Madre di Dio

 

N. 5 maggio 2007

  Maria nell'arte miniata - 5

  Un’esperienza intensa del Risorto, con Maria

Amici lettori

Che cos’è la bellezza?
    
Stefano De Fiores

Alle nozze di Cana Gesù mostra la sua gloria
    
George Gharib

L’Assunzione di Maria al cielo
    
Bruno Simonetto

Il valore autentico del rosario
    Giuseppe Daminelli

Fatima: Maria coinvolta nella storia
  
 Domenico Marcucci

L’anima mariana dell’apostolato
    
Alberto Rum

Messori e Ipotesi su Maria
    
a cura di Riccardo Caniato

La prima missione di Gesù per mezzo di Maria
    
Sergio Gaspari

Maria, Madre-vergine
    Simone Moreno

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

 Seguimi: una comunione di persone
    
Maria Di Lorenzo

In Libreria

Nella Famiglia Paolina
   
Don Giacomo Alberione

Santuari mariani d'Europa

 

Madre di Dio n. 5 maggio 2007 - Copertina

 Con Maria nel nuovo millennio

 
di STEFANO DE FIORES

Che cos’è la bellezza?
   

«Il mondo postmoderno sembra riscoprire la categoria del bello, che, più del vero e del buono, non si presta a essere monopolizzato dall’ideologia». Alcuni elementi di una riflessione sulla bellezza.
  

Per comprendere la via pulchritudinis nella sua specificità non possiamo ignorare il grosso problema teoretico: che cos’è il bello? Tanti studiosi di diverse estrazioni lo hanno affrontato onestamente, offrendo però delle risposte diverse e non sempre convergenti né convincenti.

La risposta impossibile della modernità

Franco Restaino, nella sua ampia disamina del bello lungo la storia della filosofia occidentale (Storia dell’estetica moderna, Utet 1991), ha dato l’impressione di rimanere sorpreso (e incuriosito) per il ritorno della tematica della bellezza che gli esiti di tale storia non contemplano. Egli non risponde alle domande fondamentali perché convinto sia della fine del sacro sia della fine del bello. Conclusioni ambedue evidentemente inaccettabili perché cozzano con il dato di fatto di un duplice revival sia del sacro sia del bello, anche sotto l’influsso del postmoderno, che affida all’estetica la funzione svolta dalla filosofia e dalla scienza.

L’emergere del bello può essere trascurato e relativizzato, ma non negato: «Nel mondo intellettuale dell’Occidente all’alba del terzo millennio si riscontra una nuova tensione verso i temi dell’estetica. Il mondo postmoderno sembra riscoprire la categoria del bello, che, più del vero e del buono, non si presta a essere monopolizzato dall’ideologia».

Lo stesso si dica dell’arte (anche se talvolta si occupa del bello soltanto in senso tangenziale), per la quale oggi esiste «un’attenzione senza precedenti [...] sia da parte degli artisti, sia da parte dei mediatori artistici e dei fruitori d’arte», a motivo delle funzioni significative di cui si è caricata nei tempi più recenti. Con ogni verosimiglianza sia il sacro che il bello appartengono talmente al patrimonio dell’umanità da sottrarsi alla manipolazione e al potere dell’ideologia e delle stagioni culturali.

Ciò non esclude che nel nostro tempo ci sia una crisi, una tragica eclissi della bellezza. Infatti oggi la parola bello «risuona ancora», osserva Geneviève Hébert, «ma suona vuota, in mancanza di un concetto preciso». Questa constatazione non impedisce comunque di cogliere elementi significativi per dialogare con la modernità.

La Vergine dona la cintola a san Tommaso, di Bartolomeo Della Gatta, 1475, Cortona.
La Vergine dona la cintola a san Tommaso, di Bartolomeo Della Gatta, 1475, Cortona.

