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Quattro chiacchiere con...

  
L’amore e quei pregiudizi
tra noi e "gli altri"

di Roberto Carnero
  


   Letture n.657 maggio 2009 - Home Page

Autore di un romanzo sulla realtà dell’immigrazione, il vigevanese Piersandro Pallavicini evidenzia non solo i pregiudizi degli italiani verso gli extracomunitari, ma anche l’incomprensione di questi ultimi nei confronti della nostra cultura.
   

Piersandro Pallavicini, classe 1962, ha esordito nel 1999 con il romanzo Il mostro di Vigevano (PeQuod). Nel 2002 è uscito il suo secondo romanzo, Madre Nostra che sarai nei cieli, pubblicato con Feltrinelli. A seguire i romanzi Atomico Dandy (Feltrinelli, 2005) e, ultimo, African Inferno (Feltrinelli, 2009, pagg. 336, euro 18,00). Per Ediarco, editore di strada, cura una collana militante di autori italiani impegnati in racconti dedicati a Africa e immigrazione. African Inferno racconta una storia di immigrazione e di conflitto tra cultura europea e africana.

  • Pallavicini, che cosa ha voluto raccontare nel suo ultimo libro?

«Ho voluto raccontare l’immigrazione che non ha ancora raccontato nessuno. Quella lontana dall’emergenza, quella che non arriva in Italia con il barcone o scavalcando i confini, ma in treno e in aereo. L’immigrazione che vive e lavora, che ama e gioca, che studia e si diverte al fianco degli italiani. È una immigrazione che non fa notizia, perché non attraversa grandi drammi, ma, pure, genera storie e situazioni che vanno raccontate, per mettere in evidenza i pregiudizi italiani. E africani. Poi, numericamente, è di gran lunga l’immigrazione più abbondante. Mi sembrava un romanzo necessario, visto che nessuno scrittore italiano se n’era mai occupato, nonostante ognuno di noi, ogni giorno, abbia a che fare con queste persone».

  • Il suo libro parla dell’amicizia tra un italiano e un congolese. A quali patti è possibile un incontro tra culture diverse?

«A patto di essere disposti a cancellare tutto quello che, di buono o di cattivo, si pensi dell’altro. Così come l’altro, va da sé, deve cancellare quello che pensa di noi. Perché di solito entrambi i pensieri sono sbagliati, avvelenati dai preconcetti. E, dopo la cancellazione, occorre ascoltare e ragionare. Con pazienza».

  • Come definirebbe il protagonista, Sandro?

«Un brav’uomo, un bravo padre di famiglia. Una persona che crede negli altri e vuole loro bene. Ma avvelenato dal paternalismo della vecchia sinistra nei confronti degli immigrati, disposto a tutto per compiacerli o migliorarne la condizione di vita. Come se dovesse espiare una colpa ancestrale verso di loro».

  • Quali sconvolgimenti determina in Sandro l’incontro con l’"altro"?

«A forza di essere messo davanti all’evidenza che l’altro, e l’africano in particolare, non è quell’angelo rivoluzionario che sistemerà i corrotti costumi della civiltà occidentale, Sandro pian piano arriverà a mettere in dubbio il proprio atteggiamento buonista e paternalista. Finalmente, grazie al contatto quotidiano con gli africani, grazie alla volontà di instaurare con alcuni di loro un’amicizia davvero piena di amore, riuscirà a ricollocarli sul piano giusto: quello di persone qualunque. Con le quali avere a che fare usando rispetto, e concedendo loro al cento per cento i diritti che meritano. Ma anche pretendendo lo stesso rispetto, e accantonando la disponibilità a mettere da parte i valori che l’Occidente ha sviluppato dal secondo dopoguerra a oggi».

  • Come è nato il suo interesse di scrittore per la realtà dell’immigrazione?

