Periodici San Paolo - Home Page

Non solo "Letture".

  
TANTE FINESTRE APERTE
SUL PANORAMA DELLE LETTERE

a cura di Luca Gallesi e Paolo Pegoraro
  


   Letture n.657 maggio 2009 - Home Page        
   

Intervista a Roberto Righetto

«ESSERE CRISTIANI
NON SIA UN LIMITE»

di Luca Gallesi

  
D
a molti anni alla guida delle pagine culturali di Avvenire, Roberto Righetto è anche il coordinatore del recentemente rinnovato bimestrale dell’Università Cattolica Vita e Pensiero.

  • La cultura è oggi diventata la cenerentola del giornalismo italiano. Quale potrebbe essere la sua funzione, se di funzione si può ancora parlare?

«Forse, la principale specificità del giornalismo culturale rispetto ai bisogni esistenti nel pubblico è proprio quella di affermare, con la sua stessa esistenza, la possibilità e l’importanza di percepire (e rispondere a) un bisogno genuinamente culturale tra i molti ritenuti più impellenti nella società contemporanea, oltre i settori più "culturalmente sensibili". La rivista di cultura deve quindi necessariamente sapersi inserire nel flusso mediatico e trovare una forma di interrelazione con gli altri media. I tempi di lavoro di una rivista di cultura sono molto lenti rispetto a quelli, sempre più frenetici, dell’informazione: ciò, invece di costituire un handicap, può essere un punto di forza se la rivista consegue due obiettivi: innanzitutto, essere un luogo in cui, senza dipendere dall’urgenza della notizia, si esaminano fatti e si forniscono letture della realtà in grado di farne comprendere i presupposti e le conseguenze più rilevanti per l’individuo e per la collettività. Inoltre – e, direi, soprattutto – essere un mezzo attraverso cui sondare problemi e questioni in anticipo sugli eventi, cogliendo quei temi e quegli attori sociali che successivamente "diventeranno cronaca".

Ma qui vorrei fare una digressione sulle pagine culturali dei giornali: credo che debbano imporsi maggiormente come uno spazio in cui avviare riflessioni, proporre idee nuove, anche avendo il coraggio di affrontare temi scomodi senza autocensure, proponendo temi ritenuti inutili. Anche nelle pagine culturali a volte c’è un’eccessiva approssimazione, la tendenza a gridare, a trovare scoop. Non che non mi piacciano, anzi, ma la tendenza in atto è ormai esasperata. Certo, da un po’ di anni la cultura è uscita dal doratissimo ghetto in cui era confinata e gli intellettuali sono scesi in campo: credo che in nessuna parte del mondo vi siano così tanti scrittori e filosofi che commentano i fatti anche in prima pagina. E non mi sembra un male. Però credo che occorra forse invertire la rotta di fronte al fatto che le nostre pagine siano sempre più dipendenti dalla Tv, evitare sempre che venga meno l’approfondimento culturale, soprattutto impedire che l’apertura a tutti i temi che caratterizza queste pagine e la capacità di divulgazione si trasformino in un disprezzo per la cultura e la letteratura. Il che significa a mio parere mantenere uno standard significativo di dignità culturale: informare sui principali eventi culturali, avventurarsi anche nell’approfondimento dei fatti di cronaca (terremoto), dare spazio a recensioni serie, entrare nelle polemiche (molte quelle storiche) senza rinunciare alla qualità.

Liberiamoci anche dall’idea che il giornalista dev’essere neutro e distaccato per essere libero e indipendente: chi si riconosce in una determinata visione del mondo non per questo è dimezzato. Posto che l’obiettività nell’informazione esiste come tensione verso l’assoluto ed è ben difficilmente realizzabile, va anche detto che il giornalista è come lo storico, ha sempre una visione della storia e della vicenda umana, è un interprete della realtà, un campione dell’ermeneutica, parte sempre da un background culturale. Perché questo dev’essere un limite? L’essenziale è che lo dica, che il lettore lo sappia, che la sua informazione sia onesta e non truccata, che le sue idee non finiscano per manipolare la realtà. Il giornalista deve puntare sul proprio background, deve avere una solidissima preparazione culturale ed etica. Esistono da qualche anno codici deontologici redatti appositamente, che intendono tutelare ad esempio l’immagine dei bambini o evitare connubi impropri fra giornalismo e pubblicità. Ma non basta. Il giornalista deve puntare molto di più sulla propria preparazione, anzi, deve continuare a studiare e approfondire le materie di cui si occupa. La fragilità culturale è oggi il vero gap del giornalista. Anche qui, numerosi esempi si potrebbero fare sull’ignoranza di tante firme: sull’informazione religiosa il fenomeno purtroppo è evidentissimo. Una noticina a parte sull’etica: il giornalista a mio parere non dev’essere un frequentatore dei salotti, culturali o politici che siano. Deve sentirsi libero dai legami di dipendenza rispetto al potere.

