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N. 10 ottobre 2007
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Problemi attuali di mariologia di GIUSEPPE DAMINELLI Pietà
popolare e
rinnovamento liturgico Il rinnovamento liturgico ha influito sulla
pietà popolare, e in particolare sul modo di sentire le forme di
devozione mariana consegnateci dalla storia e care alla gente. La sfida è
di saperle purificare e orientare verso la liturgia. Il Direttorio su pietà popolare e liturgia compie cinque anni e, dopo un iniziale interesse, accompagnato da apprezzamenti e critiche, sembra oggi scomparso dall’orizzonte della riflessione pastorale. Questo significa che è stato accolto e "metabolizzato" dagli operatori pastorali e dai fedeli? Secondo la mia personale valutazione, sembrerebbe di no! Significa solamente che ognuno continua a fare quello che ha sempre fatto con la presunzione d’interpretare lo spirito della norma. Ed è proprio su questo che mi vorrei soffermare per una comune riflessione. Il rinnovamento postconciliare, animato dall’idea di restituire al popolo di Dio l’azione liturgica mediante la partecipazione attiva, ha modificato anche il rapporto tra liturgia e devozioni popolari: l’aver ricentrato la preghiera cristiana sull’essenziale, ossia «il sacrificio [eucaristico] e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica» (Sacrosanctum concilium 6), ha avuto delle ripercussioni sulle forme di devozione accessorie. È facile capire che il recupero della portata indispensabile della liturgia per la vita cristiana ha messo in ombra ciò che è facoltativo (appunto le pratiche di devozione e i pii esercizi) e che per lungo tempo era stato inteso praticamente quale espressione rilevante della preghiera. Di fatto la pietà popolare conosce oggi situazioni diverse e atteggiamenti opposti, come la critica esagerata o la difesa a oltranza. In certi Paesi, per situazioni politiche difficili o tradizioni invalse, la pietà popolare è ancora il modo più sentito di esprimere la fede da parte della gente; in altri Paesi è praticamente scomparsa o sono rimaste vive alcune forme legate a particolari giorni e luoghi; in altri, infine, stanno nascendo e sviluppandosi nuove modalità di pietà popolare. I pellegrinaggi e i santuari mariani, tuttavia, non conoscono crisi e insieme alla conservazione di pratiche tradizionali hanno incrementato la dimensione liturgico-sacramentale.
Evangelizzare la pietà popolare La problematica in Italia è più o meno sentita a seconda delle regioni; le processioni e devozioni in occasione di feste patronali non hanno, infatti, mancato di richiamare il pronunciamento dei vescovi nelle regioni meridionali d’Italia, dove sono più vive le tradizioni ereditate da secoli. Il criterio di orientamento fondamentale al riguardo resta il numero 13 della Sacrosanctam Concilium (pienamente accolto dal Direttorio su pietà popolare e liturgia del 2002) dedicato a forme di devozione non liturgiche, descritte come «pii esercizi» o «sacri esercizi». Il fatto che la liturgia sia «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (cf SC 10) non esclude la preghiera privata (cf SC 11) né toglie spazio ai pii esercizi, purché siano conformi alle leggi e norme della Chiesa, soprattutto quando si compiono per disposizione della Sede apostolica; di speciale dignità godono anche i sacri esercizi delle Chiese particolari, che vengono celebrati per disposizione dei vescovi, secondo le consuetudini e i libri legittimamente approvati (cf SC 13). I pii esercizi non hanno lo scopo di sostituirsi alle azioni liturgiche né di mescolarsi ad esse, essendo «la liturgia per natura sua di gran lunga superiore ai pii esercizi»: pertanto, continua Sacrosanctum concilium 13, «bisogna che tali esercizi siano regolati tenendo conto dei tempi liturgici e in modo da armonizzarsi con la liturgia; derivino in qualche modo da essa e ad essa introducano il popolo». Sono questi i principi conciliari, sobri ma preziosi, per valutare e orientare la pietà popolare nei confronti della Vergine, approfonditi nell’Esortazione apostolica Marialis cultus (2 febbraio 1974) e ripresi dalla Lettera della Congregazione per il culto divino Orientamenti e proposte per la celebrazione dell’anno mariano (3 aprile 1987). L’armonizzazione con la liturgia non significa trasformare in espressioni liturgiche (peggio in ibridismi e sovrapposizioni) le manifestazioni della pietà popolare, che hanno uno stile e un andamento proprio, ma il necessario raccordo salvaguardando la differenza e complementarità degli ambiti e dei generi. È indispensabile che contenuti e forme della pietà popolare siano modulati e rinnovati secondo le note (trinitaria, cristologica ed ecclesiale) e gli orientamenti (biblico, liturgico, ecumenico, antropologico) illustrati magistralmente da Paolo VI ai numeri 24-39 della Marialis cultus. La predicazione e la catechesi mariana sono un momento privilegiato per promuovere sia i valori indiscussi contenuti in svariate forme di pietà (religiosità) popolare, sia la loro evangelizzazione e purificazione. La parola chiave: "rinnovare" alla luce del Vangelo e della liturgia La tradizione di novene e tridui preparatori a feste, sorta in periodi in cui i fedeli attingevano scarsamente alla liturgia, ha sostenuto la vita spirituale di generazioni di fedeli. Nel tempo presente, tuttavia, tali pratiche sono ancora un’ottima occasione di catechesi e formazione, ma non devono concorrere con la liturgia, né mescolarsi ad essa. Ad esempio la novena dell’Immacolata non può soppiantare il tempo di Avvento. In tale linea, anche le pratiche dei "mesi mariani" (che si sono sviluppate in Occidente indipendentemente dal ciclo liturgico) debbono sapientemente essere sintonizzate e rinnovate alla luce della liturgia. Ad esempio, il mese di maggio non può che armonizzarsi con il tempo pasquale col quale coincide, ponendo in risalto soprattutto la partecipazione di Maria al mistero pasquale-pentecostale di Cristo e della Chiesa. Lo spirito che ha suscitato il rinnovamento della liturgia deve quindi guidare pure il rinnovamento dei pii esercizi e delle devozioni in onore di Maria, in modo che anche nella pietà popolare traspaia la corretta comprensione della presenza della Madre del Signore nella vita spirituale dei fedeli. La miglior via per rinnovare le forme tradizionali è di impregnarle della parola del Vangelo e di ispirarle alla liturgia; al riguardo, non si può dimenticare che all’abbandono di pratiche tradizionali si è tuttavia accompagnata la fioritura di celebrazioni della parola di Dio su tema mariano. Il recupero dell’ispirazione biblico-liturgica deve portare in qualche modo a rivedere i testi di preghiere e canti popolari rivolti alla Vergine; similmente le processioni, gli ex voto e i gesti di venerazione che caratterizzano momenti e feste in onore di Maria devono risultare espressioni di autentica preghiera che viene dal cuore e incide sulla vita, scevre da esteriorismi, spettacolarità, folclorismo e superstizione. Superato l’oleografico e il devozionalismo, anche le immagini e gli oggetti destinati alla devozione privata o da esporre nelle case dovrebbero rispondere a quanto richiesto da Sacrosanctum concilium ai numeri 124-125 per l’ambito liturgico (rispetto della verità della fede, bellezza, qualità della fattura); non dovrebbe accadere che statue o quadri dettati da devozioni private (soggettive) di qualcuno siano di fatto poste (imposte) in chiesa alla venerazione di tutti. A conclusione, valga quanto scriveva Giovanni Paolo II al n. 18 della Lettera apostolica Vicesimus Quintus Annus (4 dicembre 1988), a venticinque anni dalla Sacrosantum Concilium, indicando anche il rapporto tra liturgia e pietà popolare come uno dei compiti per il futuro: «La pietà popolare non può essere né ignorata né trattata con indifferenza o disprezzo, perché è ricca di valori, e già di per sé esprime l’atteggiamento religioso di fronte a Dio. Ma essa ha bisogno di essere di continuo evangelizzata, affinché la fede, che esprime, divenga un atto sempre più maturo ed autentico. «Tanto i pii esercizi del popolo cristiano, quanto altre forme di devozione, sono accolti e raccomandati purché non sostituiscano e non si mescolino alle celebrazioni liturgiche. Un’autentica pastorale liturgica saprà appoggiarsi sulle ricchezze della pietà popolare, purificarle e orientarle verso la liturgia come offerta dei popoli». Giuseppe Daminelli |
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