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Recensioni.Il libro del mese.

   
La vecchia Europa in un romanzo-verità

di Roberto Carnero


   Letture n.657 maggio 2009 - Home Page Curzio Malaparte,
Kaputt,
Adelphi, 2009, pagg. 445, euro 22,00.
  

«Uno sfrenato arrivista, una smisurata vanità e uno snobismo camaleontico, capace di ogni scellerataggine» sulla via del successo. Non fu tenero Antonio Gramsci (la citazione è tratta dal volume Letteratura e vita nazionale dei Quaderni del carcere) con Curzio Malaparte. Pseudonimo di Curzio Suckert (Prato 1898 - Roma 1957), Malaparte è senz’altro uno degli autori più controversi del canone letterario del Novecento italiano. Giornalista (diresse La Stampa e collaborò al Corriere della Sera), oltre che narratore, aderì al fascismo, simpatizzando prima per il movimento di Strapaese (sul Selvaggio di Mino Maccari pubblica le ballate dell’Arcitaliano, poi uscite in volume nel ’28) e poi per quello di Stracittà (scriverà su 900 di Massimo Bontempelli). Viziato da un certo dannunzianesimo – che si esprimeva, oltre che in alcuni vezzi stilistici "alla maniera di", nel gusto per la posa ardita e per il gesto eclatante –, Malaparte ha attraversato esperienze culturali decisamente eterogenee. Ha scritto pamphlet politico-sociali (La rivolta dei santi maledetti, 1921; Tecnica del colpo di Stato, 1931) e opere narrative (Kaputt, 1944; La pelle, 1949; Maledetti toscani, 1956).

Ci occupiamo qui di Malaparte perché la casa editrice Adelphi, sottraendo l’iniziativa a Mondadori che finora ne deteneva i diritti (e che ha avuto in catalogo, negli "Oscar", una buona parte delle sue opere), ha deciso di puntare a un rilancio di questo scrittore.Copertina del libro. Pubblicando, per cominciare, il romanzo Kaputt (in libreria dal 6 maggio), a cui seguiranno La pelle e, molto probabilmente, altri titoli ancora. Come mai questa decisione di ripubblicare Malaparte? Giorgio Pinotti, editor di Adelphi e autore dell’accurata nota al testo a questa nuova edizione di Kaputt, la spiega come una normale dinamica editoriale: «In editoria capitano delle congiunture, si creano particolari situazioni, per cui in un determinato momento si rendono disponibili i diritti di certi libri e di certi autori. Anche in passato è successo che Adelphi acquisisse titoli di scrittori che avevano pubblicato tradizionalmente con altre case editrici. Penso al caso di Giorgio Manganelli, che oggi è considerato a tutti gli effetti un autore del nostro catalogo». Ma nel caso specifico, come si è giunti a scegliere Malaparte? «Siamo partiti dalla lettura (o dalla rilettura) di Kaputt e l’abbiamo trovato un romanzo straordinario. Il libro esce per la prima volta fortunosamente a Napoli da Casella nel 1944, ma in un’edizione piuttosto scorretta, e, rivisto e risistemato, nel 1948. Già in quell’anno troviamo che Kaputt è tradotto in dodici lingue: dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Svezia alla Danimarca. Questo non stupisce, perché, come dicevo, è davvero un libro formidabile. Ancora negli anni Cinquanta Malaparte era un autore molto popolare in tutto il mondo. Poi, dopo la morte, la sua fama si è rapidamente oscurata. Ebbene, oggi è forse proprio il momento per riscoprirlo».

Kaputt è un romanzo ispirato alle esperienze dell’autore, che, durante il Secondo conflitto mondiale, fu corrispondente di guerra sul fronte ucraino, in Polonia, in Finlandia e successivamente a Stoccolma. Così lo stesso Malaparte spiega il titolo: «Nessuna parola, meglio della dura, e quasi misteriosa parola tedesca Kaputt, che letteralmente significa "rotto, finito, andato in pezzi, in malora", potrebbe dare il senso di ciò che noi siamo, di ciò che ormai è l’Europa: un mucchio di rottami». Ma subito dopo precisa: «E sia ben chiaro che io preferisco questa Europa Kaputt all’Europa d’ieri, e a quella di venti, di trent’anni or sono. Preferisco che tutto sia da rifare, al dover tutto accettare come un’eredità immutabile».

