![]() |
|
|
|
N. 12 dicembre 2007
|
Fratel Ettore Boschini (1928-2004) di SAVERIO GAETA Un padre per i
poveri «Un gigante della carità odierna che fa onore
al Vangelo»: così il cardinale Martini ha definito fratel Ettore
Boschini. Fin dagli inizi il religioso camilliano elesse la Madonna come
patrona della propria opera a favore degli emarginati. La prima volta che incontrò Giovanni Paolo II, nel gennaio del 1979 in piazza San Pietro, fratel Ettore Boschini gli offrì in dono una statua a grandezza naturale raffigurante la Madonna di Fatima. Era identica a quella che il camilliano portava ovunque con sé, testimonianza visibile di uno smisurato amore per la Vergine. E anche a papa Wojtyla venne da sorridere quando gli raccontarono che, per trasportare quella statua dalla stazione Termini sino al Vaticano, fratel Ettore aveva dovuto acquistare un ulteriore biglietto dell’autobus, perché il conducente lo aveva intenzionalmente provocato dicendogli che l’oggetto era troppo ingombrante e che sottraeva il posto a un altro passeggero. Di simili aneddoti mariani è costellata l’intera avventura umana di quello che il cardinale Carlo Maria Martini definì «un gigante della carità odierna che fa onore al Vangelo» e che altri hanno più sinteticamente chiamato il «padre dei poveri». Di fatto fratel Ettore elesse sin dagli inizi la Madonna come patrona della propria opera e volle esprimere concretamente la gratitudine per la costante protezione di Maria mediante tre repliche di luoghi cari alla devozione popolare: nella casa-alloggio di Bucchianico c’è la riproduzione a dimensioni reali della Santa Casa di Loreto, a Seveso c’è una cappella identica a quella di Fatima e a Grottaferrata si trova una grotta realizzata sul modello di quella di Lourdes. Una vocazione alla sofferenza e al dolore Nato il 25 marzo 1928 a Roverbella (Mantova) da un famiglia contadina, sin da ragazzino Ettore aveva lavorato in fattoria e si era occupato di mandrie da portare al pascolo e di stalle da ripulire. Nell’autunno del 1945, durante un pellegrinaggio al santuario della Madonna della Corona a Caprino Veronese, sentì nel cuore il desiderio di tornare a quell’esperienza di fede che le difficoltà del periodo bellico gli avevano fatto abbandonare: «Cara Mamma», disse alla Vergine, «tu conosci la mia vita disordinata… Voglio cambiare ma, se tu non mi aiuti, sono sicuro che domani ricomincerò da capo».
Il suo fisico era ormai minato dal pesante lavoro tanto che, nell’estate del 1948, gli fu diagnosticata un’ernia del disco e fu necessario il ricovero nell’ospedale di Mantova. Qui ebbe occasione di conoscere la figura di san Camillo de’ Lellis, che nel 1582 aveva fondato l’Ordine dei Ministri degli infermi. Tenendo fra le mani un’immaginetta del crocifisso che aveva staccato le braccia dalla croce per incoraggiare san Camillo in un momento di difficoltà, Ettore comprese la propria vocazione: «Una vocazione alla sofferenza e al dolore», disse in seguito. Da quel momento cominciò un percorso interiore che, con l’aiuto del parroco Everardo Corvi, lo condusse nel noviziato dei Camilliani. A ventotto anni compiuti, nel 1956, pronunciò la professione solenne e per una ventina d’anni si dedicò, nell’ospedale degli Alberoni a Venezia, all’assistenza di giovani ammalati di tubercolosi ossea e di distrofia muscolare: una cinquantina, fra i dodici e i venticinque anni d’età, quasi totalmente impossibilitati a muoversi e bisognosi di costante assistenza e di amorevole conforto. Per questo suo amorevole ministero ricevette, nel 1973, il premio della bontà intitolato a Giovanni XXIII. Fratel Ettore aveva ormai quarantacinque anni e pensava di essere giunto a un punto