Periodici San Paolo - Home Page

Quattro chiacchiere con...

  
Antonia Arslan: io, cantastorie
di un genocidio

di Claudio Toscani
  


   Letture n.657 maggio 2009 - Home Page

La scrittrice italiana di origine armena pubblica con La strada di Smirne il sequel alla tragica vicenda del genocidio armeno raccontata in La masseria delle allodole. Un romanzo per narrare al meglio una realtà storica.
   

Subito si sa che questo ultimo romanzo di Antonia Arslan, La strada di Smirne (Rizzoli, pagg. 286, euro 18,50), riprende da dove concludeva La masseria delle allodole, libro del 2004, prestigiosa "traslazione" narrativa del terribile genocidio degli armeni avvenuto nel 1915.

I soprusi su questo popolo non terminarono, infatti, con quella sia pur tragica congiuntura, perché la tragedia non si era ancora storicamente del tutto compiuta.

Vero che Shushanig e i suoi quattro figli si erano, alla fine del racconto precedente, lasciati alle spalle le atrocità che avevano sconvolto la loro vita e sterminato i loro cari, ma anche in questa nuova vicissitudine la speranza di ricostruire un futuro compromesso cade ancora una volta in frantumi.

  • Il libro di oggi, allora – parliamo con l’autrice – sembra più una replica che un seguito.

«In realtà è proprio il seguito, perché se il genocidio, come sterminio programmato di un popolo intero, venne attuato con estrema determinazione e ferocia fra il 1915 e il 1916, poi la guerra durò fino al novembre 1918. La minoranza armena nell’Impero ottomano contava nel 1915 circa 2 milioni di persone, e ne furono sterminati circa 1 milione e mezzo. I superstiti, riusciti a sopravvivere in qualche modo, alla fine della guerra (che per l’Impero coincide con l’armistizio di Mudros nell’ottobre 1918) cercarono di ritornare alle loro case, nei loro paesi. I 4 bambini della mia famiglia, con la madre Shushanig, rimasero nascosti per un anno in una cantina di Aleppo, poi furono imbarcati per l’Italia, verso Venezia, con passaporti falsi, e io racconto il loro viaggio (la madre muore il primo giorno di navigazione, si lascia andare a raggiungere il suo amato Sempad appena i figli sono in salvo, e questo è un fatto storico). Ma racconto anche il tentativo di un parente di ritornare nella piccola città, e le avventure di Ismene, Isacco e Nazim, che finiscono tutti a Smirne, dove sono testimoni e vittime del tragico incendio che distrusse anche la civiltà greca d’Anatolia».

  • Lei dice all’ultima riga del libro che un romanzo è l’opera di un cantastorie innamorato che non indaga la Storia ma amorosamente racconta le verosimili storie dei suoi personaggi. "Un" romanzo, forse, ma non "questo".

«Che cosa risponderle? Che io non sono uno storico di professione, forse, ma ho l’orgoglio dei cantastorie? Certo, queste storie, queste memorie, tramandano molte verità che a volte gli storici ignorano...».

  • Lei narra di questa gente, mai esente da persecuzione, con verticale affondo nelle vicissitudini individuali o al massimo familiari. Perché si tiene lontano dal coinvolgere nella narrazione i grandi responsabili di questo martirio?

«Probabilmente, per la prospettiva "dal basso" da cui racconto, che non pretende di vedere tutte le trame degli uomini illustri e delle nazioni, ma vede il risultato delle manovre dei Grandi sulle vite e sui destini dei Piccoli. E anche perché la prospettiva armena insegna parecchie cose sugli improvvisi capovolgimenti dei destini degli uomini: ci furono nel 1915 persone di etnia armena, ma ormai cittadini europei o americani, che erano nell’Impero magari per caso, in visita da parenti, e che vennero travolti dai massacri e dalle deportazioni solo a causa del loro sangue, in un solo momento la loro esistenza si capovolse, e non gli servì a niente essere medici o professionisti».

  • Allora non è vero che la Grande Storia annulla le piccole storie degli uomini qualunque!

«Già, non è vero. Le piccole storie prima o poi saltano fuori, vengono raccontate e commuovono».

  • Oltre al dramma storico c’è il dramma religioso. Dati i molti riferimenti, in questo libro, al cattolicesimo, è giusto ritenere che l’eccidio degli armeni sia stato messo in atto per ragioni etniche tanto quanto di credo?

«È meglio parlare di cristianesimo, piuttosto che di cattolicesimo. Gli armeni cattolici di rito orientale (anche la mia famiglia lo è) sono solo circa il 10% della popolazione. Il cristianesimo armeno si autodefinisce apostolico o "gregoriano" (dall’apostolo degli armeni, san Gregorio l’Illuminatore), ed è parte integrante dell’identità nazionale. Gli armeni non sono ortodossi, sono molto più vicini a Roma degli ortodossi, e hanno anche una liturgia differente. Certamente, all’epoca dei massacri, benché la spinta iniziale fosse opera di un gruppo di ufficiali atei, i "Giovani Turchi", che avevano preso il potere esautorando il sultano, l’odio religioso venne usato per infiammare il popolo e renderlo partecipe e complice, stimolandone anche l’avidità».

  • Dal momento che ancora oggi la storia non ha del tutto riconosciuto e sanzionato i fatti, e che vi permane una coltre di silenzio, che sviluppo vede all’ufficializzazione planetaria di quegli eventi?

«Sono abbastanza ottimista (come è anche nella mia natura). L’opinione pubblica mondiale ha preso sempre più coscienza della realtà del primo genocidio del XX secolo, e la battaglia degli intellettuali di Turchia si sta sviluppando in modi che solo 10 anni fa sarebbero stati impensabili. Vedremo adesso se il nuovo presidente americano citerà, nel suo discorso ufficiale per il 24 aprile, la parola "genocidio" come aveva promesso solennemente in campagna elettorale».

Claudio Toscani

   Letture n.657 maggio 2009 - Home Page