Ancora: stimolare il dibattito culturale. Penso ai passi giganteschi che si sono compiuti negli ultimi anni, in coincidenza con la fine delle ideologie, nel dialogo fra credenti e non credenti, fra cultura laica e cultura cattolica, nonostante su certi temi permangano non poche divisioni. Però almeno i complessi di superiorità non hanno più senso. È finito il tempo dell’isolamento totale, a volte compiaciuto, della cultura cattolica, ma anche il complesso di superiorità della cultura laica, come se i credenti non fossero capaci di fare cultura».

  • Fare cultura sembra dunque un compito arduo. C’è qualcuno ancora in grado di assolverlo?

«A questo proposito oggi i chierici d’Europa sono stanchi. Dopo avere chiuso con le ideologie della guerra fredda, tendono a praticare un diffuso conformismo, povero di progettualità, di idee e ideali. Pensiamo alla solitudine degli ultimi anni di Norberto Bobbio nell’Italia di oggi. Il vecchio saggio negli ultimi anni fece sentire la sua voce contro il mondo dei fondamentalismi religiosi, ma anche contro il nichilismo. Esprimendo anche forti dubbi sul tema della tecnoscienza. Oggi siamo passati da Bobbio a Odifreddi, Pievani o Galimberti. Che esprimono un livello davvero basso della provocazione senza nessun contenuto vero e profondo.

È sempre più difficile trovare intellettuali non credenti con i quali dialogare su temi divenuti cruciali (pensiamo al proficuo confronto fra Habermas e Ratzinger): l’invasione della tecnoscienza nella vita quotidiana, lo stravolgimento del concetto di natura, i rischi connessi all’intelligenza artificiale, l’uso dissipatore del corpo. È come se mancassero punti di riferimento anche laici che a loro modo non abbiano paura a cercare la verità, che anzi pungolino i credenti come faceva Albert Camus, non disposto a rassegnarsi dinanzi all’ingiustizia e alla sofferenza, dinanzi alle "pesti" vecchie e nuove. Insomma, se le ideologie sono cadute, non per questo i laici devono rinunciare ad avere valori forti, per i quali è possibile spendere la vita. La sfida della virtù quotidiana, dell’esercizio della pietà tocca tutti, uomini di fede e no. Per tornare al tema più generale degli intellettuali, credo che ogni discorso che oggi li riguardi non possa prescindere da due condizioni: l’impegno nella società per denunciare i mali e il male e l’ancoraggio alla trascendenza, o a un’autotrascendenza, o senso del limite del desiderio di onnipotenza dell’uomo».

  • Sembrano sfide appositamente costruite per i cattolici, che però non sono sempre particolarmente attivi o vivaci nel campo delle idee e della cultura, dove i laici la fanno da padrone…

«D’altra parte, secondo me bisogna anche essere capaci di uscire da un complesso di inferiorità che per tanti anni ha colpito noi cristiani, un complesso di inferiorità per cui accadeva che difficilmente un autore cristiano aveva diritto di partecipare al forum, alla piazza del dibattito culturale; ciò accadeva in parte per l’arroganza di una certa cultura laicista, ma anche per una incapacità da parte nostra di essere consapevoli della forza e dell’originalità della propria cultura. Avere una determinata cultura non è affatto un handicap, non è affatto una condizione di inferiorità in partenza, anzi deve essere qualcosa che ci dà forza, tenendo presente poi la capacità di saper dialogare con tutti, anche i più lontani.