Ritorno ai trascendentali

Una corrente consistente, dinanzi alla confusione della filosofia contemporanea, propone il ricupero della filosofia scolastica o aristotelico-tomista con la dottrina dei trascendentali, che interpretano la realtà come unum (uno), verum (vero), bonum (buono), tutti e tre coronati dal pulchrum (bello).

Giorgia Salatiello sottolinea «la definizione che Tommaso fornisce della bellezza, alla cui esistenza devono concorrere tre elementi, ovvero l’integrità, la proporzione e la chiarità»; essa «compete, innanzitutto, all’esse ipsum e, quindi, per partecipazione agli enti finiti». Con Aniceto Molinaro, l’autrice evidenzia «l’intrinseco nesso che unisce la bellezza con l’unità, la bontà e la verità».

Anche Sante Babolin muove le sue riflessioni nell’ambito scolastico in quanto chiarisce «l’originalità ontologica del bello» come «connotazione dell’essere», «sintesi-sinergia degli altri trascendentali», percepibile non da una specifica facoltà estetica ma «mediante il concorso simultaneo dei sensi e dell’intelletto, degli istinti (desideri) e dell’affettività (volontà)». Il bello è tomisticamente «ciò che, visto, piace»: ossia «si realizza nell’uomo come fusione di visione e di gaudio».

È soprattutto Piersandro Vanzan ad avvertire l’urgenza di un’intesa sulla nozione/categoria del bello, proponendo in modo nuovo la riflessione sui trascendentali classici (verum, bonum, pulchrum) e «riscoprendone l’intrinseca tri-unità, perché i tre confluiscono nell’unum – come già dicevano i medievali, per analogia col Padre, il Figlio e lo Spirito: tre persone ma un solo Dio». Egli avanza anche l’ipotesi del «primato del bello» in quanto aureola o splendore del buono e del vero.

Dobbiamo ammettere con Restaino che l’estetica moderna ha superato la posizione di Hegel con una svolta a favore del soggetto, che è la caratteristica irreversibile della modernità. Con essa si è sforzato di dialogare Jacques Maritain, dopo il celebre Art et scholastique (1919), ne L’intuizione creativa nell’arte e nella poesia, dove assimila l’intuizione poetica quale «attuazione prima della libera creatività dello spirito», pur rimanendo ancorato all’intellettualismo e quindi nell’impossibilità di apprezzare l’arte moderna. Per lui infatti «la sostanza nascosta dell’intuizione creatrice» è l’essere e la sostanza stessa dell’artista, nonché «l’intelligenza di se stesso». La bellezza estetica è «la bellezza trascendentale di fronte al senso impregnato d’intelligenza».

In dialogo con la modernità

Nonostante le posizioni neoscolastiche, e altre che rifiutano o relativizzano il confronto con il mondo contemporaneo, la scelta epistemologica da noi fatta nella fedeltà al Vaticano II ci impedisce di accantonare il preciso impegno d’inculturazione, necessario alla Chiesa per esigenze interne e per la sua missione.

Se volessimo adeguarci al fatto che l’inculturazione è un meccanismo automatico, come emerge dalla storia della teologia e della mariologia, non ci potremmo però esimere dall’incorrere nei rischi dell’infeudazione e del sincretismo: pericoli che si evitano assumendo responsabilmente il processo d’inculturazione. Il dialogo con il mondo contemporaneo dev’essere condotto a tutti i costi, pena il tagliarsi fuori dalla storia e dalla cultura, cioè dalla vita.

Se ci chiediamo quali siano i punti di contatto con la cultura estetica odierna, al di là della risposta negativa di Restaino, troviamo nel suo testo almeno un’importante precisazione circa il bello nell’epoca moderna fino ai nostri tempi, tale da permettere un dialogo con la cultura contemporanea. Essa concerne il dato acquisito dell’entrata del soggetto nella costituzione dell’arte e del bello: «La soggettività come base della produzione, della valutazione e della fruizione estetica, è ormai una conquista che non verrà più perduta dagli artisti, ma anche dai fruitori e dai critici. Essa produce un bello per così dire "virtuale", nel senso che non è più negli oggetti (Medioevo) o nelle opere d’arte (Rinascimento), ma è nell’accordo, che può essere anche precario e non durevole, fra gusto dell’artista e gusto del fruitore, del critico, del committente o acquirente».

