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N. 4 aprile 2007
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Con
Maria nel nuovo millennio di STEFANO DE FIORES Mariologia
in dimensione estetica «Se mai
un momento della vita merita d’esser vissuto dall’uomo, è quello
che egli vive quando contempla la bellezza in sé» (Platone, Simposio,
211d). A quanto pare, padre Piersandro Vanzan coglie nel segno quando osserva che i mariologi, posti da Paolo VI dinanzi alla via pulchritudinis (la via della bellezza) come approccio alla figura di Maria, si trovano oggi «di fronte a un compito di pionieri e in un momento storico non facile». La difficoltà è data dalla proposta di Paolo VI, che verosimilmente non intende richiamare l’importanza pastorale dell’arte sacra concernente la Madonna, ma proporre la via pulchritudinis «come luogo teologico, quasi itinerario parallelo e complementare, non alternativo, rispetto alla classica via veritatis (la via della verità)». Compito arduo: se la via pulchritudinis, senza escludere l’arte, deve in qualche modo dirla, per potersi inserire nella sinfonia teologica, siamo davanti a un’estetica.
Ma quest’ultima è una teoria del bello, il quale non può prescindere dalla sua percezione, ossia dal sensibile. La pista sembra dunque quella di una teologia che metodologicamente non astragga dalla sensibilità, ma, valorizzandola, arricchisca ulteriormente la tradizione secolare. Con l’avvertenza, infine, di non confondere la "teologia della bellezza" con quella estetica. La novità della richiesta di Paolo VI sta nel fatto che non basta più stendere un capitolo sulla bellezza di Maria, come hanno fatto tanti manualisti di mariologia del passato o altri teologi che sono giunti ad elaborare una teologia di tale bellezza (teologia del genitivo), ma di assumere la via pulchritudinis come dimensione della mariologia, facendola entrare nel suo statuto epistemologico, non come l’unica via ma come una delle tante che la teologia va scoprendo.
Maria modello dell’attesa A questo proposito ci troviamo di fronte a una necessaria divaricazione di giudizio tra teologia/mariologia orientale e occidentale. L’Oriente – come osserva George Gharib – «per parlare di Maria si affida alla penetrante intuizione del sentimento più che alle definizioni razionali» e si esprime nelle icone e nella liturgia, facendo una teologia "bella", «ma indiscutibilmente difficile da fissarsi secondo le necessità di una rigorosa riflessione teologica». Per quanto riguarda l’Occidente invece, anche se è innegabile «un cammino di avvicinamento al mistero della Madre di Dio che non seguisse la via strettamente speculativa, ma che accogliesse le intuizioni degli artisti e l’esperienza sensibile dei credenti», dobbiamo dare ragione a Colzani circa il vuoto di una sensibilità estetica nei trattati di mariologia, caratterizzati da «una prevalenza di razionalità argomentativa non sempre in grado di cogliere questa dimensione estetica e, nemmeno, di rendere pienamente ragione alla sua radicazione liturgica e popolare». Riferendomi a un mio articolo d’indole storica su "La via pulchritudinis nella mariologia postconciliare", mi sento di ribadire il giudizio allora espresso circa lo "sforzo notevole" compiuto dagli studiosi nella linea indicata da Paolo VI «per precisarne il significato sia in linea metodologica che contenutistica».
Tale giudizio si rafforza dopo la pubblicazione degli atti dei due precedenti convegni Ami (Associazione mariologica interdisciplinare italiana), che offrono abbondanza di spunti e approfondimenti sulla difficile problematica, completando i contributi delle altre società mariologiche. Appoggiati a questi studi non partiamo dal nulla, anzi possiamo usufruire in particolare dell’articolo vasto, interessante e chiarificatore di Alfonso Langella dal titolo analogo alla mia relazione. Il mio intento consiste nel valorizzare le basi o interpellanze precedenti, cercando però di allargare il discorso e soprattutto di precisarlo e svilupparlo, sia dal punto di vista metodologico che dall’ottica contenutistica. L’apporto più difficile ma necessario sarà l’elaborazione della via pulchritudinis in dialogo con la modernità e con la post-modernità, uscendo dal generico e pervenendo a un’accettabile teoria del bello in chiave attuale. Tenterò infine un abbozzo di mariologia estetica in actu.
