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N. 6 giugno 2007
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Con
Maria nel nuovo millennio di STEFANO DE FIORES Dio bellezza
infinita Solo Dio è veramente bello e in lui si
trova la vera e unica bellezza. Quella di Dio è la «bellezza tanto
antica e sempre nuova», ricercata da Agostino nel suo amore purificato
dalla conversione. Con il richiamo alla sensibilità, al sentimento e all’emozione, non siamo ancora arrivati allo specifico del bello e dell’arte. Rimane la domanda che si faceva François Mauriac: «Potrò mai conoscere cos’è la bellezza?». Molto prima di lui sant’Agostino s’interrogava in modo più articolato: «Anzitutto chiederò se le cose sono belle perché piacciono o se piacciono perché sono belle». Il teologo Gianni Colzani ripropone l’interrogativo in termini attuali: «Sta qui il nodo della questione estetica moderna: il bello ha a che fare con la realtà o no?». Mentre la scolastica e lo stesso Agostino rispondono che la bellezza è oggettiva, la filosofia moderna a partire da Kant pensa che essa non è una proprietà delle cose, ma risiede nella soggettività. Pur ammettendo che il giudizio sulla bellezza è libero da ogni norma, Kant sfugge all’arbitrarietà e alla bizzarria del gusto stabilendo almeno tre criteri per l’esperienza del bello: il disinteresse, per cui il godimento estetico prescinde da finalità possessive o fruitive ed è un’esperienza di gratuità; l’universalità, in quanto non si tratta di gusto individuale ma di un giudizio generalmente condiviso (è implicito il consenso con tutti o con un gruppo), e il riferimento all’individuale, all’oggetto singolo, per cui la sensazione estetica si distingue dal concetto che riguarda la conoscenza scientifica generale. Pertanto il bello è ciò che piace in modo disinteressato, universale e non riducibile al concetto. Non è dunque qualsiasi esperienza o il puro sentimento a costituire la dimensione estetica della mariologia, ma quel tipo di sentimento del piacere gratuito, ammirativo, emozionale, non determinato da interesse, condiviso o condivisibile da molti e autonomo.
Il bello: evento aperto al mistero Da che cosa sia prodotta la caratteristica esperienza del bello o il preciso sentimento estetico non è detto dalla modernità: «La bellezza basta a se stessa; è la propria giustificazione». A questo punto Geneviève Hébert si sente obbligata a riconoscere «il carattere straordinario, incomprensibile, irrazionale» dell’emozione estetica, tanto che alcuni filosofi cedono alla constatazione, per lo meno sorprendente per discepoli della ragione, dell’ineffabile o dell’indicibile. Il bello sarebbe più un mistero che un enigma (un enigma si risolve mediante un’investigazione strettamente razionale). Socrate, nell’Ippia Maggiore, non può arrivare a una conclusione sul bello, che resta concettualmente un’aporia. Nel Convito (210a- 212a) Platone usa il vocabolario religioso dei misteri: il bello è quell’evento miracoloso che ci commuove al di là di ogni ragione. Sulla medesima scia si muove Sergio Givone, che si concentra sul fatto che il bello "accade" così come capita di innamorarsi, sicché «nessuna formula, per quanto esatta, contiene il segreto del bello». E, in quanto origine, la bellezza è accadimento, evento. Per dirla in linguaggio platonico: non è «né questo né quello», ma è. La bellezza non può essere identificata con questo o con quello. Infatti tutto può essere bello. Senza contare che la bellezza non può essere definita da questo e da quello. Quando il bello c’è, c’è: si lascia riconoscere, e questo riconoscimento, che pure è vincolante e persuasivo, ha immancabilmente il valore di una sorpresa. La stessa meta è raggiunta da Dostoevskij ne I fratelli Karamazov allorché descrive la bellezza come «una cosa terribile e paurosa, perché è indecifrabile e definirla non si può, perché Dio non ci ha dato che enigmi», quindi come "un mistero". Tale possibile esito anche della teoria estetica kantiana, che approda alla considerazione del bello come evento e mistero, dono ed esperienza di trascendenza, incontro e attuazione di virtualità, è una conquista che non mancherà di produrre effetti benefici in teologia e in mariologia. Ci sembra tuttavia che l’evento bellezza, pur ineffabile in se stesso in quanto non sappiamo come e perché scatta l’esperienza estetica, non sia totalmente irrazionale, almeno in quanto rimanda ad una causa o ad un processo psichico. Possiamo ricercare il quando e recensire dal punto di vista fenomenico i casi e le condizioni in cui si produce l’esperienza di bellezza. Qui si aprono vari sentieri percorsi o da percorrere dagli esseri umani, in particolare nel nostro caso dai cristiani, in vista del godimento estetico. Qualcosa di relativo all’uomo. Troviamo anzitutto la via iconica (=delle immagini) che sperimenta la presenza del divino nella dimensione umana e la fissa nel colore, ma anche la considerazione dei trascendentali che possono essere ricuperati non come qualità statiche dell’essere, ma piuttosto come valori o virtualità capaci di produrre esperienza estetica a contatto con la percezione del soggetto. È la conclusione cui perviene Raoul Gross nella sua tesi su Maritain (L’être et la beauté chez Jacques Maritain, 2001) dove vede l’arte come «uno scranno translucido attraverso il quale traspaiono i trascendentali». Questi sono interpretati come relativi, in quanto per realizzarsi devono «incontrare un soggetto che li percepisca», quindi «niente bello senza una relazione all’uomo, al soggetto che lo percepisca». La bellezza è un’espressione, un volto dell’essere, sebbene sia velata, coperta e, per parlare in termini tecnici, sia in potenza e non sempre attuale.
