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N. 12 dicembre 2007
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Un esperto
di Oriente
di DOMENICO MARCUCCI Arrivederci,
caro padre Gharib! Ci ha lasciati dopo breve malattia, stroncato
da un cancro. Lo avevo visto l’ultima volta in aprile nella mia
parrocchia, per una conferenza sull’immagine di Cristo nella
tradizione cristiana. Nulla lasciava prevedere una fine così imminente. La nostra rivista, la redazione e i lettori debbono tanto a padre George; praticamente negli ultimi vent’anni quasi in ogni numero c’era un suo articolo, che apriva a noi "occidentali" le inesauribili ricchezze teologiche, spirituali, liturgiche e iconografiche dell’Oriente cristiano. La cultura di padre Gharib era stupefacente, frutto anche delle vicende della sua vita. Egli era nato in Siria nel 1930 e apparteneva alla Chiesa melchita, unita a Roma. Tale piccola comunità conservava la liturgia bizantina, in lingua greca. Nel suo villaggio si parlava il siriaco, molto simile all’aramaico, la lingua di Gesù parlata nell’antica Galilea. A scuola ha imparato l’arabo, la lingua nazionale, e anche il francese, perché a quel tempo la Siria era un protettorato francese.
Il lavoro per il breviario bizantino cattolico Poi entrò in seminario, a Gerusalemme, a due passi dalla spianata del tempio. Lì imparò l’ebraico, il greco, il latino, l’inglese. Fu quindi mandato a Roma e ovviamente imparò l’italiano. Di lingue ne conosceva veramente tante. È rimasto sempre a Roma, dapprima impegnato in Vaticano, poi nell’insegnamento (al Marianum e all’Urbaniana) e nell’attività di scrittore. L’incarico avuto dal Vaticano, specificamente dalla Congregazione per le Chiese Orientali, fu quella di preparare il breviario bizantino cattolico, l’equivalente del nostro breviario, ma attingendo dalla liturgia greca. Se la redazione del breviario occidentale è stata un’opera di grande impegno, tanto più lo è stato per quello bizantino, perché la relativa tradizione liturgica è estremamente più ricca. Solo per orientarsi nella vastissima innografia ci voleva un autentico coraggio. Ci sono voluti anni di lavoro, ma padre George lo ha portato a termine con successo. La più grande soddisfazione l’ha avuta quando gli è stato riferito che non pochi membri del clero ortodosso (quindi separati da Roma) utilizzavano i quattro volumi del suo breviario. Non ricordo esattamente quando ha cominciato la collaborazione con la nostra rivista: credo a metà degli anni ’80. Soprattutto è stato un collaboratore prezioso quando abbiamo pubblicato una serie di articoli sulla figura di Maria nelle varie liturgie. Ma egli non solo ha scritto sulla liturgia bizantina, ma anche su quella maronita; e quando non sapevamo a chi chiedere per quella etiopica, egli si è offerto di scrivere, spiegandomi che la lingua liturgica etiopica è di origine semitica, per cui qualcosa si capiva. Poi ha scritto di iconografia, di innografia, di spiritualità, perfino di apparizioni mariane in ambiente orientale.
Ci ha introdotti nel tesoro della cristianità orientale Siamo molto grati a padre George Gharib. Ci ha spalancato una finestra su un mondo per noi sostanzialmente sconosciuto e anche misconosciuto, ma pieno di fascino e di ricchezze inaspettate; non solo, ma gli argomenti da lui trattati ci hanno aiutato a comprendere meglio anche la nostra cultura, dato che l’Occidente deve tantissimo all’Oriente (molto di più di quanto l’Oriente debba all’Occidente). Egli ha arricchito non solo la nostra conoscenza della Vergine Maria, ma anche la nostra preghiera rivolta a lei, mettendo nel nostro cuore e nella nostra bocca pensieri, sentimenti e parole pieni di fascino. Grazie, padre George per aver messo a nostra disposizione i talenti che il Signore ti ha donato e siamo sicuri che i tuoi occhi ora sono aperti pienamente su quella bellezza che tu ci presentavi come elemento fondamentale della tua liturgia e che ci hai fatto intravedere con i tuoi scritti. Domenico Marcucci |
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