L’estetica nello statuto epistemologico della mariologia Per comprendere la portata e il significato della via pulchritudinis bisogna situarla nell’insieme della metodologia mariologica maturata a partire dal concilio Vaticano II. Ora è risaputo che le vicende della mariologia post-conciliare sono approdate a un chiaro risultato: ad acquisire sul piano teoretico i due poli costitutivi dello statuto epistemologico, quello storicosalvifico che implica l’abbandono del metodo deduttivo invalso nella mariologia sistematica a partire da Suárez-Nigido fino al Vaticano II, e quello ermeneutico, che adotta metodi attuali concernenti la scienza del linguaggio, il rapporto con la filosofia e le scienze umane (interdisciplinarietà), la narratologia, l’uso del simbolismo, l’approccio estetico: «Questi strumenti permettono di superare una certa ingenuità metodologica di tipo fondamentalista, ma soprattutto aiutano ad impostare un discorso mariologico più rigoroso e più adeguato alla cultura del nostro tempo, conferendo a Maria un più evidente significato teologico e vitale». Il duplice approdo della mariologia postconciliare, da una parte alla storia della salvezza e dall’altra all’ermeneutica inglobante vari approcci culturali, significa che, tra le varie tipologie del fare teologia oggi, essa prende le distanze dalle teologie neo-barthiane, che si preoccupano «dell’identità della fede cristiana e della specificità del discorso teologico», ma rischiano di rifiutare le mediazioni culturali.
La mariologia si colloca invece, seguendo il concilio Vaticano II nel suo dialogo con il mondo contemporaneo, nell’ambito di una teologia correlativa che fa emergere la «rilevanza del discorso cristiano sulla realtà esistenziale, antropologica, culturale ed esperienziale umana». La mariologia è dunque un’ellisse tra due fuochi o poli necessari, da correlare e armonizzare: la rivelazione circa Maria e la cultura. Si è infatti sempre più convinti con Giovanni Paolo II che «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».
Una seconda conseguenza riguarda l’impostazione della mariologia, che non può più procedere soltanto sulla via veritatis (con l’aiuto della filosofia), ma deve percorrere anche la via pulchritudinis (dimensione estetica), la via narrationis (teologia narrativa/narrante), la via significationis (semiotica), la via interdisciplinarietatis (scienze umane), la via spiritualitatis (mistica e ortoprassi anche sociale), la via inculturationis extra-europaea (globalizzazione). Realtà interdipendenti Notiamo che si tratta di vie o dimensioni che contengono sempre una verità, ma non sono riducibili ad essa, pena la perdita del proprio apporto specifico. Così la mariologia narrativa/narrante, che consiste nelle analisi del materiale narrativo della tradizione biblico-ecclesiale su Maria e quindi in un racconto mariologico procedente dall’esperienza, non può essere omologata alla teologia veritativa poiché il racconto non si lascia ridurre all’idea. Similmente la mariologia estetica non può ridursi a uno strumento per raggiungere la verità su Maria, perché perderebbe la propria specificità.
Come ha chiarificato Langella, la relazione tra la via veritatis e lavia pulchritudinis non può essere di opposizione, né di affiancamento, ma d’inclusione o meglio di reciprocità pericoretica. Soluzione inoppugnabile, qualora si voglia evitare la confusione o la separazione tra i vari approcci e al tempo stesso mantenere la distinzione tra di essi e l’unità dello statuto epistemologico. Questo rapporto vale anche per le altre vie sopra elencate, in particolare per la via narrationis, che è affine alla via pulchritudinis in quanto sorge anch’essa dall’esperienza e propone una doppia fase: quella della mariologia narrativa, cioè esperta in analisi narrative della tradizione biblico-ecclesiale, e quella della mariologia narrante che supera il monopolio della teologia argomentativa assumendo la forma fondamentale del racconto.
Possiamo introdurre la medesima distinzione nella via pulchritudinis applicata a Maria, discernendo una mariologia estetica critica (specialistica, virtuale), ossia sensibile al bello ed esperta nell’interpretazione dell’immenso materiale estetico e artistico del patrimonio ecclesiale, e una mariologia estetica in actu (operativa, reale), tipo quella realizzata dalle icone orientali, che valorizza la dimensione della bellezza. Le due funzioni non sono separate tra di loro, ma quella in actu include quella critica. Stefano De Fiores |
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