«Vivendoci fianco a fianco da decenni. Stringendo affetti, amicizie. Osservando da vicino, e indignandomi, le differenze di trattamento riservate a un cittadino di pelle nera. E, allo stesso tempo, provando sulla mia pelle tutti i preconcetti e il disprezzo che un africano può provare per un bianco».

  • Quali sono i pregiudizi che lei riscontra essere più diffusi da parte degli italiani sugli extracomunitari?

«Credo che li si possa riassumere come mancanza di considerazione (e dunque di rispetto). Molti italiani "vogliono bene" agli immigrati (specie se parliamo di africani, per via di tutto un immaginario costruito su documentari pietistici e riviste missionarie), ma è quel bene riservato al povero ragazzo che ha tanto sofferto, perché viene da un Paese povero e meno fortunato. Questa è l’idea che ce ne facciamo e che manteniamo: poveracci, con una specie di tara socio-economica ereditaria. E dunque ci rivolgiamo a loro pensandoli come tali, con pietà, bontà zuccherosa, e un atteggiamento caritatevole. Questo atteggiamento l’italiano medio lo assume sia se chi ha davanti è davvero un poveraccio appena arrivato a nuoto a Lampedusa, sia se è un medico laureato alla Statale di Milano. Quando poi il nostro interlocutore nero risponde piccato, perché lo si considera un minus habens, quando ci accorgiamo che guadagna più di noi, che ha una macchina e una casa più bella delle nostre, allora ci sentiamo presi in giro, umiliati, perché sorpassati dagli ultimi del pianeta, e dall’amore caritatevole si passa al rancore. Se non all’odio».

  • Esiste anche un pregiudizio nei confronti degli italiani che accettano il dialogo e la relazione con altre etnie (ad esempio attraverso i cosiddetti "matrimoni misti", oppure per l’impegno in attività di aiuto e assistenza)?

«Francamente direi di no».

  • Il suo romanzo parla anche di un tema meno noto: i pregiudizi degli stranieri verso noi italiani. Quali sono questi pregiudizi?

«Tanti. Essenzialmente: l’africano vede il bianco occidentale come colui che al sacro preferisce il profano. Questa mancanza di sacralità è vista come l’origine di tutto ciò che al mondo è male, e che affligge l’europeo. Che dunque è perverso, malato, crudele, capace di ogni nefandezza in campo morale. Vorrei sottolineare che queste cose (che pure ho provato tali e quali sulla mia pelle) non me le invento io, ma le scrivono rispettatissimi intellettuali africani emigrati in Europa. Così come io le ho riassunte, queste affermazioni (ovviamente criticate e non avallate) le ho lette in un saggio dello scrittore togolese Sami Tchak (che vanta un dottorato in sociologia alla Sorbona). E credo che da qui sia facile capire le ragioni del disprezzo (talora dell’irrisione) di alcuni dei valori sociali dell’Occidente (per esempio l’esercizio della democrazia). D’altro canto, l’africano invidia e ambisce alla ricchezza occidentale e ai suoi simboli (macchine, vestiti, case, accessori), che sono il motore del fenomeno migratorio. Da questa ambizione e disprezzo può nascere un vero e proprio conflitto: a meno che non ci si spieghi, che non si mettano le cose in chiaro, che non si parli e si ribadiscano i nostri valori».

  • Quali sono i suoi scrittori di riferimento?

«Ho alcuni "scrittori-feticcio", la cui influenza su questo romanzo specifico credo sia però evidente: me li porto ormai nel mio Dna, e hanno influenze non facilmente estrinsecabili su ciò che scrivo. Sono lì, a monte di tutto, dentro una matrice creativa dove ci sono io come elemento principale, e loro come humus che si è trasformato in carburante, in energia grezza e indistinta da usare per mandare avanti la macchina della scrittura. Se dovessi fare i loro nomi dire: PierVittorio Tondelli, Bret Easton Ellis, Michel Houellebecq, Gilberto Severini, Hanif Kureishi, James G. Ballard».

Roberto Carnero

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