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N. 1 gennaio 2008
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Apostoli di Maria del Terzo Millennio
di MARIA DI LORENZO Una task force dello
spirito I Gruppi di preghiera di Padre Pio sono una
delle realtà ecclesiali oggi più diffuse nel mondo, un esercito che si
muove con le "armi" della preghiera sotto il vessillo di Maria. I mass media non ne parlano mai. Preferiscono versare fiumi di inchiostro su speculazioni editoriali che vorrebbero insinuare più di un dubbio nella massa dei fedeli, e non parlano mai di loro. Eppure sono proprio loro, i Gruppi di preghiera di Padre Pio, che fanno sì che il santo di Pietrelcina non sia solo un devoto, pallido ricordo o un fenomeno da baraccone come pretenderebbe certa stampa laicista in odore di zolfo. I Gruppi di preghiera sono il frutto più bello e più duraturo del ministero di Padre Pio, insieme a quella "cattedrale" del dolore e della speranza che è l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza. Quando il 3 maggio 1986 il cardinale Agostino Casaroli, all’epoca segretario di Stato vaticano, presentò a San Giovanni Rotondo i loro statuti, disse che era proprio grazie ai Gruppi di preghiera che il frate del Gargano non restava semplicemente un esempio consolatorio del passato, ma veniva «reso presente nelle diocesi, nelle parrocchie, nelle famiglie con la sua fede profonda, con il suo esempio e la sua spiritualità».
Il "lavoro" spirituale Francesco Forgione era nato a Pietrelcina, provincia di Benevento, il 25 maggio 1887. Il 22 gennaio 1903, a sedici anni, entrò in convento e da francescano cappuccino prese il nome di fra Pio da Pietrelcina. I primi anni di sacerdozio furono compromessi e resi amari dalle sue pessime condizioni di salute. I superiori pensarono di trasferirlo a San Giovanni Rotondo, sul Gargano, e qui, nel convento di Santa Maria delle Grazie, iniziò per Padre Pio una straordinaria avventura di taumaturgo e di apostolo del confessionale. Un numero incalcolabile di uomini e donne, dal Gargano e da altre parti dell’Italia, cominciarono ad accorrere al suo confessionale, dove egli trascorreva anche quattordici-sedici ore al giorno, per lavare i peccati e ricondurre le anime a Dio. Alla sua morte, avvenuta il 23 settembre 1968, davanti alle circa centomila persone venute da ogni parte ai suoi funerali ebbe inizio quel processo di santificazione che ben prima che la Chiesa lo elevasse alla gloria degli altari, il 16 giugno 2002, lo avrebbe collocato nella venerazione dei fedeli di tutto il mondo come uno dei santi più amati dell’ultimo secolo. La sua celletta, la numero cinque, portava appeso alla porta un cartello con una celebre frase di san Bernardo: «Maria è tutta la ragione della mia speranza». Maria era il segreto della grandezza di Padre Pio, il segreto della sua santità. Per questo egli esortava sempre i suoi figli spirituali a pregare il rosario e a imitare la Madonna, soprattutto nelle sue virtù quotidiane, come l’umiltà, la pazienza, il silenzio, la purezza, la carità.
A lei, nel maggio 1956, volle dedicare la Casa Sollievo della Sofferenza, una delle strutture sanitarie oggi più qualificate a livello nazionale e internazionale. E negli anni Quaranta, per combattere con l’arma della preghiera la tremenda realtà della Seconda guerra mondiale, volle dar vita ai Gruppi di preghiera, che oggi sono una delle realtà ecclesiali più diffuse nel mondo, con un numero incalcolabile di devoti (oltre duecentomila) sparsi in ogni angolo della terra. Ma come nacquero i Gruppi? Bisogna dire che Padre Pio incitava sempre i suoi figli spirituali a pregare costantemente e a pregare insieme. Così, a un certo punto, ci si accorse che erano sorti dei gruppi, in modo del tutto spontaneo. Nel 1947 c’era un gruppo a Roma, nel ’49 uno a Udine. Nel 1951 ce n’erano in Inghilterra, in Svizzera, negli Stati Uniti. Allora venne creata una struttura provvisoria di coordinamento. I Gruppi cominciarono a crescere quasi di pari passo con l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza. Ma non servivano, come erroneamente si ripete spesso ancora oggi, a "rastrellare" soldi per la sua costruzione e il suo funzionamento. Padre Pio voleva che l’opera sociale, cioè l’ospedale, nato per alleviare le sofferenze fisiche, fosse affiancata dai Gruppi di preghiera, che avrebbero per così dire "lavorato" sul piano spirituale. Difficile dire, in questi casi, chi avrebbe svolto il lavoro più proficuo.