In effetti il romanzo è un vasto affresco di un’Europa còlta nella fase della sua estrema agonia. L’autore narra e rappresenta le realtà più disparate: ricevimenti mondani e brillanti conversazioni nell’alta società della diplomazia accanto ai poveri bambini ebrei del ghetto di Varsavia; ritratti di prìncipi e regnanti insieme con descrizioni di cadaveri orrendamente ammucchiati. Anche i toni variano e si alternano su una ricca tastiera: dal realismo più crudo all’ironia più leggera, dalla sobrietà fattuale alla deformazione espressionistica e grottesca, dal comico al tragico. In questo potremmo definirlo un romanzo davvero "polifonico", nell’accezione bachtiniana del termine.

«È un romanzo di notevole potenza sia di stile che di contenuti», afferma don Antonio Rizzolo, che sottolinea «la capacità dello scrittore di offrire un’impressione così sconvolgente della guerra e della sua insensatezza come nessun reportage in presa diretta sarebbe mai riuscito a fare». Invece qui si tratta di un romanzo. Infatti non è un diario: «è un libro che ha tutta la caratura e l’architettura del romanzo», ci tiene a dire Pinotti. «Un romanzo non realistico», puntualizza Aldo Giobbio, il quale evidenzia come tuttavia nel testo entri, intera, la molteplicità delle esperienze biografiche dell’autore.

Per Ferruccio Parazzoli la grandezza di Malaparte, e di questo libro in particolare, risiede nella sua inattualità: «La narrativa italiana di oggi è l’esatto opposto di quello che è stata l’opera di Malaparte. Lui è stato un grande scrittore e anche un grande moralista. Colpisce come spesso in Kaputt l’io-narrante affermi di arrossire dinanzi alle realtà più disparate. C’è poi una notevolissima attenzione alla sensorialità dell’esperienza, ad esempio agli odori, come quello della marcescenza e della putrefazione, che evidentemente sono significativi anche da un punto di vista simbolico. Spesso ci troviamo davanti a scene assurde ed estreme, e lì il narratore riesce a esprimere una sua peculiare fredda pietà. Ci sono poi momenti di pura visione. Ebbene moralità, sensorialità, pietà e visionarietà sono elementi che la narrativa italiana odierna non conosce più. In Malaparte la cronaca diventa arte. Se c’è un autore che è riuscito, oggi, in un’operazione simile è forse Roberto Saviano. Anche in Gomorra la realtà è oltre la realtà, la narrazione va al di là della cronaca, senza che si scada nell’espressionismo fine a se stesso o nella falsificazione sistematica dei dati di partenza. È vero, c’è qualche altro scrittore italiano che oggi sembra muoversi in questa direzione, che pare bussare a questa porta, ma sono eccezioni, come ad esempio Antonio Moresco e Giuseppe Genna».

La qualità letteraria del testo di Malaparte è indubbia, nonostante i giudizi critici negativi che lo hanno riguardato. Per Parazzoli in Kaputt «c’è invenzione ma anche notevole lucidità; l’autore gioca a porre al lettore dei "trabocchetti", cioè a spiazzarlo con qualcosa di assolutamente inaspettato data la situazione in cui l’ha condotto». Per don Rizzolo in tutto il romanzo «aleggia un senso di disfacimento, di distruzione, di morte». Malaparte afferma in una premessa che questo non è un libro sulla guerra ma che quest’ultima è solo un "pretesto" o il "paesaggio oggettivo" di questo libro. Forse quanto dice è vero, perché si tratta soprattutto di un romanzo sulla fine di un’epoca. Condotto e sviluppato con un’impressionante capacità di descrivere ciò che si vede all’esterno, ma anche – afferma don Rizzolo – «di approfondire l’interiorità dei personaggi attraverso un’abilità di penetrazione psicologica notevole».

Roberto Carnero

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