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Vampiri? Sì, ma che siano di qualità!

di Massimo Romano
  


   Letture n.657 maggio 2009 - Home Page

Occorre andare oltre la moda del momento e dei best-seller targati Stephenie Meyer per riscoprire la tradizione letteraria legata a vicende di vampiri. Due recenti romanzi ci portano in questa direzione.
   

I vampiri sono di moda, dalla letteratura al cinema al fumetto. Ci sono quelli finti, taroccati, e quelli storici, autentici, quelli asettici e profumati e quelli terrificanti. Tra i classici, dopo Il vampiro (1819) di John Polidori, ritratto impietoso e deformante di Lord Byron, Joseph Le Fanu crea in Carmilla (1872) il primo vampiro femminile, ispiratore di Dracula (1897) di Bram Stoker, forse il più celebre testo di letteratura vampiresca, che diventerà una preziosa miniera per il cinema, dando luogo a film di grande qualità. Citiamo il capolavoro assoluto Nosferatu (1922) di Murnau, Dracula (1931) di Browning e Vampyr (1932) di Dreyer nell’area dell’espressionismo tedesco, mentre in epoca più recente segnaliamo Nosferatu il principe della notte (1978) di Herzog, Dracula di Bram Stoker (1992) di Coppola e il parodico e divertente Per favore… non mordermi sul collo! (1967) di Polanski.

Sono appena usciti due romanzi molto diversi tra loro per qualità letteraria e taglio narrativo, che hanno in comune, almeno in senso lato, l’appartenenza al genere poliziesco, il giallo, e la presenza dei vampiri: Un luogo incerto (Einaudi, traduzione di Margherita Botto, pagg. 391, euro 18,50) di Fred Vargas e Il vampiro di Ropraz (Fazi, traduzione di Maurizio Ferrara, pagg. 91, euro 14,00) di Jacques Chessex, arricchito da una bella prefazione di Daria Galateria.

Numero 1 best-seller in Francia nel 2008, come recita la fascetta di copertina, il romanzo della Vargas è balzato ai primi posti delle classifiche anche in Italia. L’autrice, cinquantenne archeozoologa che usa uno pseudonimo, ispirato dal personaggio interpretato da Ava Gardner nel film La contessa scalza (1954) di Mankiewicz, ha già pubblicato una dozzina di polizieschi. Il penultimo, apparso in italiano lo scorso autunno, Un po’ più in là sulla destra, a parte la meccanicità del finale, piuttosto deludente, è un romanzo affascinante soprattutto per l’ambiente, le panchine di Parigi e un villaggio brumoso della Bretagna, un’atmosfera che cattura il lettore come certi romanzi di Simenon. Un luogo incerto è invece un libro spettacolare, a forti tinte, pieno di colpi di scena, ma con scarsa tensione, uno scioglimento macchinoso (il solito difetto della Vargas), personaggi strambi e una trama troppo intricata e improbabile per essere credibile.

Il commissario Adamsberg deve risolvere due situazioni agghiaccianti, che non sembrano avere nessun collegamento tra loro: la presenza di diciassette scarpe, con dentro i piedi, mozzati sopra la caviglia, davanti al cancello del cimitero londinese di Highgate, e il rinvenimento del corpo di un vecchio giornalista, Pierre Vaudel, sparpagliato e triturato in quasi cinquecento frammenti, in un villino alla periferia di Parigi. Con l’aiuto di una squadra di poliziotti maldestri e bizzarri e il suo vice, il coltissimo Danglars – nome di un personaggio del Conte di Montecristo di Dumas – Adamsberg, che ha un intuito formidabile e possiede doti particolari, come quella di riconoscere diversi tipi di sterco di cavallo, per risolvere il caso si reca a Kisiljevo, un villaggio serbo sulla riva del Danubio, dove c’è la tomba di Peter Plogojowitz, morto nel 1725 e diventato un famoso vampiro, di cui discettarono anche Voltaire e gli illuministi francesi. Un’altra scena forte è quella in cui il commissario viene sorpreso da Zerk, lo spappolatore, il misterioso assassino, e chiuso in una tomba, con la bocca sigillata e i piedi legati, tra le bare del cimitero.