fermo nella propria missione. Ma un sogno profetico segnò quel tempo: «Ho visto Gesù Bambino, in braccio alla Mamma, che sobbalzava di gioia. Poi si fermò a poca distanza da me, facendo segno che mi avvicinassi. Da principio ero riluttante, quasi impaurito per un gesto così esplicito di familiarità e di confidenza, poi finalmente mi avvicinai e Gesù Bambino mi prese la testa avvicinandola al cuore della Madonna: "Confida sempre in lei e sarai al sicuro", furono le parole del Bambino». Un rifugio per i poveri nel cuore della metropoli Nel 1976 Ettore venne trasferito a Milano, dove ebbe un traumatico incontro con la povertà della metropoli e con i tanti emarginati che ne frequentavano le strade. La prima iniziativa, avviata il Venerdì santo del 1978, la allestì in un piccolo locale all’interno della clinica San Camillo, dove ai senza fissa dimora venivano dati la colazione al mattino e medicinali e vestiti al pomeriggio. La folla che quotidianamente si presentava dinanzi ai cancelli lo spinse a cercare un luogo più ampio dove a queste persone in difficoltà potesse essere offerto anche un pasto caldo e un letto. Su segnalazione di un ferroviere vennero individuati due ampi magazzini inutilizzati sotto le arcate della stazione centrale milanese, che il Ministero dei trasporti accettò di affittargli al simbolico canone di 70.000 lire l’anno. Sorgeva così quello che tutti conoscono come il "Rifugio di via Sammartini", inaugurato dal vescovo ausiliare milanese Libero Tresoldi il 1° gennaio 1979. Nell’arco di una ventina d’anni si affiancheranno ulteriori strutture: la "Casa Betania delle Beatitudini" a Seveso (1980), il "Villaggio delle Misericordie" a Milano (1989), la "Comunità Alleluia" a Novate (1989), la "Casa Nostra Signora di Loreto" a Bucchianico (1996), il "Rifugio Sacra Famiglia" a Grottaferrata (1998) e il "Refugio Nazareth" a Bogotà in Colombia (2000).
Ciascuna ha una specifica storia di ideazione e di realizzazione, ma il loro tratto comune è stato l’obiettivo di dare risposta a bisogni che via via affioravano nella società dell’epoca. Si può realmente dire che fratel Ettore è stato fra i primi a rendersi conto della diffusione dell’Aids e dell’emergenza immigrati, come della tratta delle giovanissime prostitute dell’Est e della drammatica solitudine degli anziani abbandonati. «Ho fatto soltanto la volontà di Dio» Che cosa pensasse di sé e delle sue iniziative profetiche, lo spiegò lo stesso camilliano: «Vorrei convincervi che sono soltanto un pover’uomo. Un uomo che per tutta la vita ha fatto soltanto la volontà di Dio, spesso senza neppure rendersene conto. Dal Signore ho ricevuto grazie straordinarie, ma non posso vantarmi di aver sempre corrisposto perfettamente alle grandi grazie ricevute. Questo lo dico perché nessuno, ripeto nessuno, anche l’ultimo dei miei ospiti, si senta inferiore a me o pensi di non poter fare anche lui cose simili a quelle che io, per grazia di Dio e per lo straordinario amore della Madre, ho compiuto». Attorno a fratel Ettore hanno ruotato numerosi amici e collaboratori, aggregati in un’associazione significativamente intitolata "Missionari del Cuore immacolato di Maria al servizio dei più poveri nello spirito di san Camillo". I suoi ultimi mesi di vita furono caratterizzati dall’aggravarsi della mielodisplasia, la malattia del sangue di cui da tempo soffriva e che si era trasformata in una leucemia conclamata. Nella serata del 20 agosto 2004 la sua esistenza terrena giunse al termine, ma l’opera da lui avviata prosegue tuttora, sotto la guida di suor Teresa Martino, una ex attrice di teatro che lo stesso fratel Ettore aveva designato come erede spirituale. Saverio Gaeta |
|