Ma c’è un altro elemento che noi cristiani dobbiamo recuperare ed è la capacità di essere curiosi verso tutto, quella curiosità che va di pari passo con una passione per la verità, come dicevano gli autori latini: "Niente di ciò che è umano mi è estraneo", scriveva Terenzio poi ripreso da Seneca e da vari altri. Quella curiosità che ci fa capaci di aprire gli orizzonti davanti a tutti gli avvenimenti, a tutte le culture, sapendo vedere il positivo ovunque si manifesti, nella consapevolezza che, come ha affermato il Concilio, i semi del Verbo si manifestano ovunque, anche dove non è riconosciuto. Anche san Tommaso, peraltro, l’ha scritto. È la curiosità che anima in qualche maniera le pagine culturali di Avvenire che dirigo: un’apertura verso tutti i fenomeni della cultura, dalla scienza alla filosofia, dalle arti alla letteratura, dalla religione al costume. Dicevo prima della trascuratezza della cultura; devo ribadire che a mio parere aver ignorato e sottovalutato il mondo della cultura da parte di noi cristiani è stata una delle colpe più gravi in questo secolo e particolarmente nel dopoguerra. Ci sono responsabilità pesanti che si sono manifestate nel corso del ’900 e secondo me questa è anche una delle cause profonde del fallimento del cosiddetto "partito cattolico". Negli anni scorsi si sono fatte sui giornali inchieste a proposito dell’egemonia culturale marxista; noi stessi le abbiamo fatte, pensiamo ai libri di testo nelle scuole e a come certi argomenti sono stati trattati. Tutto vero, però certamente c’è stato uno spazio che è stato totalmente abbandonato per anni, se non per decenni da parte di noi cattolici, forse pensando solo alla politica; io non ho i titoli per fare processi a nessuno però certamente la mancanza è stata molto, molto grave; per fortuna il pontificato di Giovanni Paolo II e la sua capacità di dialogare a 360° con le culture e le civiltà e oggi il magistero di Benedetto XVI hanno fatto recuperare l’importanza del patrimonio culturale cristiano e ridato fervore e vitalità alla cultura dei cattolici».

  • Accanto alla carta stampata, sempre più in crisi, operano altri media, dalla Televisione a Internet. Ritiene che qui ci possa essere maggiore attenzione per la cultura?

«Devo rilevare la generale scarsa attenzione per la cultura da parte delle istituzioni. Pensiamo per fare un esempio alla Rai: mi chiedo se non sarebbe il caso di tornare più sistematicamente a parlare di libri in Tv; qualche mese fa tornò fuori l’idea di un Tg culturale quotidiano: perché è stata liquidata e sepolta così sbrigativamente? Forse che si pensa davvero che tutti gli italiani vogliano solo sceneggiati o reality show?

Ma un altro punto mi sta a cuore, e riguarda il boom di Festival letterari o filosofici, di serate poetico-letterarie-musicali che ormai dilagano in ogni cittadina: a una sensazione di compiacimento si unisce una mia perplessità di fondo. Queste iniziative, spesso promosse da riviste, servono davvero a far crescere la cultura o sono solo occasioni per soddisfare il desiderio di tanta gente di uscire dalla normalità e dalla noia? Certo, se le letture di Dante fatte da Sermonti sono l’occasione attraverso cui qualcuno si riaccosta con serietà al grande poeta, ben vengano. Così, se a Mantova chi va a sentire Toni Morrison o Amos Oz è poi è spinto a leggere i loro romanzi, ancora una volta ben venga questo tipo di incontri, anche se credo che al 90 per cento si tratti di persone che quelle opere le leggono già e vanno a Mantova per incontrare i loro autori preferiti. Dubito poi che chi va ad ascoltare Cacciari o Vattimo al Festival di Modena o alle serate filosofiche del Teatro Franco Parenti di Milano finisca per leggere le loro opere. Del resto, mi pare che si moltiplichino le serate di lettura di poesia, ma sta di fatto che i volumi di poesia non hanno alcun incremento di vendita, anzi. Insomma, ho l’impressione che in genere l’intenzione di chi promuove queste manifestazioni non sia sempre funzionale allo sviluppo della cultura, ma solo ed esclusivamente del marketing culturale. Che filosofi, poeti e romanzieri amino sempre più presentarsi in veste di divi davanti a una folla di spettatori, invidiosi delle star della Tv e del cinema. Mi chiedo insomma: in che misura il pubblico di massa di questi eventi culturali modifica davvero i propri comportamenti e le proprie scelte nel suo rapporto quotidiano con il libro? Consumare una serata letteraria all’aperto è molto più semplice che trascorrere una serata a tu per tu con lo strumento libro, che richiede sempre lo stesso atteggiamento: essere soli, impegnati e concentrati.