Questa acquisizione conduce a una valorizzazione non solo di Immanuel Kant, ma pure di Benedetto Croce, il grande rappresentante dell’estetica idealista, che ha divulgato nel mondo culturale la concezione dell’arte, irriducibile ad altre forme dello spirito, come creazione o intuizione lirica che traduce il sentimento in immagine.

Nello stesso tempo la soggettività ci costringe a superare o almeno a reinterpretare la dottrina scolastica sul bello e sui trascendentali, in quanto palesemente oggettivante e senza adeguata attenzione alla parte essenziale svolta dal soggetto nella costituzione della bellezza e dell’arte che la produce.

Annunciazione di Donatello (1435).
Annunciazione di Donatello (1435).

Qui ci troviamo d’accordo con Gianni Colzani e Alfonso Langella quando valorizzano in chiave estetica il sentimento, meno invece con coloro che stendono su di esso il velo del sospetto e il verdetto dell’ostracismo. Il primo invita a «superare l’imbarazzo filosofico di fronte agli affetti ed alle emozioni in una nuova antropologia» e «a ridiscutere una concezione negativa del pathos come indegna della persona ed una considerazione delle emozioni come impedimenti per uno stile razionale di vita»: «In realtà l’energia degli effetti, oltre che forza di vita, è anche capacità di unificazione dell’eterno e del tempo, del significato e del mistero, del metafisico e del vissuto. Il pathos non esprime una degradazione della vita della persona ma una partecipazione, eticamente qualificata: dice la forza e l’amore con cui una persona vive. Costruita su questi presupposti, l’estetica mariana genera una mariologia irraggiante, comunicativa, suasiva: una mariologia iconica nella quale appare la grandezza e la bellezza dell’opera di Cristo».

Il sentimento e le emozioni

Da parte sua, Langella osserva la priorità della sensazione sull’attività intellettiva, su cui si fonda la via pulchritudinis, che «privilegia necessariamente il rapporto con l’esperienza sensibile, prima che con il concetto astratto» per cui «la contemplazione della bellezza, in opposizione alla riflessione sulla verità, annuncia il primato del vissuto sul conosciuto».

Citando una corrente teologica che ricupera l’emozione sul registro dell’amore come fonte di conoscenza estetica, Langella spezza una lancia a favore del sentimento nonostante il rischio dell’esagerazione: «L’esperienza estetica è percepita attraverso il sentimento, le emozioni, le sensazioni che determinano uno sconvolgimento violento o un sereno modificarsi dell’animo. Al di là dei pregiudizi che in generale la teologia ha nutrito nei confronti dell’emozione, emarginata dal pensare teologico e relegata alla sfera del femminile e del popolare, il suo ruolo è stato presente, come un filo sottile, nei geni della teologia, che, in qualche modo, sono giunti quasi a giustificare le stesse esagerazioni che la via del sentimento, che è la via dell’amore, produce nei confronti della verità».

Dobbiamo tuttavia osservare che non è il soggetto in se stesso, né qualsiasi sentimento a costituire il bello. Già Alexander Baumgarten non identificava l’estetica con la percezione sensibile tout court, poiché «Aesthetices finis est perfectio cognitionis sensitivae, qua talis. Haec autem est pulchritudo» (il fine dell’estetica è la perfezione della conoscenza sensibile. Questa poi è la bellezza).

La bellezza non equivale a qualsiasi conoscenza sensoriale, ma solo a quella che Baumgarten chiama perfetta, cioè corrispondente a certi requisiti che occorrerà precisare.

Stefano De Fiores