Meno spettacolare, ma di qualità letteraria nettamente superiore – e forse per questo non entrato nelle classifiche dei più venduti... – è Il vampiro di Ropraz di Jacques Chessex, uno svizzero francese nato nel 1934, che con L’orco (1973), un autentico capolavoro, vinse l’anno successivo il Premio Goncourt. Lo scrittore ultrasettantenne in meno di cento pagine racconta una storia vera, agghiacciante, tratta dalla consultazione dei giornali dell’epoca e delle carte del processo, una storia ancora oggi sepolta nel mistero.

La vicenda si svolge a Ropraz, nel cantone di Vaud della Svizzera francese, nel febbraio del 1903. Un paese di montagna, calvinista, abitato da qualche centinaio di anime, un luogo di ossessioni e malefici, di lupi e di suicidi nel fienile, di solitudine e di follia. Rosa Gilliéron, una bella ragazza ventenne, figlia di un giudice di pace, muore di meningite. Due giorni dopo la sua sepoltura un boscaiolo va al cimitero e trova la fossa vuota e la bara manomessa: il corpo della ragazza è stato violentato e poi sminuzzato, il cuore è scomparso e si notano morsi visibili sul collo. Pochi mesi dopo altri due cadaveri di fanciulle vengono violati nella tomba. Si diffonde la paura del vampiro, l’incubo del mostro.

Viene arrestato un giovane garzone di fattoria, Favez, con un’infanzia terribile per le violenze a cui è stato sottoposto. Non ci sono prove nei suoi confronti, al di là che è stato compagno di scuola di Rosa e le ha rivolto qualche sguardo di troppo. Quando viene liberato, rischia il linciaggio da parte dei valligiani, che hanno bisogno di un capro espiatorio. Favez tenta di violentare una vedova e torna di nuovo in carcere. Una misteriosa donna in bianco paga il guardiano per incontrare il detenuto in cella e avere incontri intimi con lui. Al processo viene condannato all’ergastolo, ma nel 1915 riesce a fuggire e si arruola nel battaglione della Legione straniera, comandato dal caporale svizzero Blaise Cendrars (1887-1961), che diventerà un importante scrittore viaggiatore e, ironia della sorte, scriverà un libro su un pazzo squartatore di ragazze, Moravagine (1926). In uno scontro con i tedeschi Favez viene ucciso e Cendrars perde il braccio destro, episodio che gli ispirerà il romanzo La mano mozza (1946), potente testimonianza sulla Grande Guerra.

Chessex sa descrivere con un linguaggio forte, asciutto e nervoso, il clima di orrore, di disfacimento morale in cui sono immersi questi montanari, che vivono nella promiscuità, tra incesti, violenze sugli animali e alcol, per dimenticare la miseria e l’infelicità. La storia presenta dei risvolti grotteschi che vanno al di là del giallo. Del resto, non si tratta neppure di un giallo classico, perché il caso rimane insoluto. L’autore, che abita a Ropraz da trent’anni, con i soldi del Premio Goncourt si è comprato una casa proprio accanto al cimitero della profanazione. Paradossale e quasi incredibile il commento finale di Chessex: secondo ricerche recenti, basate sull’analisi del Dna, i resti del milite ignoto, estratto a sorte e collocato sotto l’Arco di Trionfo di Parigi, apparterrebbero a Favez, che di eroico non ha nulla.

Se nella Vargas il vampiro sembra un pretesto per distogliere il lettore dai sospetti sul vero assassino, in Chessex il vampiro non si trova, è più il frutto di una paura collettiva che una presenza reale.

Massimo Romano

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