del Corriere della Sera. Qualche anno fa è stato l’ispiratore del più interessante esperimento nel campo del giornalismo culturale, con la creazione del supplemento domenicale del Sole 24 Ore, che, sotto la sua direzione, fu un successo sorprendente.

  • Molta acqua è passata sotto i ponti da quando l’avventura del supplemento confindustriale prese l’avvio: sono cambiati i tempi, sono diminuiti i lettori, sono aumentati i nuovi media. Secondo lei, oggi, c’è ancora spazio per un periodico che voglia definirsi "culturale"?

«Vediamo innanzitutto di intenderci sul termine "rivista". C’erano una volta le riviste cosiddette "scientifiche", che erano degli strumenti importanti di una cultura che oramai non esiste più, dato che nell’ambito "scientifico" – quindi: matematico, fisico, biologico, ecc... – tutte queste riviste vengono fatte on line. C’è poi, invece, la tradizione ancora consolidata delle riviste di carattere umanistico, che continua ad avere una presenza cartacea piuttosto importante; anzi, alcune novità importanti che riguardano, ad esempio, studi su argomenti filosofici o a carattere religioso escono solo su queste riviste. Cosa che non accade per le materie "scientifiche", anche perché una notizia di biologia o di medicina ha una durata limitata, e quindi ha più senso pubblicarla on line. Le riviste di carattere umanistico, invece, hanno ancora uno spazio prezioso per i lettori interessati ad argomenti che chiedono una riflessione più lenta, e una lettura più attenta di tutti i documenti».

  • Uscendo dall’ambito delle riviste "specialistiche", riservate a un pubblico di addetti ai lavori, e parlando in senso più lato di riviste "culturali" nel senso che si occupano di argomenti legati a libri, arte e magari anche spettacolo, ricordiamo come un secolo fa esistevano riviste letterarie che diventarono fucine di pensiero con ricadute anche politiche, dato che su quelle pagine si formarono intere classi dirigenti. Oggi, quell’epoca è definitivamente tramontata?

«Direi che la rivista generalista di cultura ha segnato il passo proprio perché è stata sostituita da un sistema di comunicazione complesso e articolato, che va ovviamente studiato nelle singole situazioni. Il miracolo fatto dalla Voce o da tutte le altre riviste dell’inizio Novecento – e potremmo citarne almeno una decina – è per noi ormai irripetibile. La rivista, oggi, può informare, controllare, correggere la cultura; può sostanzialmente fare un lavoro di supporto, e anche, in taluni casi, da protagonista, lanciando un’idea; ma è sempre meno lo spazio a sua disposizione, dato che una notizia non viene più da una fonte sola, e la rivista di cultura generalista non è più il luogo privilegiato per lo scambio delle idee».

  • E i protagonisti di questo scambio delle idee, gli intellettuali, esistono ancora e che ruolo hanno, oggi?

«Il funerale dell’intellettuale si è svolto in silenzio qualche anno fa, senza che nessuno se ne accorgesse o indossasse il lutto. C’è quindi in giro ancora qualcuno che non è stato avvisato dei funerali e crede che gli intellettuali siano ancora in circolazione. Ecco perché mi fanno ridere quei libri, pubblicati anche da grandi editori, dove qualcuno si atteggia a intellettuale, credendo di cambiare il corso della storia con delle idee "politicamente corrette". Costoro professano opinioni irreprensibili e scrivono libri di denuncia puliti e tersi, ma in realtà sono soltanto dei comici che non si sono accorti delle esequie degli intellettuali, e che, forse, qualcosa è cambiato».

  • E la cultura sui quotidiani?

«I quotidiani fanno quello che possono, e non sempre un giornale riesce a dare notizia di un fatto o un libro importante. Dobbiamo però dire che i giornali non vengono più letti dai giovani non perché i giovani non siano più interessati ma perché non pubblicano più notizie per i giovani. Per fare un esempio personale, il supplemento del Sole 24 Ore che dirigevo vendeva 95.000 copie certificate: lo compravano manager, professori, operatori di borsa, amministratori, ma anche e soprattutto giovani e studenti perché quel prodotto, che andava contro ogni regola di marketing, solleticava e incuriosiva. Oggi un giornale di "cultura" avrebbe successo se facesse della cultura, senza paura di camuffarla con qualcosa d’altro. Il problema dei giornali sembra oggi essere l’audience, ma l’audience si basa, a mio giudizio, su rilevamenti che sono quanto di più incerto e falsificabile ci sia in Italia. Se si avesse dunque il coraggio di professare una certa idea di cultura, si potrebbero diffondere delle idee che vedrebbero la partecipazione della gente, ben più interessata a discutere queste piuttosto che a partecipare alla trappola dell’audience, basata sulla statistica, che è la scienza più falsa che ci sia».

  • Per concludere, che cos’è la cultura, e cosa sopravviverà nei prossimi decenni tra tutti i mezzi di comunicazione attuali che si occupano di cultura?

«Cultura è tutto ciò che aiuta l’uomo a crescere spiritualmente, e quindi a capire meglio la vita e se stesso, e non è quindi cultura quel dogmatismo d’accatto che gira oggi per l’Italia. Cultura è anche un modo per crescere, per abituarsi a guardare la vita, e quindi, di tutti gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione resteranno soltanto quelli che faranno della cultura vera. Tutti quelli che inseguiranno le folle oceaniche o gli autori di best-seller saranno presto dimenticati. Non dimentichiamo che tutta la grande cultura europea si basa su libri che sono andati al macero e in genere su persone che sono state sconfitte dalla vita. Moltissimi libri che nell’Ottocento hanno venduto milioni di copie sono caduti nell’oblio più totale. Restano gli altri: i Principia Matematica di Newton, ad esempio, che hanno venduto 150 copie, oppure Il mondo come volontà e rappresentazione che è andato al macero, come buona parte delle opere di Nietzsche. Ecco, questa è cultura, non i romanzetti dei presentatori o delle attricette; un uomo di cultura non deve essere un professionista della cultura ma, per essere tale, deve aver pagato un prezzo esistenziale, altrimenti non è credibile. Se leggiamo Baudelaire, capiamo che è un poeta per quello che ha vissuto e che esprime; se leggiamo molti autori oggi popolari, capiamo che sono degli impiegati che scrivono poesie la domenica pomeriggio, con tutto il rispetto per gli impiegati».

Luca Gallesi
   

"La rivista di cultura, oggi, può fare un lavoro di supporto e anche da protagonista, lanciando un’idea; ma è sempre meno lo spazio a sua disposizione".

Segue: «Essere cristiani non sia un limite»

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