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N. 1 gennaio 2008
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La parola del Vescovo di Mons. LUCIANO PACOMIO Vescovo di Mondovì Molti cristiani cattolici, in ogni giornata, pronunziano e hanno proclamato decine di volte: «Ave Maria». E sappiamo che sono, rispettivamente, la prima parola rivolta dall’«angelo Gabriele» (il messaggero divino) e il nome Maria, la madre di Gesù, a Nazareth, destinataria del saluto. È l’evangelista Luca a tramandarcelo (Lc 1,27. 28): «La Vergine si chiamava Maria. Entrando da lei disse: "Ti saluto, o piena di grazia"». Maria, in italiano, corrisponde nel greco del Nuovo Testamento a «Mariam» e nell’ebraico dell’Antico Testamento a «Miryam». Così si chiamava la sorella di Aronne e Mosé (Nm 25,59; 1Cr 5,29). Dal punto di vista etimologico possiamo proporre almeno tre interpretazioni, ricordando che già in ugaritico (II millennio a.C.: testi di Ras Shamrah) compare il nome marjamu o mirjamu. Innanzitutto al tempo di Erode il grande, e sanguinario (quando nacque Gesù), il nome Maria era Mariam con il senso di «signora», «dama», «principessa». In secondo luogo possiamo ricordare che la radice ebraica rûm significa «essere elevato». Infine san Girolamo, autore della famosa traduzione latina della Sacra Scrittura abitualmente denominata Vulgata, propone questa interpretazione: mar «goccia» (latino: stilla), yam «mare», da cui «stilla maris» e poi «stella del mare» (cf L. Sabourin, Il Vangelo di Luca, pp. 19, 89, 62).
Il saluto «Ave», così traduceva il testo Cei e così abitualmente preghiamo (greco: chaire), è meglio tradurlo: «gioisci», «sii felice», per due ragioni. Innanzitutto si deve tenere presente come la Bibbia usa il termine abitualmente o almeno in altri testi paralleli (cf per esempio Mt 27, 29); in secondo luogo constatiamo come tutto il testo dell’annunciazione a Maria cita o richiama proprio contesti e testi biblici dell’Antico Testamento, qui in particolare dei profeti Sofonia (3,14ss.), Zaccaria (9,9s.) ecc. Così scrive infatti Sofonia: «Gioisci (chaire) figlia di Sion! Esulta Israele e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme» (testo citato anche da Mt 21, 5 e Gv 12, 15 per l’entrata messianica di Gesù in Gerusalemme). «Chaire» (che abitualmente proclamiamo Ave») è dunque un saluto messianico, non un semplice saluto; è sollecitazione alla gioia, invito a rallegrarsi, perché il Signore è presente. L’inizio dunque della preghiera dell’Ave Maria ci fa innanzitutto pronunciare un nome che richiama e ci fa rivolgere alla «donna», per eccellenza, dell’ascolto (Luca) e dell’accoglienza (Giovanni) che è madre di Gesù, l’unico nome in cui c’è salvezza (Atti); madre di Dio; madre dei credenti, madre di tutte le persone umane (cf Lumen gentium cap. VIII). E siamo sollecitati a vivere uno straordinario rapporto di fiducia, di affidamento, di abbandono in una continua intercessione efficace. Condividiamo poi con «chaire» la qualità di vita spiccatamente cristiana: la gioia. Con il "messaggio divino" la riconosciamo nell’umile giovane donna di Nazareth e la auspichiamo cordialmente per noi con tutto il frutto dello Spirito Santo (Gal 5,22) e la presenza del regno di Dio tra noi, nei doni messianici (il saluto di "pace" che Gesù risorto abitualmente proclama: Lc 24,36; Gv 20,19.26). «Il regno di Dio è [...] giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini» (Rm 14,17-18). Ripetiamo con affidamento pieno di speranza: Ave Maria! Mons. Luciano Pacomio |
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