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N. 1 gennaio 2008
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42o
Convegno Nazionale dei Rettori dei Santuari di VINCENZO VITALE Cristo
parola di consolazione Con
questo tema attualissimo si è svolto al Rimedio (Oristano) lo scorso
22-25 ottobre 2007 il Convegno Nazionale dei Rettori dei Santuari. Sono
stati anche discussi e approvati gli statuti dell’associazione CNS. Si è svolto al Centro di spiritualità di Nostra Signora del Rimedio (Rimedio, Oristano) il 42° Convegno Nazionale ed Assemblea dei Rettori e Operatori dei Santuari Italiani, che nei giorni dal 22 al 25 ottobre 2007 ha visto radunati oltre un centinaio di interessati, provenienti dai santuari di tutta Italia, per il ritrovo annuale. Certamente edizioni passate hanno visto una maggiore partecipazione: si è così toccato con mano il problema dell’"insularità" della Sardegna. Il tema proposto dal CNS (Collegamento nazionale santuari), "Santuari: Cristo parola di consolazione per l’uomo di oggi", ha accompagnato i partecipanti nei tre giorni del Convegno con una riflessione densa e ricca grazie ai contributi dei relatori. Il resto del tempo, oltre a un’escursione turistica nelle bellezze dell’isola, è stato occupato dalla discussione e approvazione degli statuti della nascente associazione denominata appunto CNS, sorta in risposta all’urgenza di raccogliere in organizzazione i santuari italiani (non solo mariani, come era nel CMN, il Collegamento mariano nazionale di cui il CNS è erede).
Saper incontrare l’attesa degli uomini Nella sua relazione di apertura, intitolata "La consolazione varca la soglia del cuore dell’uomo nella parola di Dio", il biblista don Antonio Pinna ha offerto spunti biblici per ripensare il santuario anziché come spazio di separazione (tra sacro e profano) come spazio che mette in comunicazione realtà opposte o comunque diverse. Diversi episodi biblici hanno offerto materia per la riflessione: l’inizio della storia di Abramo (quello di Gen 11,27, non 12,1), storia di una famiglia "sfortunata" in cui, dopo la prima partenza (Gen 11,31), si inserisce una nuova partenza ordinata da Dio (12,1): è la parola divina che diventa consolazione, trasformando una storia umanamente fallimentare. Questo è "varcare la soglia": addentrarsi nella complessità della vita, ma cambiando prospettiva. Così ha fatto anche Gesù di fronte alla morte (Gv 11): non la evita, pur avendo la possibilità di salvarsi; Gesù accetta questa realtà complessa (cf soprattutto Gv 11,7-13). «Se non si mettono insieme queste due realtà [morte e vita, ndr] – ha sottolineato Pinna – non c’è salvezza». Ecco allora l’abbozzo del tema: il santuario non come spazio separato ma come spazio di comunione, che introduce nella complessità della vita. La verità che salva, poi, non è una verità che esclude, che alza steccati tra santità e peccato, ma una misericordia "inclusiva". Emblematico in questo senso è il sogno di Pietro narrato dagli Atti degli Apostoli (cap. 10) in cui questi è spinto da Dio a superare la separazione tra ebrei e pagani, gli "esclusi" dalla legge. La sfida pastorale per i santuari oggi è di «saper trovare la parola di verità ma lasciandola parola di vita», problema attualissimo se si pensa alle tante situazioni "irregolari" che oggi si presentano all’attenzione pastorale. Ed è proprio dell’aspetto pastorale che si è occupato monsignor Sergio Pintor nella seconda relazione ("I santuari luoghi della pastorale della Parola che genera consolazione"), approfondendo, a partire da alcuni essenziali dati biblici, il concetto della consolazione come azione di Dio (in Cristo) che la Chiesa deve attualizzare nella vita delle persone. La pastorale della consolazione è comunicazione viva ed essenziale del Vangelo. La parola di Dio nella pastorale deve saper incontrare l’attesa umana se non vuol essere astratta e fredda. La parola che si comunica deve saper rimettere in piedi le persone, farle camminare, soprattutto portare all’atteggiamento di fede e all’incontro con Dio. Di grande interesse e utilità è la distinzione fatta fra tre tipi di consolazione: intellettuale (saper comunicare una nuova