Fari di fede e di carità Il nome «Gruppi di preghiera» comparve per la prima volta sul bollettino della Casa Sollievo della Sofferenza. Era il giugno 1950. Quell’espressione la scrisse Guglielmo Sanguinetti, che tutte le sere riceveva da padre Pio nella sua cella istruzioni per l’Opera che nasceva. Secondo le indicazioni di padre Pio, i Gruppi di preghiera dovevano distinguersi per la loro fedeltà alla Chiesa, al Papa e ai vescovi, per la formazione cristiana integrale, per la vita di preghiera, per la carità generosa verso i sofferenti. Potevano sì nascere spontaneamente, ma con una regola inderogabile: dovevano essere guidati da un sacerdote e ricevere l’approvazione del vescovo locale. «Niente benestare senza il sacerdote, niente benestare senza il vescovo», diceva il frate con le stimmate. Lo faceva anche allo scopo di evitare degenerazioni e un culto esagerato verso la sua persona. I primi nuclei di fedeli che si formarono attingevano dagli insegnamenti di Padre Pio e si impegnavano a sostenere con la preghiera di intercessione ogni attività apostolica, sia delle opere del padre, come di tutte le attività del tessuto ecclesiale nel quale erano inseriti. Questi gruppi si diffusero rapidamente in tutto il mondo e in tutte le diocesi e la Santa Sede approvò ben presto tale nuova realtà e diede le direttive per organizzarla in piena armonia con la struttura gerarchica della Chiesa. Una frase di Padre Pio traduce il programma di vita dei Gruppi: «Siate fari di fede e di carità». Ai gruppi di preghiera è chiesto fondamentalmente di essere luce, quella luce che scaturisce dall’incontro con il Signore, un incontro che ha come strumento portante la preghiera liturgica e personale, nella lode della Chiesa. Un incontro che deve poi realizzarsi nella continuità di un cammino personale che porti alla conversione e quindi all’illuminazione interiore. Oggi i Gruppi di preghiera sono dappertutto: nelle parrocchie, nei conventi, nei monasteri, negli ospedali. Sotto la guida di direttori spirituali d’ogni ordine e abito, accomunati tutti dall’amore al Crocefisso e a Maria Immacolata, come non si stancava mai di insegnare Padre Pio.
Una precisa scelta di vita Ma chi appartiene ai Gruppi di preghiera? Soltanto vecchie pie e devote? Un popolo di delusi dalla vita ripiegati in pratiche devozionali fuori moda? Tutt’altro. Basta partecipare a qualcuno dei loro incontri, in città come in provincia, per accorgersi che il popolo di Padre Pio è costituito da persone molto diverse fra loro, e sono anche tanti i giovani che vi prendono parte, in ogni angolo della terra. Attraverso i Gruppi di preghiera, poi, molti di essi, oggi come nel passato, hanno fatto un importante cammino di fede scoprendo talvolta la propria vocazione sacerdotale e religiosa. Perché appartenere a un Gruppo di preghiera non è semplicemente aderire ad una bella iniziativa, ma diventa a tutti gli effetti una precisa scelta di vita: il gruppo di preghiera si fa strumento e occasione di crescita nella santità. Padre Pio sognava un esercito di anime oranti che cooperassero alla dilatazione del Regno con la preghiera di intercessione e riparazione, in perfetta conformità alle direttive della Chiesa. «Nei libri – diceva lui – cerchiamo Dio, nella preghiera lo troviamo. La preghiera è la chiave che apre il cuore di Dio». I Gruppi di preghiera erano solo qualche decina nel 1960, alcune centinaia nel 1980, oggi si calcola che siano circa tremila, due terzi dei quali soltanto in Italia (con in testa Sicilia, Campania e Lazio). Ma sono presenti complessivamente in più di trenta Stati, dallo Sri Lanka al Perù, dagli Stati Uniti all’Australia.
La loro organizzazione è molto semplice. È sufficiente un gruppo di fedeli che intenda riunirsi per pregare insieme e un sacerdote che li guidi con l’approvazione del proprio vescovo, che si riunisca periodicamente, per lo più una volta al mese in un giorno sempre fisso, in una chiesa, per partecipare alla messa, pregare, meditare, ascoltare la parola di Dio. Non ci sono regole speciali per queste riunioni. Ogni gruppo può svolgere un suo programma autonomo, sotto la direzione del direttore spirituale e la guida laica di un capogruppo. Un Gruppo di preghiera conta mediamente dai trenta ai trecento membri, ma non è possibile dire con precisione il numero esatto dei suoi partecipanti, giacché non ci sono tessere né vincoli associativi. La fede, come si sa, è libera. Il santo con le stimmate aveva fatto una promessa: «Non entrerò in paradiso fino a quando non ci sarà entrato l’ultimo dei miei figli spirituali». Così aveva detto, vincolando la sua felicità alla felicità stessa dei suoi figli. E questo i suoi figli spirituali lo sanno perfettamente, e sono stati anche essi che hanno contribuito a innalzarlo alla gloria degli altari. Nei riservatissimi atti del processo canonico, infatti, si può leggere che l’esistenza dei Gruppi di preghiera è «l’indubbia prova della fama di santità del Servo di Dio». Questa task force dello spirito, come qualcuno l’ha chiamata, in questi anni ha continuato a crescere e a dare frutti. Essi, con la Casa Sollievo della Sofferenza, costituiscono l’eredità spirituale di san Pio da Pietrelcina, il segno incontrovertibile di una vita contrassegnata dalla preghiera, dall’adesione intima totale alle sofferenze del Crocifisso e da una devozione ardente e tenera alla Madre di Dio. Maria Di Lorenzo |
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