Gross giunge ad affermare che «è l’uomo a conferire all’opera d’arte come al mondo il loro grado di bellezza», per cui «la bellezza non è un assoluto ma qualcosa di relativo all’uomo», anzi «senza il soggetto recettore, la bellezza in quanto tale non esiste». Ma «la bellezza sfugge al discorso razionale, al puro intelletto per essere percepita dall’emozionale». Così Agostino percepisce la bellezza nell’armonia o unità delle parti convenientemente disposte, o giunge con sua madre all’estasi di Ostia contemplando l’eternità beata. Francesco d’Assisi invece giunge ad invocare Dio: «Tu sei la bellezza!» partendo dalla considerazione amorosa delle creature. Si possono e si devono ugualmente valorizzare come campi di realizzazione del godimento estetico lo spazio e il tempo, cioè l’architettura (gestione del tempio o spazio sacro) e la liturgia (rito, canto, danza, icone…). Similmente la letteratura esprime il lirismo creativo con la poesia, il teatro, il romanzo e la prosa, ricorrendo al simbolismo e a quelle figure retoriche, come il paradosso e l’ossimoro, in grado di suscitare il piacere estetico. Lo scopo (o l’entelecheia) di questi e altri mezzi espressivi rimane sempre lo stesso: provocare un evento estetico, ossia un incontro con la persona o con la comunità che produca un’esperienza di godimento o di stupore disinteressati, cioè l’esclamazione: «Com’è bello!». In conclusione, anche se non si conosce la causa che fa scattare automaticamente l’evento della bellezza, abbiamo individuato dei casi emblematici in cui si attua l’esperienza estetica e che quindi vanno introdotti e valorizzati in mariologia. Apporti della teologia cristiana Come osserva De Santis, la nascente teologia cristiana compie un passo che né Platone né Plotino avevano compiuto, vale a dire la progressiva identificazione di Dio con la bellezza. Dio è la cosa più bella che conosciamo, anzi solo Dio è veramente bello e in lui si trova la vera e unica bellezza, la fonte suprema di ogni bellezza. La bellezza di Dio è la «bellezza tanto antica e sempre nuova», ricercata da Agostino nel suo amore purificato dalla conversione. Ma poiché il Dio dei cristiani è trinitario, «nella Trinità c’è la fonte suprema di tutte le cose, la perfetta bellezza e la beatissima gioia». La bellezza mondana è riflesso di Dio, ma presa in se stessa conduce inevitabilmente alla perdizione. Rimane assodato però l’itinerario più positivo presente nella liturgia latina, secondo cui dalle cose visibili siamo rapiti all’amore di quelle invisibili. Inoltre la Bibbia e poi i Padri hanno colto nell’incarnazione la presenza del Figlio quale «immagine [in greco eikon: icona] del Dio invisibile» (Col 1,15). Pertanto, a differenza dell’ebraismo e dell’Islam che sono religioni della Parola, il cristianesimo «è religione dell’immagine, del corpo e della sensibilità, sul modello del Verbo incarnato». Questo mistero sarà considerato il fondamento sia della liberazione dell’immagine dal rischio dell’idolatria, sia di tutta l’economia sacramentale, ma anche «il punto originario dell’estetica cristiana e quindi di ogni estetica», «l’universale concretum dell’estetica cristiana e, dunque, il principio dell’estetica mariologica». Gesù è «il pastore bello», quello che «dà la vita per le sue pecore» (Gv 10,11), perché in lui «l’amore è disceso in questo mondo sotto forma di bellezza», e come tale si manifesta nella trasfigurazione sul Tabor, dove «ha fatto risplendere la bellezza originaria e già ultima, dell’origine e della fine» alla cui vista Pietro esclamò: «Signore, è bello per noi restare qui!» (Mt 17,4). Stefano De Fiores |
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