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N. 2 febbraio 2008
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La parola del Vescovo di Mons. DOMENICO CANCIAN Vescovo di Città di Castello È la seconda parola dell’angelo a Maria. Subito dopo l’invito alla gioia messianica «chàire» (rallegrati), ci aspetteremmo il nome proprio: Maria. Invece, troviamo il verbo che la caratterizza in modo unico, il suo vero nome: «kecharitoméne». È un participio perfetto passivo che indica una grazia stabile, definitiva, una pienezza permanente nel passato, presente e futuro. Significa: riempita di grazia da sempre e per sempre. Ma cos’è la grazia (chàris)? Nel Nuovo Testamento la grazia è riferita a Gesù (cf Gv 1,14.16.17). Potremmo dire che i favori divini si sintetizzano nel dono di Gesù, fattoci dal Padre (cf Rm 8,32). La parola ebraica (e anche greca), per una coincidenza significativa, «designa allo stesso tempo la sorgente del dono in colui che dona e l’effetto del dono in colui che riceve» (J. Guillet in Dizionario di teologia biblica, Marietti, p. 518). Grazia significa la benevolenza gratuita e il fascino istintivo che attira lo sguardo su una persona, quasi una seduzione. È amore gratuito e fedele, amore misericordioso, com’è detto più avanti: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30). Un’espressione che ricorre tante volte nella Bibbia per dire che l’amore di Dio non ha motivazioni logiche, è appassionato e totalizzante (cf Rut 2,8-10; Os 2,16-25; Ez 16). San Paolo cita le parole del Salmo 147: «Userò misericordia con chi vorrò e avrò pietà di chi vorrò averla» (Rm 9, 15). Un amore libero e misterioso.
L’augurio della grazia di Dio (quasi sempre accompagnato dalla "pace") ritorna molto spesso nelle lettere paoline nel senso che riassume tutta l’azione benevola di Dio nei confronti dell’uomo. È Gesù stesso la grazia e la pace. Ma Gesù si fa presente attraverso lo Spirito. Maria infatti concepirà Gesù attraverso l’azione dello Spirito. «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio» (Lc 2,35). Maria, piena della presenza di Gesù e dello Spirito, diventa il prototipo della donna nuova. Potremmo tradurre «piena di grazia» anche con graziosissima, donna bellissima. Senza ombra di peccato, lei è la regina che sta più vicina di tutti al «più bello tra i figli dell’uomo» (cf Sal 45). I canti della tradizione popolare mariana sottolineano con semplice immediatezza questo aspetto della bellezza, a partire dal classico Tota pulchra al Quanto sei bella, a Dell’aurora tu sorgi più bella… La sua straordinaria bellezza l’avvicina ancora più agli uomini peccatori perché la grazia è l’amore misericordioso di Dio che è attratto dalle miserie umane, come Gesù che si fece «amico dei pubblicani e dei peccatori», fino a morire in mezzo a due ladroni e portarne in paradiso uno. Maria, piena di grazia, volge verso di noi occhi misericordiosi, intercede per noi, ci protegge e ci aiuta come una sorella e una madre che conosce più di tutti la potenza della grazia del Signore misericordioso. Per questo nel Magnificat lei ringrazia Dio che «ha guardato l’umiltà della sua serva» e quindi proclama «di generazione in generazione la sua misericordia» (Lc 1,47-50). La nostra vita cristiana dovrebbe essere ancora più attenta alla bellezza dell’amore. Chi più s’avvicina a Dio, e quindi agli uomini, ama di più, e quindi è più bello, ha «più grazia» anche nel senso estetico. Questa bellezza non è ingannevole, né di facciata. È l’uomo nuovo che ha cuore, sentimenti e comportamenti guidati dalla grazia, dall’amore, dalla fedeltà, come hanno testimoniato Gesù, Maria e i santi. Ecco una preghiera di don Tonino Bello: «Santa Madre, donna bellissima, splendida come un plenilunio di primavera, riconciliaci con la bellezza. Tu lo sai che dura poco nelle nostre mani rapaci. Sfiorisce subito sotto i nostri ingordi contatti. Si dissecca improvvisamente al soffio maligno delle nostre roventi cupidigie… Aiutaci a superare le ambiguità della carne. Liberaci dal nostro spirito rozzo. Donaci un cuore puro come il tuo» (Maria, donna dei nostri giorni, p. 107). Mons. Domenico Cancian |
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