A cosa serve poi la diffusione di libri attraverso i quotidiani – e in quest’anno siamo giunti a oltre 70 milioni di copie – se poi chi si riaffeziona alla lettura è valutato in una quota che va dal mezzo al milione di persone? Non pare insomma che sia una strategia vincente per far trionfare l’amore per la lettura in quel 50 per cento degli italiani che non leggono mai un libro. Non mi pare il caso di cedere – come succede – al trionfalismo rispetto a questo fenomeno: chi pensa a distribuire il tempo per leggere i libri e soprattutto l’abitudine di farlo? Alla fine credo che il discorso non possa non coinvolgere l’ambito della famiglia e della scuola, ma anche dei luoghi di aggregazione sociale che ancora resistono: dalle parrocchie ai centri culturali fino alle biblioteche, che è buon auspicio pensare siano sempre più rese capillari, nei paesi e nei quartieri delle città. Cominciando da quelle scolastiche, che vanno realizzate, incentivate e ampliate: sono il primo luogo, oltre che dentro la propria casa, in cui bambini e ragazzi possono appassionarsi alla lettura. E poi, ancora una volta, va stimolato l’operato degli insegnanti. Diceva Flannery O’Connor che buoni insegnanti, promuovendo la lettura presso i propri allievi e insegnando la letteratura attraverso i testi degli autori piuttosto che smarrendosi nella giungla dei messaggi semantici, sono in grado di modificare le classifiche dei libri più venduti. Forse un giorno ci arriveremo».

  • C’è quindi ancora spazio, per le riviste culturali, come dimostra il successo della rinnovata Vita e Pensiero?

«La rivista Vita e Pensiero rappresenta un caso peculiare. Nata nel contesto del più ampio progetto di costituzione di una università cattolica italiana dotata anche di una propria casa editrice (anticipando in ciò gli altri atenei nazionali di più di mezzo secolo), la rivista opera da sempre in rapporto a un programma editoriale assai vivace, direttamente collegato alle ricerche e ai contributi di docenti e studiosi di molteplici discipline. Il "prodotto-rivista" è quindi spesso frutto di una sinergia con iniziative accademiche e scientifiche: ne anticipa risultati o ne discute i primi riscontri, cercando comunque una chiave di interpretazione e di divulgazione culturale capace di andare oltre la stretta cerchia degli specialisti, aprendo il mondo della più alta ricerca a un qualificato ma vasto pubblico. Certamente, con le nuove tecnologie si può immaginare una diversificazione intellettualmente stimolante dei "prodotti-rivista". Mi sembra più un terreno "virtuale", tuttavia, che non tradizionale. Le potenzialità della Rete non sono ancora state completamente esplorate, a mio avviso, nella loro continua evoluzione.

Credo che gli spazi in Internet per le riviste culturali debbano ancora essere adeguatamente esplorati. Ed è importante farlo in modo serio. Intendo con ciò escludere la possibilità che per "fare cultura" basti allestire blog o consimili e riempirli di testi, materiali, documenti e citazioni, invitando altri a esprimersi, magari aggiungendo i loro testi, materiali, ecc. Condivido l’opinione di chi ritiene che un grave pericolo minacci la Rete (ma non solo): l’overdose, il sovraccarico incontrollato dei contenuti. Mentre Schopenhauer suggeriva di praticare piuttosto l’"arte di non leggere", evitando di sprecare il proprio tempo (prezioso perché finito) con letture meno che eccellenti. Penso che una rivista di cultura dovrebbe mirare a questo: aiutare a individuare, nel vasto mare della conoscenza, autori e argomenti di valore, contro i molti falsi surrogati, sovente di successo; fornire uno sguardo di sintesi, parziale ma limpido, per consentire il formarsi di opinioni mature e critiche, in grado di resistere alle mode e tendenze che a volte sembrano dominare nel mondo della cultura non meno che in altri. In tal senso, credo ci sia tanto da sperimentare su Internet, e su diversi versanti molti soggetti si stanno attrezzando (si vedano, ad esempio, le iniziative di Google Books e Scholar). Dobbiamo farlo anche noi».

Luca Gallesi
   

"Liberiamoci dall’idea che il giornalista deve essere neutro per essere libero: chi si riconosce in una determinata visione del mondo non per questo è dimezzato"

"A mio parere aver ignorato e sottovalutato il mondo della cultura da parte di noi cristiani è stata una delle colpe più gravi in questo secolo"

"Escludo la possibilità che per "fare cultura" basti allestire blog e riempirli di testi, materiali, documenti e citazioni, invitando altri a esprimersi"

   Letture n.657 maggio 2009 - Home Page