chiarezza interiore), affettiva (sentire del cuore che sperimenta gioia e pace) e sostanziale (fa resistere nella fede anche quando non si sente nulla). Il vescovo di Ozieri ha poi riflettuto sulle diverse modalità di comunicazione della parola di consolazione nella realtà di un santuario: l’ascolto/accoglienza delle persone, la predicazione, le novene (magari da "aggiornare"), i segni (attenzione per le persone deboli), le celebrazioni sacramentali (riconciliazione, eucaristia). Il santuario è anche una "provocazione" per la pastorale ordinaria, essendo una specie di "parrocchia itinerante" che invita a superare una pastorale legata a confini troppo netti. Particolare attenzione ha suscitato la risposta del vescovo a una domanda su come dare una parole di consolazione alle persone separate conviventi: «Questa Chiesa che ti dice il Vangelo della non-separabilità, ti dice anche che ti ama». Una vera – e oggi enorme – sfida per la pastorale, a cui si chiede di saper distinguere tra peccato e peccatore, ma anche tra accoglienza all’eucarestia (che non è possibile) e accoglienza nella Chiesa (invece possibile e anzi doverosa). Coloro che sono separati e vivono nuovi legami non possono accostarsi all’eucarestia, ma certamente possono vivere il rapporto con Dio per altre vie e la pastorale è chiamata «a non identificare la comunione con Dio con questo impedimento». Anche qui si tratta di dire – con verità, ma anche con amore – tutto il Vangelo della consolazione, «lasciando a Dio le sue vie».
Cristo, parola concreta di Dio all’uomo Nella terza relazione ("Presentazione storico-culturale dei santuari di Sardegna"), lo storico monsignor Tonino Cabizzosu ha presentato uno spaccato di storia religiosa della Sardegna, aiutando a leggere la presenza della Chiesa nell’isola attraverso anche la presenza di numerosi santuari (se ne contano 82 in tutta l’isola, di cui 33 dedicati alla Vergine sotto vari titoli). In una storia fatta per secoli di colonizzazione, in Sardegna la Chiesa si è segnalata come una presenza che ha saputo risvegliare energie sopite e fare attenzione al legame con la società, promuovendo i valori umani e sociali. In epoca moderna i santuari hanno contribuito a forgiare la spiritualità e la santità di figure eccellenti di santi locali, sconosciuti ai più. Una spiritualità che è diventata «radice di ogni servizio sociale» (attenzione che la Chiesa in Sardegna ha avuto in modo spiccato). Tale santità e spiritualità hanno avuto influssi in diversi campi, che vanno dall’ecumenismo (le beate Maria Gabriella Sagheddu e Maria Giovanna Dore) all’attenzione al sociale (casse rurali, scuole), alle missioni popolari e al servizio agli ultimi. Infine, nell’ultima relazione ("La parola Cristo è la via dell’uomo"), monsignor Ignazio Sanna ha approfondito teologicamente il tema della parola di Cristo sotto l’angolatura del "vivere", ossia praticare la Parola (invece di quella più solita dell’ascolto). In questo senso i personaggi, solitamente presentati come antitetici, di Marta e Maria (Lc 10,38-42) vanno letti piuttosto come icone di atteggiamenti complementari (ascolto e servizio, rettamente inteso). L’arcivescovo di Oristano ha sottolineato la dimensione di Cristo come "la" parola concreta di Dio (Eb 1), come fondamento ultimo (escatologico) della rivelazione di Dio, per cui Gesù può parlare con autorità («ma io vi dico») e dire con verità le parole che ha udito da Dio.
Ha posto poi il tema forte del rapporto tra Cristo e la salvezza, tra l’unica volontà salvifica di Dio e gli uomini che vivono fuori di Cristo. Una domanda oggi spesso sottintesa, ma fondamentale: Gesù non è solo un maestro di morale, ma è il Salvatore, unico e definitivo. In questo senso la tradizione cristiana ha talvolta messo in ombra la soteriologia (ciò che Cristo ha fatto per me), che occupa invece grande spazio nella liturgia e a cui la pietà popolare si è istintivamente orientata. Con l’incarnazione il Verbo si inserisce nella storia umana come suo centro e lievito, invitando a «tenere l’orecchio sul cuore di Dio e la mano sul polso del tempo» (Kentenich). Vincenzo Vitale |
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